Appunti n.19: Per una poesia esodante. Sulla ex-piccola borghesia o ceto medio in poesia – Ennio Abate

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Sulla poesia esodante. Intervista di Ezio Partesana a Ennio Abate

Questa intervista è il risultato di un amichevole e fertile duello tra...
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  • Ecco una lunga riflessione-commento che l’amico Giorgio Mannacio di Milano mi ha autorizzato a pubblicare:

    SUI POETI ESODANTI.

    1.
    Lo scritto di E.A sui poeti esodanti merita un profondo interesse. In esso E.A ha profuso intelligenza, passione,competenza ed acume critico. Non si tratta, infatti, di una vuota operazione per legittimare una sigla ( poeti esodanti, appunto: scelta comunque felice, come dirò ) ma di una ricerca critica a largo raggio e di una proposta costruttiva ( le 14 tesi ) seria ed argomentata. Su diverse cose contenute in tale testo sono d’accordo. Debbo esserlo almeno per coerenza con alcuni miei interventi precedenti anche se essi divergono da quello che scrive E.A quanto ad alcune premesse e certe conseguenze. Ho notato – lo dico senza alcun risentimento che sarebbe veramente vacuo , ma con una sorta di preoccupato stupore – che alcune mie osservazioni non su singoli poeti ma su temi generali coinvolgenti lo “ stato e il destino” della poesia le mie meditazioni abbiano avuto risposte per così dire “ oblique “.
    Quanto ai poeti e scrittori e le loro opere mi pare istruttivo quanto ha scritto Paolo Mauri a commento del libro di G.C. Ferretti : Contro storia dell’editoria italiana attraverso i rifiuti dal 1925 ad oggi : La Repubblica, pagina della cultura ,50 )
    Quanto,poi, al “ luogo della poesia “,mi sembra indovinato il termine “ esodanti “ che richiama alla memoria una collettività sfrattata che si muove verso…. Vi è – nel titolo – un briciolo di ironia , non so quanto volontaria , che non guasta. I poeti sono,infatti,una schiera e tutti si sentono sfrattati da una terra che pretendono appartenga loro.
    Ma verso quale nuova terra si muovono ?
    Se non sbaglio le 14 tesi cercano di disegnare la mappa di essa.
    2.
    E’ difficile non condividere – se non chiudendo gli occhio e nutrendo pericolose illusioni – i rilevi di R.Millet ( L’inferno del romanzo ) che E.A riporta nella sintesi di Carrabba. Rilievi che senza alcuna difficoltà possono essere riportate nel campo della poesia entro il quale, anzi,
    vengono probabilmente ad assumere più intensa drammaticità in ragione della presunta direzione “ anticomunicativa dei versi “
    E’ istruttivo,istruttivo ed anche produttivo ripercorrere, nella ricerca del “ nuovo luogo “ ,
    il cammino che si vuole per certi versi parallelo tra strutture sociali ed esperienze poetiche.
    Non so se si possa istituire tra l’uno e l’altro una connessione rigida ed automatica del tipo “ causa/effetto”. Né mi pare che essa sia propria della ricerca di E.A. Esaminati certi eventi al di fuori di una attenta analisi del “ tempo” in cui si sono manifestati la tentazione di applicare l’erroneo principio “ post hoc,propter hoc “ è dietro l’angolo.
    Non mi convince del tutto quel raffronto,un po’ schematico, tra Fortini,Montale e Pasolini che si risolve nella conclusione – che mi sembra una sentenza di condanna – secondo cui l’ultimo Montale avrebbe aderito “in pieno “ allo spirito del “ tempo dei dominanti “. Essa da un lato non si pronuncia sulle altre due dramatis personae ( Fortini,Pasolini ) – silenzio che nel contesto appare come una sorta di valorizzazione poco argomentata – e dall’altro contiene una riduzione, impropria, della esperienza poetica di Montale. Certo, quest’ultima appare descrivibile come una parabola, ma di essa si possono dare diverse interpretazioni una delle quali – a mio giudizio – è quella di “ testimonianza “ e non di resa. Essa descrive, in questa lettura, l’arco della poesia dalla vetta del grande lirismo ( nei modelli del quale sono scritte poesie che verranno ricordate per molti, molti anni ) alla scoperta della “ sua vanità “, scoperta senza la quale vi sono solo inutili piagnistei. A questa fase corrisponde – mi pare coerentemente – il modello satirico,esperienza “ non indolore “ se sottopone Montale al giudizio di nichilismo etc . Giudizio che fu formulato in altri tempi contro buona parte dell’arte moderna . Montale resta una esperienza totale e significativa che va presa nel suo complesso.

    3.
    E.A mostra un certo quale “ ottimismo “( punto n. 6 Il cattivo soggetto ) attribuendo a “ questo ceto medio “ la capacità di essere “ l’unico substrato sociale entro il quale possono emerge soggetti “ capaci di……
    Ho ovviamente utilizzato il termine ottimista in senso molto improprio condividendo l’osservazione di Agamben sull’insignificanza di tali termini. Mi sembra più utile invece dichiarare che il passo di E.A in parte qua mi risulta molto oscuro e come tale portatore di molte interrogazioni.
    Esistono ancora le classi sociali ? E se esistono ( come credo ) perché escludere i proletari ?
    E se non esistono cos’è il ceto medio in particolare per diventare l’unico soggetto capace di… ?
    E’ la vecchia borghesia o il sinonimo dell’indistinta massa della popolazione sempre più povera distinguibile solo per questo dai pochi sempre più ricchi ? Se fosse così, relegati ( si fa per dire ) i più ricchi in una sorta di empireo indifferente a tutto se non al proprio potere , tutto il discorso sulla classe media si ridurrebbe all’insignificante concetto di “ tutta ( quasi ) la popolazione “. La scolarità di massa e la democratizzazione dell’istruzione sembrano orientare verso questa conclusione, che non è una grande scoperta. Da un punto di vista freddamente statistico più si diffonde la capacità di scrivere e maggiori sono……le possibilità di fare poesia. In questa direzione sfuma il significato del ricorso al “ cattivo soggetto”
    Nel discorso di E.A mi sembra di scorgere – peraltro – una certa svalutazione del talento individuale e della creatività del singolo che pur manifestandosi a tutti i livelli dell’esperienza umana hanno sempre avuto una specifica rilevanza nel campo artistico. Credo di dover distinguere tra “ influenza “ delle condizioni socio-politico-economiche sul lavoro artistico di un soggetto e “l’originalità” delle “ soluzioni” che – mi pare – prescindono dall’appartenenza ad una classe.
    4.
    Vi è una ulteriore considerazione che vorrei fare e che prescinde – mi pare – dallo specifico discorso di E.A. Essa si rivolge al nostro atteggiamento verso “ l’antichità” che mi sembra piuttosto “ mitologico” ( ciò è in parte inevitabile ). Ci è stato detto- fino alla nausea – che la storia è scritta sempre dai vincitori. Di tale affermazione non facciamo uso quando guardiamo all’arte e alla cultura che – fini a prova contraria – fanno parte della storia e hanno la loro storia, anch’essa scritta. Per parlare aforisticamente , i mecenati nel glorificare l’arte glorificano anche loro stessi. Siamo sicuri che nel passato l’arte e la cultura fossero “ pasto “ indifferentemente consumato da ricchi ( e potenti ) e poveri ( impotenti) ? Ho qualche dubbio.
    L’arte e la cultura sono state sempre e da tutti accolte con fanfare e vessilli ? I “ valori universali “ non sono creazioni di una oligarchia ? Non intendo dare una risposta definitiva,ma introdurre – nel discorso – un elemento di demistificazione che,forse, aiuta se si ha la forza , che è insieme drammatica e consolatoria , di cambiare la prospettiva con la quale si guarda il mondo ( che cambia a velocità impressionante e con esiti imprevedibili )
    Esiste una storia degli umili che illustri il loro “ rapporto” con la cultura dominante ( che è poi quella della tradizione perché si trasmette solo ciò che è palese,mi pare ) ? In questi interrogativi si pone e va letta – a prescindere dall’adesione ad essa – l’affermazione di Fortini secondo cui “ la classe rivoluzionaria si può anche definire come quella che sa rifiutare le continue proposte di essenza che le vengono dalla cultura del capitalismo cioè della cultura(Verifica dei poteri,pag. 186 ). Si tratta di una salutare provocazione che – a prescindere dalle sue valenze politiche nelle quali non entro – mi è servita, nella presenti considerazioni, per rafforzarmi nella necessità di guardare con un certo disincanto i problemi della letteratura e della poesia.
    Vorrei terminare con la descrizione di una vicenda reale. Tempo fa ho conosciuto un giovane amante della letteratura,della poesie e della cultura in genere,tanto da abbandonare un ben remunerato “ posto superfisso” e aprire una bancarella di libri ( nuovi,usati,rari da ricercate etc ) nel centro di Milano ( bancarella poi abbandonata per seri problemi di salute ). Un giorno mi telefonò per avvertirmi che aveva trovato un romanzo di un autore un tempo celebre e poi dimenticato. All’atto della consegna ci fermammo a parlare di libri,poesia etc ed egli mi disse pressappoco così : Il mondo della letteratura e della poesia è un mondo di fantasmi: gli autori ci appaiono,scompaiono,vengono dimenticati, riscoperti,compagni e complici delle nostre ore di meditazione.
    Non ho mai dimenticato tali parole ed ho cercato di farne un uso discreto lontano da ogni tentazione nichilistica. Esse mi hanno anche portato ad elaborare un testo – che tengo ancora in un cassetto – che può suonare come una riedizione dell’elogio evangelico dei “ poveri di spirito”

    Giorgio Mannacio,settembre 2012.

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