Il gesto critico

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“Tu se sai dire, dillo”: un invito – aperto, generoso, accogliente; ma anche una preghiera – una supplica, quasi una implorazione.

Comunque lo si interpreti – invito o preghiera – questo verso – tra i più intensi e significativi di Mesa e, in generale, della poesia contemporanea italiana più recente – sintetizza in poche ma lucidissime parole la centrale intuizione mesiana della verità etica come orizzonte della scrittura poetica, quel luogo cioè “dove le parole, non potendo attingere alla verità, cercano la precisione, la sincerità” [1], poiché “l’ostacolo principale al dialogo non è la diversità di opinioni ma il “comportamento” (l’etica, appunto)” [2].

È in tal senso, dunque, che il linguaggio – quando è poetico[3] – smette di essere una questione di comunicazione e comincia ad essere una questione di coscienza, cioè di ricerca di nuovi modi di dire per fondare nuovi modi dell’agire. L’azione fondante del linguaggio (poetico) avviene nella pronuncia, ovvero nell’atto della interlocuzione che, pur nell’impossibilità di raggiungere una verità, individua la irrefutabile immanenza di un suo preciso momento dialettico: quello sacrificale [4] del dono, cioè il suo darsi nella contingenza della costruzione del senso.

Mesa scrive: “tu se sai dire, dillo”, e poi – all’interno dello stesso verso, come se non fosse possibile pronunciarlo separatamente – aggiunge “dillo a qualcuno”. L’importanza di questo qualcuno è triplice:

  1. innanzitutto, la presenza di qualcuno sposta l’asse del dire dal piano del discorso – dove il linguaggio è finzione, cioè funzione di una socialità e di un senso da esso mediati e originati altrove, al piano del dialogo – dove il linguaggio è reale nella misura in cui esso è misura e genesi del senso e vincolo della socialità che in esso e per esso si produce;
  1. riportando il linguaggio alla dimensione che gli appartiene – e cioè al dialogo come luogo in cui la socialità si produce – la presenza di qualcuno contribuisce a demitizzare il senso (o la sua assenza), restituendolo alla contingenza della natura collettiva e perennemente in fieri che lo caratterizza;
  1. in ultimo, la presenza di qualcuno introduce un elemento di apertura che, impedendo alla speculare circolarità del binomio io-tu di intrappolarlo nel suo tautologismo, garantisce al senso la tridimensionalità di un orizzonte storico – cioè: prospettiva e tradizione.

È così  – e solo così – che la verità come aspetto storico del nulla può passare in secondo piano e senza crolli a fare da sfondo al perenne susseguirsi di piccole effimere contingenze che, attraverso il linguaggio, si installano in una durata che è la loro narrazione.

Dice Mesa “pur nell’incertezza assoluta sul senso delle parole, dovremmo almeno, ancora, cercare di pronunciarle come se un senso, ad esse, volessimo attribuirlo, cioè trasferirlo, nell’interlocuzione, affinché un dialogo possibile non si spenga sùbito nella vacuità di parole soltanto fàtiche… È come se, nell’interlocuzione, delle parole fosse rimasto soltanto l’involucro, il valore di scambio… ”.  Dunque, l’impegno del linguaggio poetico consiste anche nel recupero del valore d’uso delle parole, perché in esso possa compiersi l’atto fondativo del senso, cioè la sua epifania. Scrivere e leggere, allora, diventano atti speculari di una stessa umana necessità: comprendere.

In tutto ciò è legittimo chiedersi che posto occupi la critica. In sé, il discorso critico, così come parlare, scrivere poesie, fare figli o visitare posti esotici, è un palese atto di irresponsabile arroganza, un far finta di non conoscere la propria infima e malcelata condizione umana. Volendo però approfondire, parto dalla domanda posta da Biagio Cepollaro durante l’incontro dello scorso 19 settembre: cosa significa leggere un testo poetico?

La risposta a questa domanda potrebbe essere: farne esperienza – letteralmente. Quando si legge – soprattutto se si tratta di un testo scritto con il linguaggio poetico mesianamente inteso – succede sempre qualcosa, anche se si è soli seduti in una stanza vuota. Quel qualcosa che succede durante la lettura – un’intuizione, una scossa, un impercettibile cambio delle proprie sinapsi – è l’esperienza del testo, cioè la sua fenomenologia. Non si tratta più, infatti, di scovare messaggi cifrati, essendo ogni tentativo di decifrazione una nuova cifratura: il senso della esperienza del testo ha acquisito priorità rispetto al significato della sua espressione. Di conseguenza, la critica ad un testo è, anche e tra le altre numerose cose, la traduzione (o, meglio, trasduzione) in termini nuovamente linguistici della esperienza, avvenuta su altri livelli, della sua lettura. In altre parole, il testo è il fatto e la critica il suo racconto[5].

Ora, così come qualunque prodotto del linguaggio, ogni discorso critico è, naturalmente e per definizione, anche politico – e perciò etico oltre che estetico. Ciò è vero non per la equivoca corrispondenza tra bello buono e giusto. È invece la presenza dell’altro a caricare di responsabilità la sua natura pubblica, oltre al fatto che il linguaggio, come qualunque altro fenomeno, accade, conserva cioè una empiricità che si manifesta nel suo essere causa di conseguenze di cui è direttamente responsabile.

In tal senso, gli appunti di Mesa sul “Dire il vero” [6] sono validi anche – e a maggior ragione – per il discorso critico: poiché non esiste una verità ma solo una sua versione, esso pone le proprie basi sulla restaurazione del perduto rapporto dialettico tra il testo, chi lo ha scritto e chi lo ha letto. Solo attraverso il recupero della dialettica, cioè la non elusione del problema attraverso l’eliminazione di una delle sue parti, è ancora possibile garantire una produzione di senso, cioè una verità – quella etica, piena di conseguenze, della contingenza del divenire.

La responsabilità del discorso critico ricade inevitabilmente su chi lo formula, e la dimensione dei suoi obblighi è direttamente proporzionale alla portata dei suoi effetti, a loro volta determinati dal ruolo che chi lo pronuncia ricopre nella società che lo ascolta. Nel caso specifico, la responsabilità del discorso critico degli intellettuali ha una portata potenzialmente enorme, che è di natura economica oltre che politica – dunque etica ed estetica. In un certo senso, infatti, dire il vero è il lavoro degli intellettuali che la società paga, così come (molto riduttivamente) gli intellettuali e la società pagano perché gli autobus funzionino. La dimensione economica del dire il vero in ambito critico trasforma così il suo discorso in un campo di battaglia dove responsabilità ed interessi degli esiti si scontrano. In fondo, dal punto di vista culturale, l’intero Novecento – soprattutto nella sua seconda metà – è consistito per la gran parte nella spettacolarizzazione mediatica di questa lotta secolare di cui tutti conosciamo ad oggi gli esiti.

La perdita di appeal degli intellettuali – così come dei politici – sulla società è in parte e tra le altre numerose cose dovuta al non aver detto (mesianamente) il vero. Ciò ha prodotto due risultati importanti: da un lato, la responsabilità del discorso critico è stata trasferita direttamente all’opera, che si è caricata così di colpe che, non appartenendogli, la costringono più o meno implicitamente all’interno di un conformismo castrante o di un anticonformismo ludico che non portano da nessuna parte; dall’altro lato, il non dire il vero del discorso critico è scaturito in una mancata presa di posizione che, lasciata libera – anzi, vuota – non ha potuto impedire lo sviluppo incontrollato del fenomeno dell’autodidattismo e del DIY [7] in ambito culturale. Fenomeno che, si badi bene, non è un male di per sé, ma non è nemmeno un dire il vero; a ciò va inoltre aggiunto il fatto che l’altro come elemento attivo del dialogo scompare mentre tutto rientra nella speculare e tautologica circolarità del binomio io-tu dove il do ut des è la regola che evita la spreco di energie nella battaglia tra responsabilità ed interessi – a favore degli interessi. In altre parole: un gran vociare dove nessuno sa dire più nulla a nessuno ed alla fine non succede mai niente.

La cosa più interessante del concetto di verità etica formulato da Mesa è la forza attraverso cui questa espressione esige di riconoscere, ammettendolo nel momento stesso della sua pronuncia, la natura tangibile di un concetto tendenzialmente relegato all’ambito metafisico. In tal senso, e con gli stessi fini, mi piacerebbe cominciare a parlare di gesto critico piuttosto che semplicemente di critica, affiché il concetto di critica includa con forza e indissolubilmente anche il suo movimento, la sua fatticità. Perché discutere di lirici ed antilirici è importante e conoscere la pronuncia fonetica esatta di Camus non ha prezzo. Però, perdio, c’è bisogno che accada qualcosa, che possa finalmente accadere davvero qualcosa.

(pubblicato su Nazione Indiana)


[1] Ad esempio. La scoperta della poesia

[2] Tre lemmi

[3] è importante sottolineare il fatto che si stia parlando di linguaggio poetico e non di poesia. Un dettaglio forse sottile, ma che manifesta la secondarietà del discorso sui generi letterari.

[4] nel senso di sacrum facere, rendere sacro

[5] Il racconto di un fatto, cioè la sua narrazione, è ciò che garantisce una durata all’effimero riscattandolo dal divenire e consegnandolo alla storia. È, cioè, il processo produttivo del senso.

[6] Dire il vero. Appunti

[7] Do It Yourself

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