Magdalo Mussio: “Monodico e Chiarevalli Monodico”

 

Lo splendido libro di Magdalo Mussio raccoglie le sue opere di poesia visiva Monodico (1987-2001) e Chiarevalli Monodico (1963-2001) e contiene il saggio interpretativo Radure dell’essere di Flavio Ermini, il quale dissemina le sue pagine nel libro come fossero punti di raccordo tra le opere. Esso è, invero, un singolare oggetto, perché tale raccordo è messo in discussione da Ermini stesso, oltre che da Mussio, visto che quest’ultimo accosta parole e figure in termini competitivi. Si tratta di un’opera non afferrabile da nessun punto di vista poiché al centro è posta da entrambi gli autori la questione dell’indicibilità dell’essere. E il libro vale in quanto rete viaria che da questo centro si diparte per indicare gli interstizi, le derive, le lacune, le vacanze, le latitanze, i miraggi, quasi tutte ingannevoli o svianti, che da esso si dipartono. In questo libro, porre la questione dell’essere vuole dire porre l’irrealizzabilità della sua pensabilità, della sua rappresentazione, ed ecco perché le due voci si saldano, anche in una conclamata dismissione dei generi,  a indicare come fittizio il traguardo raggiunto da chi crede di potere afferrare con il concetto o con le categorie, o con i metodi della rappresentazione (testo, disegno, tragedia, commedia, prospettiva, ecc.) l’essere, appunto!

La questione si sposta dall’essere al divenire, ma con un risvolto invero originale: l’inseguita e mai raggiunta trasformazione delle cose è ciò che consente di non riposare mai su nessuna forma, e non per inficiarne la validità, ma per avere contemporaneamente presente anche tutto ciò che nell’opera non è stato incluso. E ciò non per rimarcare che l’essere coincida con la totalità, ma per reclamare l’abbattimento dell’astrazione, dell’assolutizzazione. E’ l’opzione a favore di ciò che reclama di essere finalmente intuito nella sua complessità, sebbene non sia che ravvisabile a tratti.  Come una mappa che volesse coincidere con l’estensione della terra stessa e che perciò stesso non potesse essere visualizzata nella sua interezza, vi si inscena la necessità di non tralasciare nulla: ogni particolare è di fondamentale importanza, cambia la prospettiva, vi si vedono attraverso, rotto vetro, altri mondi possibili.

L’accumulo, nelle poesie visive di Magdalo Mussio, sembra essere il dato preponderante, ciò intorno a cui, con cui costruisce la sua poetica. Dall’accumulo prolificano visioni in cui non l’intersezione, non l’osmosi, non la congruenza si materializzano sulla superficie del foglio, e nemmeno una prolificazione del senso o una sua maggiore ambiguità, ma una rarefazione, un asindeto verso il silenzio, un approssimarsi al vuoto. La pagina, in cui testo e linea e colore si affrontano letteralmente, risulta come dissidio aperto e incolmabile, metamorfico trasformismo che non può raggiungere nessuno stadio definitivo. E che sta a indicare la complessità teorica della pagina poiché vi coesistono estetica e funzione, simbolo e decorazione, teoria e progetto. Il moto incessante degli occhi e della mente sulla pagina, indica che la soluzione è una terza via (fra le due genericamente indicate come il testo e il disegno): impossibile da portare a compimento. Il tentativo di Magdalo Mussio consiste nel sabotare la fissità, la griglia usuale di riferimento affinché senso testuale e senso affiorante dall’immagine si sporchino l’un con l’altro e la pagina divenga campo di lotta, reclamante la non collocabilità.

Flavio Ermini si accosta alla tavole grafiche e testuali di Magdalo Mussio con una scrittura situabile all’intersezione dei generi della poesia e della filosofia,  che non è la somma dei due, ma un particolare modo di risiedere nel pensiero. Un pensiero che non è l’accordo pacifico delle due modalità di rappresentazione, ma un impegno in cui l’una forma non prevalga sull’altra, in cui ciò che c’è in un genere non sia estraneo all’altro.  Quello che se ne ottiene è una mai sopita alterità, vero e proprio frutto prezioso, il quale mantiene attiva la faglia di eruzione, la fonte sorgiva in cui le contraddizioni non si placano, ma riverberano, si accendono, conflagrano, esplodono, mettendo in nuce il problema cogente della nostra contemporaneità: che da Hume si configura come non assuefazione all’abitudinarietà della percezione, della riflessione e della convenzione rappresentativa.

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