Alcune osservazioni sul rapporto opera – sistema nella più recente poesia di Domenico Cara

di Augusta Mazzella di Bosco

La rigenerazione dei ragniÈ davvero difficile trovare un altro poeta così capillarmente ossessionato dal sociale e con esso in un costante rapporto di odio – amore, come Domenico Cara. A cercare le radici di tale ambivalenza militante si scopre un gioco competitivo che ha per posta la sopravvivenza, non precisamente quella biologica e tantomeno economica, ma quella letteraria, affidabile al futuro.

La postumità, anzi, è il gran bene conteso come se potesse essere realizzabile solo per alcuni a scapito di molti: «…la parola del domani, l’unica oggettiva, l’unica sicura», come afferma Giorgio Saviane; essa costituisce dunque il bisogno fondamentale; e in nome di questo bisogno, il contesto collettivo è percepito da Cara come percorso da innumerevoli stravolgimenti. L’insidia è dovunque: l’insidia è così sottile pur nei semplici dettagli del quotidiano che occorre scovarla senza perdere tempo dietro una trama di logica apparente. Nella disamina del dettaglio, la vera logica riapparirà all’osservatore della scena complessiva se solo avrà spostato il punto d’osservazione dal modello (l’abitante privilegiato del sistema classista) all’ anti–modello, cioè nel senso inverso a quello descritto da C. Segre in “Avviamento all’analisi del testo letterario”: da colui che usualmente osserva e stabilisce le norme a colui che usualmente è osservato e codificato. Così come può accadere all’osservatore d’una tela di ragno se si pone nella visuale del ragno, il quale segue l’istinto e non fa valutazioni estranee alle pretese della sopravvivenza.

Subito, il ragno poeta, rispondendo con sofisticati espedienti letterari ai rischi innumerevoli del mondo, che qui gli piove addosso con i suoi cavilli, le sue astuzie, i subdoli nessi associativi, con quella famelicità irrefrenabile e disordinata che sempre ha il mondo nella poesia di Domenico Cara, ci appare metafora di ingegno sottile e congenita fragilità.

Nelle opere di Cara, sempre, prima o poi, si presenta il rappresentante di un pianeta incontaminato: umano o no, è sprovvisto di tutti quegli attributi grossolanamente adeguati al successo che contraddistinguono un mare d’individui attorno a lui, ma tuttavia non mai prostrato dall’infelicità, non mai respinto definitivamente nella rinuncia dell’emarginato. Questo qualcuno si fregia di diritti a lungo violati – abbiamo la sensazione di un continuo riemergere, di un tessere e ritessere la trama di tante postille alla vita nei suoi svolgimenti più trascurati, sorvolando velocemente su ciò che è troppo noto.

Sentenzioso l’avvio d’ogni stanza, un’asserzione limpida e pulita, che si sfalda nei versi successivi per la sua stessa densità connotativa. Ma il lettore dovrebbe restare sempre ancorato allo Zirkel im Verstehen spitzeriano, qui favorito dal fatto che il titolo stesso conferisce una notevole coesione al componimento. Da non dimenticare la detrazione dovuta a un pudore che si fa tecnica difensiva di un intimo minacciato nel momento in cui si addentra fra i mostri abissali. «La presenza di un pericolo» sono le prime parole (citate da Stendhal) che introducono la raccolta, mentre è di significativa rassicurazione nella citazione da J. Frazer il ruolo magico, tanto pieno di calore, in realtà, quanto d’impotenza, affidato alla rappresentazione simbolica di un rigenerarsi (letterario) perenne della propria identità, nell’estenuante battaglia col mondo nemico, «il sontuoso e turbato caleidoscopio della sopravvivenza». Una linearità della tematica della tensione è affermata dal soggetto assieme alla propria onnivalenza, che qui sembra acquistare il carattere di una vigilanza a largo raggio contro tutte le possibili alternative proposte – aventi il fine di sminuire il soggetto stesso – ma il pericolo non sembra tanto quello di essere aggredito nella posizione prestigiosa quanto, piuttosto, quello che si passi accento fingendo di non vederlo. Tensione che a volte si scioglie all’improvviso nella nostalgia per un’epoca di atarassia neonatale, che veniva semplicemente goduta grazie all’identità amore – sopravvivenza. Tracce leggere di un passato – ombra, con il crisma della pace e del libero gioco, tanto più suggestive per contrasto.

Le soluzioni stilistiche di Domenico Cara hanno quindi un potente afflato affettivo, ancorché a prima vista tutto il reale sembri imprigionato da una metodica diffidenza, nella «investigazione delle varie screpolature societarie». Lo stesso deserto della totalizzante modernità, in ogni «screpolatura», è pervaso da una certa solennità metafisica, quel suo «vagheggiamento del Male»; e il male è, per Cara. Soprattutto fiction, travestimento, negazione delle verità elementari. Da qui la funzione etica, cui il poeta fa appello, del lapsus, dell’incompiutezza, della fragilità dei corpi: «tristi crimini» e «timidi incanti» sono trascinati nella corrente poetica che sente il fascino della regressione ma non può trovarsi requie. È impossibile, pure, per Cara, trasferirsi in un personaggio ideale, armonizzato con gli stereotipi collettivi, per vivere «un soffice iter come la gioia»; «e quando qualcuno ha scelto l’interposta persona per sognare, ecco un orizzonte inefficace» Negato quindi un procedimento narrativo in quanto fuga dall’autenticità espressiva, abbiamo invece intrusione di elementi figurativi accanto ad asperità concettuali, ma parlano vigorosamente proprio per essere scaturite da un mare d’impossibilità, divieti, coercizioni. «Alcune sediziose regioni d’essere» forniscono il combustibile per la peculiare rabbia combattiva del poeta contro altre ragioni, discriminanti, abilmente mascherate («sul tappeto le parole sono inganno e allarme»). L’idea quindi che tutta la cultura si regga su menzogne architettate soltanto su fini dell’ingiusto privilegio e l’assillo della guerra ad esse – ecco la tessitura di base che ripete i suoi motivi in ambiti sempre più vasti. È segnalato l’inaridirsi d’ogni rapporto umano in omaggio all’esaltazione di fatti e informazioni, la cui assunzione ingorda e meccanica si è sostituita alla pietà, alla compartecipazione emotiva nella vicenda dell’altro («mozzata pietà», «risata sulla catastrofe», ecc.).

Le «Descrizioni al centro della follia» così acquistano il sapore di un’ironia perplessa sul sogno del recupero di un passato affettivamente più ricco. E ciò forse a causa della debolezza ideologica del passato stesso che non ha saputo prevedere tutte le insidiose obiezioni della vita: il sociale e il culturale oggi formano un «assedio di ambivalenze, di paure diverse» che impediscono al singolo di costruirsi un qualsiasi ordine mentale ed etico. In principio c’era una «timidezza»… (altrove Cara ha protestato in favore dello «spazio dei timidi» *), la quale, a giudicare dalle sue letture preferite («romanzi francesi ottocenteschi»), non trovava di meglio che fidare in un meccanismo di provvidenziale giustizia, superna, infallibile, nell’attesa della quale conveniva restare «indifese creature». Come poi il poeta abbia visto annegare il soprannaturale nell’attività manducatoria della civiltà di massa è detto subito dopo. Ma gli esiti della poesia non sono totalmente nichilisti: resta pur qualcosa di non digeribile per il Sistema, restano «i relitti infecondi», un «rudere», «i cui eventi interni (sediziosi) sono una serie immutabile». Qualcosa che cerca di dirsi e sempre non è detto, ma pur meglio candidato alla «postumità» – privilegiato luogo di battaglie vinte contro «coloro che occultano i soggetti».

Così come per «l’ulivo che conosce amplissime arsure», questa indigeribilità al Sistema è il premio della lunga resistenza psicologica. Poiché di resistenza psicologica, non ideologica, si tratta. Non c’è ideologia, infatti, che non possa essere rimasticata e riproposta con un volto diverso, ma continuare ad essere, nonostante tutta la disapprovazione, è psicologico. «Come giungerà ai poli… l’albatro?» è il richiamo classico alla vittima indifesa ma ossessivamente presente all’angoscia dell’ancient mariner.

Anche nell’evocazione dell’amore e nelle considerazioni che l drammatizzano («materiali dal taccuino») c’è sia l’emarginazione quanto il tono di sfida nel voler trattare con questi materiali così spesso impoveriti entro artificiali condizioni d’élite: «legge meglio nell’Immenso un fiore / escluso dalle supposizioni ecologiche… parte della libera macchia». Non manca, a causa della grande tensione verso / contro gli altri una specie di senso di colpa da parte del «contuso bracconiere» che si è preso tutto ciò che gli veniva rifiutato. Ma la citazione da Williams C. Williams («Ma perché parlare d’io… che non m’interessa quasi per niente?») denuncia quasi sicuramente un modo di stornare i colpi destinati all’antimodello. Sicché l’espediente più efficace che Cara ha di parlare dell’io è quello di non nominarlo affatto, lasciandolo emergere per antitesi da tutto ciò che gli si muove attorno e contro.

Non che la fisionomia della città simbolicamente assunta a fisionomia del Sistema sia del tutto negativa. Esistono almeno i ragazzi di periferia che conservano qualche innocenza da salvare («forse è possibile mutare in altra / luce i furti oscuri, i lerci monologhi, l’inquieto cuore»), ma la pasoliniana ipotesi non basta a sostenere un linguaggio morale comune, tale cioè da poter essere percepito come di comune interesse alla sopravvivenza collettiva. Nel suo affanno del «dire ossessivo e supremo», il poeta ha certo trovato tutte le possibili combinazioni di linguaggio atte a riempire i vuoti lasciati dalla lingua storica, ma sa di non poter tuttavia incrinare la condanna entrata nell’uso su tutti i ponti d’amicizia, di sentimento gratuito fra persona e persona (relazioni di tipo sorpassato: «il sorriso è quasi sempre colpevole come un’antica ambizione», e a dirlo è proprio un uomo da particolarissimo del sorriso d’altri tempi). Perciò il proprio «infinito», che attende a sera, è fatto soprattutto di ricordi. È in questo smacco delle relazioni che Cara raggiunge i toni più intensi e drammatici («una notte, una notte…»).

La tecnica dunque di esistere, non per «interposta persona», cioè narrativamente, ma neppure autodichiarandosi soggetto, cioè con l’esposizione incauta dell’io, si risolve in una marea montante di definizioni dell’Altro, da cui emergono le isole di un piccolo mondo antico, quasi estasi, piccoli atti involontari. Uscire dal dramma consisterebbe nel poter fare a meno delle infinite trappole di condizionamenti, ma… soltanto lì oggi, s’incontra il fratello umano. Così Adry in Liguria finisce con l’apparire solo una pellegrina senza speranza, in un paese dell’angoscia, impossibilitata a creare relazioni fiduciose e profonde fuori della cellula familiare, C’è ovunque una disgregante presenza, «i testimoni» che «annotano diseguaglianze» con evidente preoccupazione e «percorrono l’irrealtà» che credono realtà sicura. Esistono tuttavia dei compagni di viaggio: lontani nel tempo, ipotetici («… sono necessarie parecchie gener(azioni) prima / di raggiungere i nostri contemporanei lontani…»). Domenico Cara li delinea forse un po’ ironicamente, costoro che porteranno nuove idee dal passato, fra i quali pone se stesso. Antico e fecondo vizio della speranza!

Quanto ai numerosissimi onnipresenti traslati, Cara ne fa strumento significativamente legato alla sua storia, ponendo fra i termini implicati distanze talmente ambigue da imporre il ricorso alla simbologia più che alla contiguità o alla similarità, per individuarne i collegamenti necessari. E con ciò chiaramente si distacca dalla gratuità e arbitrarietà di tanta poesia d’oggi. Dobbiamo riflettere, in «Letture del sismogramma», su quella «conseguenza delle sfide causa di pollini incompleti» come sulla mutilazione di tanta energia creativa causata dal culto ossessivo del vincente; e «la luna fuori corso» accenna forse alla svalutazione del rapporto amoroso d’una volta, mentre «la rianimazione degli idilli si / avvicinava alle piogge» è una soluzione che chiama in causa Natura e Cultura, l’una come stimolo alla composizione di idilli cui l’altra commissionava, anticamente, la comunicabilità del sentimento, ecc.

Anche nell’uso dell’analogia il poeta scopre di essere precipitato di difesa in difesa, in un discorso poetico (per sempre?) linguisticamente chiuso in difesa, causa la determinazione di offrire agli altri il significato solo con tutte le garanzie di poterlo bruscamente ritirare all’occorrenza e salvare così i freschi impulsi del cuore dalla catastrofe definitiva; per non finire come certuni, rimasti defraudati d’ogni diritto alla parola vivente e aggrappati alla pretesa consolatoria – ma per lui assai poco convincente- di possedere in segreto il mondo : «i morti per povertà, che avevano finto di avere / con se stessi, il mondo…»

Dunque, un’interiorità sopravvivente per se stessa è impossibile. Con disperazione e passione, il poeta ha scelto di scavarsi lo spazio nel mondo degli altri, per falso, nemico e desolante che gli sembrasse, munito alla fine della sola speranza in una relazione postuma, purché veramente solidale e fraterna. La poesia costituisce così per Domenico Cara un lavoro incessante di ricerca degli spazi verbali lasciati vuoti (dagli altri) per lui, ai fini della pregnanza profetica del messaggio.

Se «l’autunno è diventato persino teorico» ciò dovrebbe avvertirci che tutta la Natura è discorso, che non esiste al di fuori della comunicazione. È d’uopo quindi sacrificare l’esperienza direttamente godibile, persino l’infanzia incontaminata e tenera, al sisma, ossia alla consapevolezza d’essere vivo soltanto nel discorso altrui, sia pure catturabile in un ipotetico avvenire, in un immaginario della relazione umana.

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