Tigre contro grammofono, serie 3: FOLLOW THE LIEDER, 1

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Il Potere può attraversare il ponte in almeno due modi; politicamente, può assumere lo statuto di Governo in esilio, continuando tuttavia ad operare dall’estero. Un esempio è il caso del governo polacco, che costretto a fuggire dopo l’occupazione tedesca del 1939, prima a Parigi e poi a Londra, rimase attivo fino al 1990. Allegoricamente, può rinunciare parzialmente alle proprie prerogative per finalità rituali, dislocandosi temporaneamente altrove. Vittorio Lanternari ha scritto che si tratta in tutti i casi di un «non ordine» fissato nel tempo, nello spazio, nei limiti formali, come istituto di riscatto e liberazione dai vincoli imposti dall’«ordine» che è il suo contrario; ma anche come istituto di garanzia del permanere di quel sistema ordinato che comunque è condizione insopprimibile del vivere in società. Certo, dentro questa struttura psicologico-antropologica nella quale ordine e disordine s’integrano reciprocamente in modo funzionale, trovano espressione nelle feste popolari anche quei moti di contestazione e di ribellione ritualizzata che surrogano, ma talvolta storicamente annunciano o preparano moti di rivolta contro condizioni di esistenza economicamente misere e/o socialmente oppressive. Il passaggio dalla ribellione ritualizzata – quindi camuffata – alla rivolta aperta segna il passaggio da una Weltanschauung collettiva orientata nel senso di un controllo mistico-rituale e cioè simbolico, a quella orientata nel senso d’un controllo pragmatico e sociopolitico. È il passaggio dalla festa come «gioco» alla festa come «rivolta». […] Il rituale eliminatorio sia esso d’ambito magico-religioso (espulsione di malattie, demoni, ecc.) sia d’ambito civile e socio-politico (contestazione d’un sistema sociale o politico) implica di per sé, come momento integrante di un unico processo logico-espressivo, quello alternativo della fondazione, anzi della rifondazione1. Ritorna prepotentemente il tema della finzione. Se un Governo in esilio è una istituzione puramente formale, ciò è altrettanto vero – seppure le condizioni appaiano di segno inverso – nel caso di un Governo fantoccio, poniamo come quello promosso da Stalin nel 1944 in Polonia con la reggenza di Wanda Wasilewska. Prima di arrivare al punto, si rileva che il 31 agosto 1939 la stazione radio tedesca di Gleiwitz venne attaccata e utilizzata da un gruppo di soldati polacchi per invitare i connazionali a mantenere la resistenza contro Hitler; se non fosse che i soldati non erano polacchi, bensì tedeschi travestiti da polacchi, e che l’indomani avrebbe avuto inizio la campagna nazista di Polonia. Il punto è che nei ghetti dei territori occupati dall’esercito tedesco vennero istituiti gli Judenräte (Consigli degli ebrei), organi costituiti per eseguire, senza possibilità di contraddittorio, gli ordini impartiti dai nazisti. Tra le mansioni assegnate agli Judenräte si ricordano: far lavorare i correligionari nelle industrie belliche tedesche alla stregua di schiavi, nonché organizzare le deportazioni nei campi di concentramento. Michel Foucault ha scritto che Klee tesseva uno spazio nuovo per disporvi i propri segni plastici. Magritte lascia regnare il vecchio spazio della rappresentazione, ma soltanto in superficie, perché esso non è più che una pietra liscia recante delle figure e delle parole: sotto non c’è nulla. È la lapide di una tomba: le incisioni che disegnano le figure e quelle che hanno marcato le lettere comunicano soltanto mediante il vuoto, mediante il non-luogo che si nasconde sotto la solidità del marmo. Noterò soltanto che a quest’assenza  accade di risalire alla superficie e di affiorare dal quadro stesso: quando Magritte ci dà la versione di Madame Récamier2 o del Balcone3, sostituisce i personaggi dei dipinti originari con delle bare: il vuoto invisibilmente contenuto tra le assi di quercia laccata dissolve lo spazio che era composto dal volume dei corpi vivi, dall’espansione degli abiti, dalla direzione dello sguardo e da tutti quei volti pronti a parlare4.


1 Vittorio Lanternari, Festa carisma apocalisse, Sellerio editore, 1989, p. 49 e p. 51
2 Jacques-Louis David, Madame Récamier, 1800, Museo del Louvre, Parigi
3 Édouard Manet, Le balcon, 1869, Museo d’Orsay, Parigi
4 Michel Foucault, Questo non è una pipa, SE, 1988, pp. 59-60

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