Tramontare dietro lo screensaver orange and yellow di Mark Rothko (18 poeti dal web)

28_3179_PrimaDiCopertinaHo un caro amico e poeta che è molto netto sulle antologie di poesia. O si originano da un gruppo con intenti e poetica comuni, sostiene, o devono essere rappresentative, storiografiche persino, assemblate a posteriori da specialisti della materia. Al contrario, io sento che una terza via è praticabile: quella di un’antologia nata “dal basso”, che raccolga voci poetiche d’interesse ma senza illusioni di rappresentatività dell’esistente (ma quale antologia può veramente esaudire questa chimera?) e partendo, più che da un gruppo coeso e programmatico, da un’aggregazione meno serrata ma comunque non arbitraria. Io stesso, ormai quattro anni or sono, avevo fortemente voluto un’antologia di questo tipo (Tredici cadenze, puntoacapo 2011), che raccogliesse la produzione di un gruppo abbastanza disomogeneo di amici. Il mio motivo era: fissare una temperie emotiva, un fermento di cui ero parte a Pavia, la città dove ho compiuto gli studi universitari. E ovviamente dare visibilità ad autori e amici che stimavo e che ancora stimo, per quanto qualcuno abbia poi intrapreso strade diverse, magari anche lontane dalla poesia.

L’antologia che qui si propone si situa in questa terza via. A mettere in piedi l’iniziativa, a raccogliere e selezionare i testi è stata Patti Schneider, il cui sforzo ho appoggiato con convinzione fin dall’inizio, offrendomi poi di prefare la selezione finale. Patti, e tutti gli altri autori qui inclusi, pubblicano o hanno pubblicato su un sito chiamato Il Club dei Poeti, di cui anch’io sono stato parte, commentando assiduamente tra il 2005 e il 2010. Farebbero presto i professionisti del settore poesia a parlare di dilettantismo, di sottobosco poetico; intanto, però, e parlo per esperienza diretta, Il Club dei Poeti è una vetrina e palestra molto più onesta e per certi aspetti più gratificante, di molti siti poetici “di rappresentanza”, che selezionano dall’alto e che non formano comunità interagenti. E poi i poeti di valore esistono anche qui, basta pazientare e tenersi vigili. Si capisce allora anche la volontà di firmarsi spesso col proprio nickname: una scelta forse discutibile, ma che segnala un’appartenenza a una comunità e forse anche un’umiltà nel non proporsi come subito riconoscibili, canonizzabili, nome e cognome.

Gli autori sono 19, per la maggior parte uomini (15 contro 4): dato di particolare interesse in quanto la promotrice, donna, non ha sentito l’esigenza di assegnare “quote rosa” ma si è lasciata guidare dal proprio personale gusto e, va anche detto, dalla disponibilità degli autori che hanno risposto alla chiamata (il numero iniziale era infatti più ampio). Ogni autore è inoltre rappresentato all’incirca da 5-6 testi: un numero sufficiente per farsi un’idea preliminare dello stile e delle modalità individuali; un numero adeguato per mantenere l’antologia snella e leggibile. Il lettore troverà dapprima una congerie estremamente eterogenea, ma poi, a uno sguardo più attento, potrà cogliere alcuni filoni dominanti, perfino alcune vie accuratamente evitate dalla curatrice.“The road not taken”, la strada non presa, per dirla con Robert Frost, è quella di un lirismo eccessivo ed estenuato, del tipo rinvenibile nelle migliaia di epigoni di una Merini, di un Neruda o un Salinas. In altre parole, il talora grazioso, più spesso stucchevole, poetese delle varie anime, lune, incanto o nudità. Quando c’è, il lirismo è l’orfismo musicale, vitalista, non estraneo al gioco di Daniela Fontana (Nell’avverso mi ci fiondo / a sasso a pietra puntuta a corpo / morto. Vitale vertigine, decesso / certo, “Preliminare”). Questa esuberanza di versi brevi fortemente allitterati o assonanzati può talora distendersi in un noi corale più riflessivo e pacato (Chissà se saremo abbastanza / lucidi da rovesciarci addosso secchiate / di colore o se seguiremo drappi argentati / quelli adatti alle allodole, “A stretto giro di posta”). Oppure, su tutt’altro registro, troviamo la bellezza fredda e concettuale di Margherita Ealla, un originale connubio tra il neo-orfismo allucinato di un Milo de Angelis (dentro i bricchi il latte diventa / preso da impazienza / sonnambula, “1”) e l’analiticità neo-oggettivista di un Marco Giovenale (Dagli effetti non è facile individuare / di chi il tratto, l’impennata improvvisa del pennello / uomo o albero, “32”), ma qui forse con più dolcezza nel bisturi dello sguardo. Su tutto, l’ossessione fortemente simbolista e spirituale del bianco (latte, neve, ossa, fiore alpino, il lungo andare bianco, “3”).

Una maggiore distensione narrativa, con interni o fotogrammi urbani, li troviamo in Angela Sias, Patti Schneider, Roberto Priolo, Samoa, Andrea Nani, Antonino Marina. Angela Sias, della Svizzera italiana, eredita la poetica lombarda degli illustri conterranei Vittorio Sereni, Giorgio Orelli e Fabio Pusterla. Qui “l’altro”, spesso un emarginato, uno sconfitto, è còlto in pochi efficacissimi tratti: lo chiama fuori un’urgenza / è l’asfalto a chiamarlo, fuma / un’erba povera intorno ai platani (“Metamorfosi”). Il ritratto può farsi espressionista, scavato nel verso e nel lessico, con l’efficace secchezza delle consonanti velari: Igor magro / ha frange / di fame pendenti dalle labbra, / magro coyote (“Igor è diventato un poeta”). La conterranea Patti Schneider ha un taglio più esistenzialista, quasi metafisico: Sono andati gli uomini – / niente segni, niente ombre (”L’art de la conversation”), fondersi di narrazione esemplare e allusioni ad opere d’arte, come in   “Dichiarazione d’arte”: e Lizzie distesa tra salici sghembi, ranuncoli e ortiche / che rappresenta ciò che è // la brevità e il poco spazio, affollato / lettere scritte forse a Praga (il dipinto a cui si allude indirettamente, mi sembra, è il celebre “Ofelia” di Millais).

Dalla terza persona usata di preferenza da queste autrici, si passa a una dimensione più dialogica e duale in Roberto Priolo e Andrea Nani. In Roberto Priolo la narrazione è precisa e pacata nel ritmo, con ricorso a versi canonici della tradizione italiana, endecasillabi e novenari, ma anche con momenti più “informali”, come nella scherzosa, a tratti nonsense, “Sparring Partner”:  come quando mi hai chiesto chi era Rousseau / e ti ho risposto che mi piacciono le granite al limone / e le edicole verdi. Talvolta, sul solco forse del “ramarro” di Montale, un animale si fa emblema di altro (“La Salamandra”), senza che questo comporti derive metafisiche: c’è una forte adesione all’immanenza del vivere, in questo autore. La seduzione del nonsense giocoso è anche in Andrea Nani, dove può essere dettato da false rime (omoteleuti) come nella serie tennis-mais-Doris (“4”), e con forse beffardi accenni da musica leggera dissacrati poi al verso successivo (Ti voglio bene biondina mia trovata a ferragosto /  senti il fumo di pini in brace), come a dire che l’amore non è sempre totalizzante e che l’allerta per il pericolo può esserlo di più. C’è la riduzione ironica del soggetto (Ora dipendo molto dalle brioche / dipendo tutto dalle brioche, con l’epifora a enfatizzare) ma anche l’allusione colta, tramite eco strutturale, a Dino Campana: le clip, le clip, avevamo preso le clip (“1”) da confrontare con i celebri versi di “In un momento”: Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi / Le rose che non erano le nostre rose / Le mie rose le sue rose.

Il tono si fa assai più risentito, crudo e disilluso in Samoa, dove i prestiti linguistici sono come pronunciati a denti stretti, perché riflettono il benessere occidentale che può ottundere la coscienza: dehors, matinées, ma anche chat e screensaver (“À la plage, à la plage”). Il soggetto poetico è consapevolmente immerso di quel che denuncia, consapevolmente complice del male: Parto per la violenza allegra di chi prende ferie dalla salvezza e ne gode, dice quasi cinico, con un verso che arriva dritto e interminabile come un missile. Per Samoa la poesia è giocare a carte scoperte, dove campeggia un io confessionale che subisce, perpetua e riflette, senza l’illusione di poter espiare le proprie colpe tramite la poesia, anzi: le metafore arrivando / si gonfiavano d’immondizia e menzogna / e marcivano in liquame / sgocciolandomi nei pantaloni (“Le strade per Guantanamo”). Alla lingua contaminata e espressionista di Samoa, Antonino Marina ne oppone una piana e media, tra neoclassico e crepuscolare, che permette spiragli inquietanti e al limite dell’allegoria: poi è spaventosamente solo / Nel lungo corridoio dei giganti bianchi (“I giganti bianchi”). In questa poesia l’io si guarda da una terza persona, adempiendo nei modi a una linea programmatica annunciata in un’altra poesia: cerco di non avere troppi legami con me stesso (“Normalmente”). I confini sono sfocati, non nominabili: qualcosa vuole fluire, qualcosa / preferisce una morte indolente (“Mi ha seguito come un cane”). L’effetto anche qui è di forte autenticità, ma essa si gioca nel nascondimento e nella mediazione anziché, come in Samoa, nel denudamento in direttissima.

Mentre l’espressionismo e il grottesco in Samoa sono funzionali, cioè trattengono una funzione critica (e perciò comunque umanista), questi tratti diventano inerenti al farsi stesso del discorso poetico in Dario Moletti e Dario Gualà. Moletti è un neo-surrealista (Oggi è un giorno surreale,  scrive infatti in “Stizza”), tratteggia scenari da dopo apocalisse, in una corsa verso lo spazio di cui si ha perso il senso: il rottame rumoreggia. / Entrambi / si osservano le nocche morsicate, / i petali sporchi (“Apollo”). O si veda lo straniamento analogico di questa sequenza: ma la testa gli è già caduta, / condimento della collina, formiche sotto i piedi (“Stizza”). Qua e là tuttavia emergono isole di senso, confessioni pensose che lo rendono accostabile a Priolo e Marina: dico spesso “a domani” / come mettere un appuntamento / nella tasca più lisa, / interrompo quando il silenzio è gelido (“Negoziati”). La stessa violenza verbale, ma fatta più robotica e didascalica, non meno interessata alla datità anatomica dei dolori d’osso sacro (“Post ero Polis”) la troviamo in Gualà, che per certi affronti contro il poetico mi ha ricordato Nanni Balestrini: mutazioni e stratagemmi vari al fine di un conveniente immobilismo (“Sudditanze al comando”). Il linguaggio medico, con un’aggettivazione tecnica, antilirica (arterie centrali, giallo epatico, intossicazioni pandemiche) si innesta in un fondamentale vitalismo edonista che definirei biologico e primordiale: spendo l’immagine godendo sonnambulo / del più semplice dei movimenti (“Maturità su fotogrammi d’adolescenza”).

Un altro filone fondamentale dell’antologia è quello che intreccia polifonia, gioco e mito. Possiamo vederlo in opera, con le diverse declinazioni che invariabilmente (e fortunatamente) sono proprie di ogni vero processo creativo, in Nicky Kelly, Mario D’Ettorre, Sandro Moscardi, Cataldo Vulcano e Giancarlo Locarno. Nicky Kelly fonde mito e basso quotidiano già nel titolo della prima poesia: “Metti un mito nella piaga”. Con un accorto lapsus, il “dito” dell’espressione idiomatica diventa  “mito”, e il mito si specifica nell’Orfeo ben poco orfico dei primi versi: Orfeo, dottore, non è più lo stesso / di prima del viaggio. Le poesie di Nicky Kelly hanno poi questa tendenza all’accumulo elencatorio che ricorda (anche negli intenti dissacratori) l’ultimo Montale, da Satura in poi. Ma questo citazionismo colto e scherzoso non si ripiega, come in Montale, in una difesa del proprio ruolo di cronista nobile decaduto. Piuttosto, il soggetto si prende ben poco sul serio (un po’ come in Andrea Nani): si veda soprattutto l’incipit di “di argilla e di statuaria”. A differenza che in Samoa, qui il lessico straniero a fine verso genera effetti umoristici, vista l’implausibilità degli accostamenti: Jungfrau-Romantik-niqab, per limitarsi a un caso esemplare.

Altrettanto ricercato e colto è il dettato di Mario D’Ettorre, dove però il tono è assai più raffreddato, piccato, di un tardo-modernismo tragico piuttosto che di un’indulgenza postmoderna: Noi, terzi, la caverna cantabrica / ci finisce gelida / e fuori le scimmie quarte si arrampicano (“[Katrina]”). La postura di chi scrive è semmai più accostabile a quella di Samoa, benché Mario D’Ettorre opti per una voce “da coro” piuttosto che da personaggio in prima persona. La cacofonia delle rime baciate ossitone rispecchia la decadenza dei tempi (ancora più giù è tabù / dove la pioggia tinge di blu, “[Cambronne]”), che il soggetto imita in falsetto senza in realtà sottoscrivere. Il risultato è quello di un dettato denso, impegnativo, pressoché impeccabile. Anche in Giancarlo Locarno c’è un respiro poematico, organico, poundiano (anche per la passione delle lingue orientali), teso all’affresco storico (“Le parole vuote”), ma più calato nella metropoli (“Milano e paesaggi”) e pure nel tempo immobile della campagna (le vecchie attorno al tubo della stufa / la mattonella calda / il gatto). Il dettato è spesso disteso, ampio, impreziosito da un lirismo analogico, deangelisiano, che tocca a mio parere vette di assoluto rilievo: lasciamo che la prospettiva tagli il collegio di studi filosofici / proprio sull’albero che regge le foglie dei nostri appunti / fissandoci sopra i battimenti di una guerra in corso altrove / con le spine di una puntina a interpretare le macchie lasciate sui muri (“Le parole vuote”). È un peccato che autori di questo calibro (come del resto parecchi altri già discussi in questa introduzione) siano finora rimasti in ombra. Proprio per questo una pubblicazione di questo tipo mi sembra necessaria.

Rispetto a Nicky Kelly, Cataldo Vulcano gioca coi luoghi comuni in maniera più esplicita, talvolta ai limiti della boutade: – Mi sta mangiando con gli occhi? / – Un po’ di sale, prego! (“Richieste addizionali”), o anche a Panama la canapa costa un occhio di riguardo (“Scorta Celta via Damasco”). Ancora mito e attitudine giocosa in Sandro Moscardi: l’inversamente proporzionale stupidità di Priamo / alla furbizia di Odisseo genera ugualmente / un cavallo Costante sotto il segno della Bilancia (“pensando ad altro”). Altre volte, come in Cataldo Vulcano, il gioco diventa troppo scoperto e dunque facile (con… turbante / e un angolo giro / con… tornante  “Promessa diletto dell’eletto”), segno forse di una poetica non ancora del tutto formata.

Poetica in boccio è senz’altro quella di Gianpietro Marra e Andrea Siniscalchi Montereale, che praticano una poesia molto informale, performativa. Gianpietro Marra talvolta cede al j’accuse generalizzato e provocatorio (Come possiamo biasimare Hitler / se scegliamo il cane dal Pedigree, “Cuì (QI)”) o riprende temi e lessico da musica leggera (con la solita musica / con la solita vita / con la solita noia, “I soliti Bar”, memore forse dell’incipit degli 883 stessa storia, stesso posto, stesso bar). Però la voce è autentica, è autenticamente disillusa, e coglie nel segno quando si fa più riflessiva: abbiamo il cielo sulla testa / qualsiasi sia la rotazione / dei nostri punti di riferimento (“I nemici”). In Andrea Siniscalchi Montereale c’è una forte voglia di trasgressione (mi cagherei sotto alla laurea / lascerei una sborrata in faccia al papa, “Colloquio al bar Düsseldorf”) e un’impronta bukowskiana, tra autobiografia minima e appello al lettore (mi trovavo una mattina sul fiume che va sul mare / per motivi folli, talmente folli che non vi dico, “Bleah”). Su un registro altrettanto informale, ma partendo da premesse diverse, di osservazione tra il divertito rassegnato e l’edificante, si muove Marco Aschieri: i suoi ritratti “di gruppo” (le figure delle carte, le donne di sinistra, i ragazzi e le ragazze della classe C) sono arguti, corteggiano lo stereotipo per minarlo dall’interno (le donne sopra i tacchi non santificano la festa / non riscaldano la minestra). Il verso volentieri si sfibra nella prosa continua, lo spelling si deforma per rendere, con benevolenza e partecipazione tacita, il primato della pronuncia sull’ortografia: fede cià un peluche che si chiama alberto, // le ragazze della c non amano fare lo streccing.

Insomma, il panorama del cosiddetto “sottobosco” è vitale e variegato; certamente è caratterizzato da diversi livelli di consapevolezza e di maestria artistica, ma da una cosa, da una fondamentale cosa è fortunatamente al riparo: dalla poesia di maniera, “né carne né pesce” che tanto successo sembra avere presso associazioni e premi, che spesso non tollerano la dismisura, la difficoltà e il gioco. Qui trovate tutti e tre questi elementi insieme a molto altro, una sensibilità al mondo esterno oltre i confini dei propri tormenti e tormentelli. Non è un’antologia perfetta né completa, ché altre valide voci sono rimaste fuori, per scelta o per contingenza; ma è un deciso e salutare punto di partenza per problematizzare il canone monolitico che certi centri di potere culturale sembrano voler imporre alla poesia emergente.

           Davide Castiglione, gennaio 2015

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Angela Sias (ANAIS)

Cattività

Se passo il varco
è sicuro che mi perdo
finisce che mi intrattengo con le ombre
davanti a un bicchiere di camomilla.
È notte fonda e di qui non se ne vanno
madre e padre, la congettura sulla poesia,
tu con le tue fisime in braghe di tela,
un uomo più giovane in bicicletta
ha un flagello che si abbatte sulla schiena
del colore dell’oro vecchio
e un nome biblico se lo divora
e ruota
gli ruota attorno l’aura
di una specie diversa,
non si può giudicare da quattro chiacchiere
“in fondo noi non ci conosciamo”,
hai la faccia di uno che non si fissa su niente,
almeno, la pensavo così la libertà:
una cosa che si attua in pieno giorno.

Ho agito solo per istinto
quando ho aperto la bocca
nell’atto universale dell’amore.
Eravamo lupi e da allora
di notte in notte
sono più selvatica.

 

3306 Byron

Transfer at Doha 

attorno declina ciascuno
la sua negrità,
mentre al desk una donna
tutta in nero è i suoi occhi

ma fondono.
Sarà che a volte punge dove era il bisso
e adesso non saprei
più dire di una convenienza,
ma vado su e giù col GAV

(qua di solito mi prendevi
per mano, indicandomi inezie
colorate
tra posidonia e rocce:
come due lamantini
ci assestavamo in quota)

Ecco, ricordo:
volevo stendermi anch’io nella saletta moschea
ma da noi per questo
ti danno il baule
coi vestiti fuori moda
di una boutique fuori zona
in cui ti puoi sdraiare
e stare un po’, se vuoi.

Così m’accendo
l’ultimo romeo y julieta
nella saletta fumo:
un posacenere colmo
al centro di una giostra
di facce spaiate.
Fumo e penso a come deve essere fuori ‘davvero’

(sempre creduto
una cattedrale metafisica,
disadorna,
da arredare coi pensieri)

ma stavolta sono sbarcato
a Dite International,
mica rose di deserto:
solo via vai di viscere
e stridore di merci e luci.
Ci vuole niente per confondersi, pallonare.

Poi risalgo sull’aereo e il vento bollente mi rivolta:
lontano mi vedo in quell’abisso,
mentre serro i ranghi
all’orrore, come faresti
con il carburante da freddo.

Margherita Ealla (GHOSTDAISY)

4.

La neve santa entrata adesso nel suo colore
copre la rosa canina delle montagne abilmente a schermire
che le folli idee siano fenditure capaci
di dio fra le ossa del cranio. Sotto il bianco infatti è ben raro
non mettere a nudo e lievissimo il suo torpore
perché lo sai, il bambino sembra non appartenere
esce dalla madre, piange diviso in due, vorrebbe ritornare
ma il sangue non più concorde, non più
premuto in una stessa carne, segue la rondine
che va e viene, ricorda il tetto.

Nicky Kelly (JOSHUA)

points

quando Edith Stein dice
che il punto di fuga
potrebbe essere in ogni parola

penso a come si senta sola
la vodka nella sua vocazione
a molti amici e poco

ardore
a quando il cervello decide il deicidio
programmato

dopo avere scaldato
l’enneagramma
a contatto con la natura

fredda del sublime di Burke.
Sì, das Ewig-Weibliche zieht uns hinan.
Mentre tu ti maceri su quale colore

stia bene alla definizione di legge
nel neutonianismo per signore
una volta capito che il mondo

è bassorilievo
d’amore secondo la camera che si muove
o la regia che punta a dove si consuma.

Roberto Priolo (MOLASSES)

P

Metti il tuo profilo migliore su Facebook
quella foto educata col prendisole celeste
e le infiorescenze tipo petardo. Il giorno
in cui tua madre ti mandò a chiamare di corsa
e nel quartiere vibrava un vento basso da mare
mentre caricavo la macchina, solo. Come
è sempre stato anche il sole non fa niente
per mettersi in mostra, più di quanto gli costa
esistere per se stesso. Non te ne accorgeresti
se non ci fosse l’ombra di un segreto
o una voce sconvolta che da dietro un angolo
ti dice “fa caldo” ogni ora.
A tanto si riduce il mio leggerti le previsioni
del tempo, risolvendo a memoria il cruciverba
dei tuoi occhi attratti da altro. A tanto si riduce
la corrente che dal finestrino socchiuso copre
con un fischio le parole d’Erode di chi ti vuole
una strada tra tante. Il rebus del mio tatuaggio
e la P che porto sul petto ridendo dentro
gli occhiali da sole. Tu che mi hai detto “per
favore portami via” quasi urlando.

Dario Moletti

 

Stizza

È seduto sul rimorchio, sembra fiero,
ma la testa gli è già caduta,
condimento della collina, formiche sotto i piedi,
con un colpo della mano leva solo polvere.
Sua madre vera è porcellana,
suo padre vero il rosario nella bara,
gli amici spuntano dalla giovinezza,
fumano sigarette elemosinate,
non vede più ali d’angelo sulle schiene.
Oggi è un giorno surreale
perché dorme ancora da ieri,
con segni di pelle.
Il comportamento del sogno è svanire
l’assurdità è avvolgerlo,
sugli scatti rimangono lampi ed erezioni.
Non ha lo stile dell’artefice,
come decifrare la punizione,
ha comprato dorsi sdrucciolevoli.
È umido, coi denti piazzati nel cesto,
scende sull’asciugamano invece dell’arco osseo,
umido ed impenetrabile,
per tutte le volte che ha mosso il piede,
umido a sillabare la cupa anima.
Ghiaccioli alla rinfusa,
precipiti da un anniversario maiuscolo,
dall’ultima lista non ridevi
mai abbastanza.
Direbbero che sei cambiato,
direbbero, non fossi così ubriaco,
le scarpe appese all’altare.
Vernice acrilica nelle stanze attigue,
un nome dimezzato riempe,
nessuno capisce perché col sangue,
anche sulle portiere a scatto.
L’acciaio ha colpito gettandolo
dove stelle non può trovare,
nudo piange a lassù.

Patti Schneider (PATTIS)

Dichiarazione d’arte

La cronologia degli sposi olandesi
aveva lunghe dita affusolate, febbrili rosse mani,
una candela nella stanza, l’immagine della santa,
teneri broccati da terre lontane
poi i vetri, lo sguardo reclinato, un figlio in arrivo
il futuro forse nato morto.
Seppellirono le poesie
accanto alla sposa mentre i coniugi
lentamente si decomponevano.
Il trapasso era tra le parole, silenzio
come di bosco, un discorso amoroso.
Ed ora, con visi affilati
replichiamo la scena
meno piena di parole corrotte
e Lizzie distesa tra salici sghembi, ranuncoli e ortiche
che rappresenta è ciò che è
la brevità e il poco spazio, affollato
lettere scritte forse a Praga, forse in Italia ed
erano lettere d’amore, coppie istoriate.
Ora, nel silenzio, nella loro nudità, scelsero di perpetuarsi.

Samoa (PICCOLOEROBIONDO)

À la plage, à la plage

Mi sono detto
che avrei dovuto passare
le vacanze in chat
darmi a rapporti internazionali ed imprudenti
non protetti
dall’ uggia dell’orgia di parole.
Per ogni sera persa nei dormiveglia estivi dei dehors, nell’insonnia dei matinées esclusivi
avrei fatto una scoperta ed un’ offerta.
Tramontare dentro lo screensaver
Orange and yellow di Mark Rothko
devastato dall’imperizia nell’usare Instagram ed un falò di app imbizzarrite
che mi si ritorcono contro
nonostante la fila notturna all’Apple store nel mese di febbraio.
Con l’indifferenza che ispira l’arte a chi è votato
ad una pira di gesti creativi e più ancora ridicoli
(uccidere gli dei dovrebbe provocare la medesima noia,
è dunque preferibile il noviziato del disinfestatore di zanzare)
Parto per la violenza allegra di chi prende ferie dalla salvezza e ne gode.
Baratto da un pezzo su E-bay ogni redenzione
per un attimo di rischio contabile, una denuncia plausibile della Polfer.
Le tazze di Limoges della nonna.
Insomma un brivido non canonico.
Rinvengo nell’ultimo chupito sul bancone del venezuelano
che, alla faccia della giunta di sinistra, ha occupato abusivamente
un pezzo di marciapiede in via Palmanova con palme per niente nuove e tavolini
ed interstizi di autentica tristezza e sporcizia.
Perché sono finalmente pronto a raccattare i resti altrui, gli avanzi
e mettere la dignità dove è giusto che stia.

Piano b, secondo passo.

Che ne farei altrimenti dei bacarozzi ingellati di Piazza Sintagma
i quali, nonostante il flauto, si intestardiscono a non seguirmi.
Dei marinai infracicati prima dell’approdo ad un letto qualsiasi ad Omonia
od abortiti tra le penchés di Kolonaki e prezzi al ribasso fino al buco nero.
Dovrei riprendere a seguire le lezioni di passato
dai vecchi che battono al Pireo
dai loro baffoni olfattivi che trattengono le briciole e il vino orrendo bevuto con le mogli
adulterato più di questi versi
(io che per contro natura sono astemio di poesia
e la pratico più per una sorta di tagliando annuale che per sentimento).
Ma lo ammetto: non ne ho il coraggio.
Aduso come sono a cene raffinate ai bordi della Placa
anche quando non ho fame, né sete. Né carte di credito o reputazione.
Pagherò salato, questo lo so già.
E nemmeno gettare un occhio al posteriore dei posteri mi consola.
È che non riesco a rifiutare un ammiccare nemmeno quando sono sazio.
Così scendere a Kerameikos è come vagare nell’usuale labirinto
di un’evidente assenza di attenzione per dove si mettono i propri piedi
che andrebbero ben più che puniti per le strade che ci spingono a rifare
senza alcuna voglia.
La coazione domestica di un linguaggio universale (come un franchising anonimo e infinito):
anche qui continuano a costiparmi lo schermo di segni patetici, brutti, incomprensibili:
come questo :-)) o questo :-p.

E poi manco mi salutano.

Ma non finisce, né avrà mai fine
(il lettore ostaggio riconosce, a questo punto atterrito ma in ritardo,
la minaccia dell’autore attuarsi in vero e proprio assedio)
la crisi che spinge a ripartire
come rocchetti nelle mani di bambini adescati dai Sé delle loro vite precedenti
invece di rilassarsi e spiaggiarsi appagati di ciò che si è sbagliato
ripetutamente
ed in un afflato finale di generosità ed altruismo
esalare l’ultimo simulacro e zampettare felici
oltre la soglia di fico che ci ha finora nascosti.

Dario Gualà (SCORIAINDUSTRIAL)

Ultima meta (Brocken)

 

È un tormento perdere la miseria che abbiamo
esaltando l’ego fondato sul niente, si arriva
al niente si resta e basta che sembri migliore
di ciò che è altrui, disinteressa solo il perché

E non ci appartenga, questo lirismo ostentato
stridente in ogni strascico, resta e basta, strega
in prossimità di retina, c’è giustizia in conflitto
purtroppo, il respiro non ha mai traduzione

Preferisco il rumore assordante in ogni sua variazione
al tuo mutismo orchestrato, in privato si mercificavano spettri
di gloria in frastuono si svergognavano nani e saldi eufemismi
cliente di te stesso in stasi ricadi e già dovrebbe essere Stato.

Fino al silenzio che vuoi
Sai di letargo interrotto di colpo
di nervo che affiora sai, si brucia
di me, sai, d’intreccio che occulta.

Fino all’orgasmo che avrai
Detesto versificare l’odio ma mi tocca
spero poi tolga la mano e venga a me
in preda al panico di forme, la grazia.

Brocken: Il Brocken, vetta delle montagne dell’Harz, in Germania. Nonostante la sua bassa altezza, tende ad essere coperto dalla neve da settembre a maggio, e foschia e nebbia lo avvolgono per quasi 300 giorni all’anno. Il picco, nelle leggende locali, ha una lunga storia di associazioni con le streghe e il diavolo, che risalgono a ben prima che la montagna venisse menzionata nel Faust. Il picco è anche conosciuto per lo “spettro del Brocken”, una strana apparizione che occasionalmente spaventa gli scalatori: una torreggiante figura ombrosa si profila minacciosa nella foschia, con la testa circondata da anelli con i colori dell’arcobaleno.

Antonino Marina (SEEKER)

I giganti bianchi

Si sente ispirato.
Il quaderno arancione ancora chiuso
sopra al piccolo tavolo quadrato.
Poche auto passano sul viale, il palazzo
tace. Un tuono preannuncia temporale.
Gli armadi aperti, la roba stesa sul balcone
ad asciugare, il caffè ancora caldo.
Lui comincia a respirare profondamente
l’aria di quell’atmosfera pomeridiana
ed ecco: finalmente apre il quaderno
su una pagina bianca, l’impatto è accecante
ma lui continua a respirare.
Arrivano i pensieri.
Li guarda passare
fino a che lo sferragliare s’allontana.
Poi è spaventosamente solo
Nel lungo corridoio dei giganti bianchi.

Giancarlo Locarno (TELEMACO)

Le parole vuote

“Prima generazione dei senzaguerra:
dissimuliamo il nero che sale dal cavedio degli assoni
in un sorriso e in un tocco di rossetto
un po’ sbagliati come gli sbiechi lucivori dei principianti
un po’ eterni come i teoremi del terzo suono
che dalle cliniche ci dimostrano la struttura dei silenzi materni.
Lasciamo che la prospettiva tagli il collegio di studi filosofici
proprio sull’albero che regge le foglie dei nostri appunti
fissandoci sopra i battimenti di una guerra in corso altrove
con le spine di una puntina a interpretare le macchie lasciate sui muri.”

Dello straccio di spazio con dentro le parole
non ti curavi nemmeno
e il tempo lo attraversavi
come la tartaruga di Elea.

Spogliato da grammatiche e sintassi
questo era il presente
che per me non muore.

Lo spostamento verso il rosso
fu un effetto Doppler:
l’espansione di due galassie affettive
che non si incontreranno più.

Al terzo suono
la faglia del rift si fa crepaccio
nel contrappunto
dell’Aloisianum.

Al di la dei falò
lungo il Ticino
era già in agguato Milano

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