OPERA PRIMA 2013: I vincitori – Daniele Bellomi

Fresco di stampa, è da poco uscita la raccolta di Daniele Bellomi ripartizione della volta, vincitrice del premio Opera Prima 2013 (qui tutte le info per la partecipazione all’edizione 2014), di cui proponiamo di seguito la premessa a firma di Flavio Ermini e la postfazione di Giorgio Bonacini.
Qui per leggere la raccolta su piattaforma Issuu.
Per richiedere una o più copie di “ripartizione della volta” scrivere a info@anteremedizioni.it

Premessa

bellomi opera prima

0.
Ogni parola poetica opera in una zona di confine, ai limiti del dire. È una sorta di incisione nel corpo della lingua, di cui diventa di volta in volta traccia e cancellazione. Ciò che rimane – il “resto”, quale eccedenza – si darà sotto forma di cenere.
La poesia di Daniele Bellomi fa i conti con ciò che accade in quella zona di confine: con le tracce linguistiche, con le cancellazioni, con la cenere.
1. LE TRACCE
Bellomi non si sottrae dal compito di seguire quelle tracce, malgrado rappresentino il pensiero quando questo è ancora in una fase incandescente, nel pericolo. Seguendole, mette in movimento tutto il linguaggio. Seguendole, spinge il pensiero verso il proprio limite – «oltre la linea prestabilita dello sguardo» segnalata dall’autore nella sua Nota di poetica – per scoprirne il fuori: silenzio, grido o nota musicale che sia.
La lingua di Bellomi ha un mormorio che a un primo ascolto può risultare incomprensibile. Ma è questo mormorio che espone tutto il linguaggio – a ogni svolta del tempo, sempre di nuovo – all’urto dell’abitare poetico. È il mormorio prodotto da un esercizio di pensiero che si attua nella costruzione stessa del testo. La sua ripresa, pagina su pagina, e la sua insistenza nella pagina, lo rendono tanto più insolito e incompiuto. È una sorda presenza che continua ad assillare il linguaggio. Bellomi non pensa a un darsi del pensiero in una lingua della conoscenza. La sua lingua è questa lingua, straniera nel suo mormorio.
2. LA CANCELLAZIONE
L’opera, ripartizione della volta, parte all’improvviso, direttamente, senza indicazioni di tempo e di spazio. Parte con una ferita: «recito piano la riga dov’è squarciata». L’opera parte affrontando l’ammutolire che è al «centro» dello squarcio. E non importa se la lingua che è sopravvissuta è una lingua ammutolita, una lingua caduta sotto il dominio dell’indicibile, perché è proprio nella lotta all’indicibile che la lingua può dire la privazione assoluta e senza scopo.
Scrivere è una vicissitudine, un movimento, un porsi in cammino. È il tentativo di trovare una direzione: abitare il tempo, anche quando il tempo è privo di direzione. Ecco perché la poesia di Bellomi fa i conti non solo con le tracce linguistiche, ma anche con le cancellazioni che l’abitare il tempo comporta in quella zona di confine.
Scrive Wittgenstein: «Dobbiamo dissodare l’intero linguaggio». Lo sa Bellomi quando va incontro al luogo della mancanza, e parla di volta in volta nell’esaurimento o nell’estenuazione del suo stesso linguaggio.
Bellomi è consapevole che non è più possibile affidarsi alle architetture verbali della padronanza, nella sovrana totalità delle sue forme. Scrivendo, scopre una lingua che parla un linguaggio di cui chi scrive non è legislatore. La sua parola conosce il moto del soliloquio; ogni conforto dialogico è abbandonato. Chi scrive lavora su un testo misterioso fin dal suo stato nascente.
Il testo e l’autore si muovono, registra Bellomi, «da lingue opposte».
3. LA CENERE
Resta la cenere con cui fare i conti: «eliminare per accogliere» può essere un’idea, suggerisce Bellomi.
L’insistenza si costituisce come un installarsi e un mantenersi nel rapporto con il residuo. Qui la parola potrà contribuire a un’esplorazione più libera e diretta delle cose.
Una violenza è all’origine della cenere, una «violenza che a molti non è ancora dato di capire» annota lo stesso autore, «unica violenza sul reale che sarebbe meglio continuare a tollerare».
L’abitare poetico si rivela dunque come la radicalità di uno sguardo che trova il coraggio di individuare il rapporto uomo-mondo in relazione al resto, al residuo che viene determinato quando la lingua diventa traccia e cancellazione.
Con ripartizione della volta siamo di fronte a una pratica della scrittura come eversione della parola “piena”; una pratica che eccede e nega la rappresentazione, affermandosi attraverso nuove modalità di articolazione del detto. Modalità che danno forma a un testo transfinito, in cui l’anarchia – ovvero ciò che non ha principio – trova una sua impossibile sistemazione. E sarà proprio l’impossibilità di potersi dire il fondamento di questa scrittura.
Flavio Ermini 



L’oscillazione necessaria
Postfazione di Giorgio Bonacini 

Nel principio del suo percorso materiale, la scrittura unisce in sé la concretezza di oggetto linguistico e il concetto di essere in atto costantemente, mentre struttura il suo fare, in uno sviluppo di autoconformazione che stabilisce, senza supporti ingenuamente referenziali, ma consapevole dello spazio e del tempo in cui agisce, il suo autonomo percorso. Ma ancor di più questa ipotesi prende corpo, struttura e andamento specifico, se messa alla prova ed esercitata con l’esercizio concreto della lingua poetica. «Eliminare per accogliere», scrive Daniele Bellomi, e proprio questa sottrazione comunicativa e riaccumulazione di significazione connotata, ma indivisibile dalla sua denotazione letterale, sembra essere la parola che egli sperimenta e in sé agisce: una partitura spiazzante, un vero e preciso versamento che procede dentro un’esistenza di linguaggio che è l’esistenza in sé. Non tanto però in quanto sé e per sé (che sarebbe forse solo sterilmente autoricorsivo), ma più precisamente in “sé e con sé”. Cioè a dire un testo che muove e rimuove il suo concepirsi e prodursi, riconoscendo nella sua meta- morfosi una riflessione che dà forma a un mondo. E dunque, là dov’è e dove guarda se stessa, la parola è anche consapevole che «il detto si attacca sulle palpebre» e riconosce un’origine di suono e luce, perché un’immagine esterna c’è: sgranata, sfuocata, disaggregata, vista e oscurata, ma segnata nel suo essere cosa che i sensi figurano.

Ciò che accade – se qualcosa accade – nella compattezza ritmica di queste poesie, è frutto dello scorrere in grafia di una forza materica, di un rilievo, di un attrito significante con una valenza tale da far sì che la contorsione del sintagma ne sia la condizione basilare e divenga, nella scelta del transito paradigmatico, la sua energia. Una forza di traino vocale, perfettamente congrua a quell’indefinita produzione e ridefinizione del senso, viene posta dall’autore nel centro propulsivo della sua «lingua che si stacca» per andare altrove e giungere «finalmente alla propria luce». Lì dove il poeta è consapevole, o almeno avverte fortemente la necessità di una rottura con la parte linguistica che dicendo io non conduce più né a conoscere né a riconoscere. Perché la poesia è e deve essere come un’esplosione stellare: una nova che sprigiona un apparente caos in cui una scrittura magmatica si dispone, in suono e sostanza, a precisare ciò che va disperso e ciò che va ad aggregarsi per «praticare il cosmo». La voce si condensa in scrittura, il fiato in pause e accenti, il ritmo come un mantra di sonorità pulsanti, così che la sillabazione possa dipanarsi e rotolare sulla pagina con valenza a volte percussiva, a volte spezzata, a volte con organiche discrepanze e divergenze, ma sempre fluente.

Un torrente, dunque, che porta segni di diverse gradazioni, torsioni e fluttuazioni, ma che non è un flusso di coscienza o un’esondazione intrattenibile, bensì un andare oscillante del pensiero linguistico che materializza le sue figure, le sue schiume, i suoi corpi erranti. E così come nei testi è presente un rimando a barcollamenti, a strabismi saltuari, a disagi visivi, a un disequilibrio percettivo – situazioni dunque che obbligano a una costante, faticosa e vitale attenzione – allo stesso modo lo sforzo interno, in «quel luogo che risuona», dove tracciare un segnale che sia materia e lingua riconsiderata per far fronte a «mondi di persone assorte e sillabate in questo niente», è sempre aperto sulle cose che iniziano a respirare. E ciò permette a questi versi di riuscire, seppur in modo trasversale, sfibrato, deconcluso, sbordato, anche liricamente a dire. E dove gli agganci sul reale si allungano, nello stesso tempo si sfilano dalla realtà che, contrariamente al vero oggetto materiale, a cui la conoscenza dà senso e da cui incessantemente attinge, è solo un dato parziale.
Questa poesia, dunque, sceglie una conoscenza che prende avvio dalla scrittura e con essa si alimenta. E se è vero, come si dice, che il poeta viene scritto dal proprio linguaggio, allora il nostro autore ne è un esempio. Nella scrittura egli percepisce la necessità dell’urgenza e della lucidità e l’intransigenza volontaria della sua significazione: fino al punto di toccare ed esteriorizzare anche le sfumature innaturali del senso. Perché la polidirezionalità del linguaggio poetico è ineludibile, e pensare che qualcosa ci elevi nel pensiero e nel suo riconoscersi fuori dalla lingua, è un’illusione. Dunque l’unico sapere che la poesia può avviare a processo è quello che lei stessa mette in moto con l’efficacia reale del suo dire.
Forse è una consapevolezza estrema, ma è la certezza di provare, scrivendo, una configurazione mentale che si affaccia ai limiti dell’essere, con tutte le sue possibili linee di percorso e di demarcazione. E questo significa sperimentare l’oggetto/lingua a partire dalla sua materia: la concatenazione fonica e grafica nella produzione lineare di versi. Un lavoro materiale che non può però risolversi completamente nella raffigurazione esteriore e interiore che producono oggetto e soggetto, perché questi nella significazione poetica sono intercambiabili. Il tratto distintivo di questi testi, dunque, è destinato a non avere compimento totale, né per via metaforica né letterale. La forma/scrittura scava continuamente: aggancia e destruttura, abbraccia e disperde e, con la sua forza compositiva, osserva sempre, nel bianco della pagina, un movimento che procede «di lesione in cicatrice» e fin dall’inizio accoglie e recita «la riga dov’è squarciata pensando alla carta».
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