L’espressionismo insopprimibile – una nota di F. Leonetti su “Spazi spastici”e l’esperienza della rivista “Testuale” di Gio Ferri

 

di Francesco Leonetti

Ho partecipato a recenti incontri a Roma, Bologna, Siena con scrittori e docenti su quel tema di fondo che è, necessariamente, il bilancio del Novecento.

Il problema del Novecento è anche il problema del Canone. Tema che gli americani, per esempio, affrontano con insistenza maniacale, specialmente a livello accademico. Esiste una estesissima bibliografia sul Canone, quella regola, norma, elemento di fondo sia linguistico, sia mentale, che, nel Novecento, avrebbe brillato per la sua assenza. Il Canone dell’Ottocento poteva rifarsi, per esempio, al verismo, un chiaro riferimento per il lettore. Oggi, pare che gli studenti non vogliano dedicarsi al Novecento, in quanto confusi dall’assenza di un Canone normativo.

La mia indicazione in queste discussioni e stata quella che non si può affatto negare un Canone al Novecento: questo Canone è, in realtà, l’espressionismo. Anche l’espressionismo astratto, ovviamente, come per primo ha teorizzato Friedrich Jameson con molta chiarezza.

Ora mi trovo inaspettatamente un piccolo libro, per formato e per pagine: Spazi spastici di Gio Ferri. Ferri, con audacia quasi incredibile, in un tempo di piatto tradizionalismo, ripropone in forme nuove, con nuovi coefficienti, quell’espressionismo che in Italia, dagli inizi vociani, torna e ritorna continuamente, malgrado ogni reazionaria resistenza. Persino Bonito Oliva, che ha lanciato ovunque, USA compresi, la transavanguardia (che vuol dire, dopo, oltre l’avanguardia) ammette che la transavanguardia è neoespressionistica.

Ferri, con questo libro, si dimostra un nuovo espressionista: è giusto quindi leggerlo con cura rifacendoci alle origini di quel Canone, al quale egli fa innovativamente riferimento. È, Ferri, un poeta e critico molto dotto, profondo: in sostanza, mi sembra, antistrutturalista, con qualche elemento heideggeriano e con acuti interessi scientifici.

Il titolo è estremamente preciso ed efficace nella sua raccolta di quartine: Spazi spastici. Lo spazio-tempo si e contratto non solo nel senso tradizionale ormai per gli innovatori (ma non per la dominante poetica d’oggi),  cioè in senso einsteiniano, o se volete prigoginiano. Ferri dice di uno spazio-tempo spastico. Il che può voler dire, ‘non abbiamo più tempo’: non si scrive, non si discute faccia a faccia, non ci si trova, non ci si incontra… Tutto è condotto a un’estrema restrizione, quasi per difenderci da una vorticosità, o da una chiusura, o da una mancanza di ritmo, in attesa di un futuro che non conosciamo, che non riusciamo a immaginare. Sono catastrofista, e davanti a noi vedo solo guerra e giubileo! Percio dobbiamo accuratamente riprendere la letteratura e la filosofia come efficaci armi di difesa.

Eccellente titolo quindi. Qualche perplessità, m’è venuta leggendo il sottotitolo:  quartine terapeutiche. Che vuol dire? Tuttavia, subito dopo, nell’esergo ho trovato: parola impura / libera paura. Allora ho capito. Un gesto di liberazione e di rassicurazione, grazie a una dismisura di parola, che instaura un contatto di ‘animalità’ in senso antropologico. Perciò, certamente, terapeutico.

Ora devo dichiarare alcuni miei principi che ritengo essenziali,  per un testo: tendenza e qualità. Le due cose vanno insieme da molto tempo, in tutte le ricerche e le analisi serie e profonde. Tuttavia la propria tendenza non deve essere assolutizzata, per non escludere l’altro, aprirsi agli altri è indispensabile. Ovviamente se si accentua l’attenzione, per un testo letterario, su un insieme di tendenza, e cioè scelta-sicurezza-rigore da parte dell’autore, che operi dopo una lunga ricerca, e sulla non-assolutizzazione della propria ricerca, è chiaro che si vogliono valorizzare i gruppi, le riviste che rappresentano la cultura del moderno, anche, proprio, con le loro interne tensioni.

Mi richiamo ora a un saggio di Gilberto Finzi che, in Costume e pattume difende il corretto nozionismo. [Fra parentesi, molto bello quel “pattume”, pari a trash, editoria spazzatura… ].  Un nozionismo non vuoto e pretenzioso o sconnesso, che serva a sostenere un discorso serio, ad occupare utilmente ogni spazio o interstizio fecondamente utilizzabile. Bene: userò un poco di nozionismo.

Recuperiamo, senza scandalo per alcuno, il concetto novecentesco di sperimentalismo. Che è poi, nel poiéin, la pratica espressionistica. Lo stesso Ferri parla, per taluni testi, di un “felice taglio espressionistico – quando tutti conosciamo la valenza estetica di questo termine”. La mia formazione è sperimentalistica. E dirò di un evento del 1953. Allora uscì un testo di Contini, fondamentale, sulla lingua di Petrarca.

[Dopo ha prevalso la semiotica. Poi e venuto Heidegger che ha mandato all’aria tutto. Addirittura scrissi, allora, un poemetto heideggeriano su un suo testo riferito a Leibniz: ma infine su Alfabeta fui violentissimo quando questa rivista, sostenuta per un decennio dai migliori intellettuali italiani, crollò sotto l’influsso heideggheriano, che, scorrettamente, imponeva la nozione di verità all’arte e alla letteratura. Recentemente, in un incontro milanese, ho contestato allo stesso Jameson che la nozione di verità non è del primo Heidegger, che teorizzava l’esistenza, ma piuttosto del secondo Heidegger, quello maturo in epoca nazista – non dico che fosse nazista, comunque non lasciò la Germania come gli altri… Insomma non era certamente francofortese! Di Heidegger rimane comunque il valore dell‘essere ‘nascosto-svelato’, valenza che ritrovo in alcuni scrittori d’oggi, quali appunto Marosia Castaldi, Gio Ferri, gli autori della rivista “Testuale”  – che non trascurano il sopravvenire di Lacan…].

Ma torniarno al nostro Contini del ’53. Si trattò della lettura della lingua del Petrarca, come testualità dominante in tutta la storia della letteratura italiana (oggi, mi fa notare Maria Corti, questa tesi continiana è meno condivisa). Contini distinse il filone che si rese tradizionale sulla lezione petrarchesca, a fronte del filone dantesco, che si può senz’altro definire sperimentale. Poco rimase nella poesia del filone dantesco, se si escludono i grandi dialettali come Belli e Porta. Poi, in ltalia, toccherà, molto dopo, solo agli Scapigliati di far da ponte fra la sperimentazione di genere dantesco, e il nascente espressionismo novecentesco. Da quel momento la letteratura italiana di questo filone passò al plurilinguismo, ai gerghi, ai linguaggi tecnici e scientifici, fondando nel disequilibrio la sua coerenza. Lo stile degli autori e dei testi. Benjamin collegò persino al Barocco la vicenda espressionistica del Novecento. Il filone petrarchesco divenne invece voce della tradizione nella letteratura italiana, e addirittura nella letteratura mondiale.

Questi i termini, riassumendo, della operazione di Contini, che ebbe il coraggio di leggere insieme Dante e Gadda. Certamente giocando da maestro un’operazione che, ritengo, quasi nessuno ha osato portare avanti. C’è un esemplare concetto continiano: il petrarchismo “tagliò le ali” allo sperimentalismo espressionistico.

Sto insistendo sulla posizione ‘espressionistica’ di Contini, poiche si rientra così decisamente nella precipua caratteristica del testo di Gio Ferri che stiamo qui presentando.

Ma devo aggiungere ancora, per completezza, che la posizione di Contini, e Contini stesso lo riconosce, viene dal magistero di Longhi. Fu Longhi a prendere il termine espressionismo dai tedeschi, collegandolo innanzitutto ai ‘Fauves’. Ma fu Longhi a riportare il termine al Trecento. In occasione del lavoro per la rivista “Officina” nacque una grossa discussione in proposito fra me, Pasolini, Volponi, Roversi. Ci fu grande tensione fra di noi in quanto si voleva relegare la scelta del Longhi al Trecento e non alla contemporaneità, che si riteneva pervasa solo di realismo. Ed è per questo che mi capitò poi di passare nell’area dell’avanguardia, con Vittorini e Calvino.

Forse l’errore di Longhi, con il quale io stesso ho collaborato, era nello spostare troppo decisamente alle origini i modi dell’espressionismo. Lasciando spazio – senza cogliere la distinzione critica continiana – al dominio di una tradizione petrarchesca. Quando in realtà varie riprese, seppur differenziate, dell’espressionismo avevano pur lasciato il loro segno, fino al deciso sperimentalismo del Novecento.

E fra queste riprese, oggi, credo che ci sia anche quella nuova, nuovissima di Gio Ferri (in Spazi spastici, e prima nel suo poemetto L’Appartamento). Ecco perché ho fatto questo lungo discorso. E non è il solo esempio, se si guarda alla produzione di qualche valido giovane, e alla astrazione visiva, fino alla transavanguardia, come abbiamo già visto.

Va detto che la sorpresa di Gio Ferri appare eccezionalmente forte in quanto negli ultimi tempi sono stati trascurati, in un certo senso, la semiotica e lo strutturalismo, a profitto dell’estetica della ricezione di Jauss, secondo la quale il testo e l’autore sarebbero secondari rispetto alla disponibilità ricettiva del pubblico. Jauss si rifà ad Aristotele sostenendo che la lettura è, sostanzialmente, un piacere. Certo non si rende conto del servizio che in questo modo fa alle degenerazioni della comunicazione di massa. Oggi viviamo una situazione imbarazzante, sconcertante, fortemente preoccupante.

Bene: per raggiungere piu dall’interno il testo di Ferri, vi leggo cio che lui dice sulla poesia.

In occasione di un dibattito (“Tesi ’99”) che ho avviato con Luperini, Balestrini, Castaldi, Ferri stesso, e altri numerosi critici e scrittori, sulle riviste “L’immaginazione” e “Campo” – volendo riproporre la ripresa di una ricerca innovativa, contro la servitù al consumo – Gio Ferri scrive: “…la poesia – rubata alla comunicazione retorica – dovrebbe rivelarsi innanzitutto tramite epifanie sensitive”. Attenzione, questo sensitive è molto importante. Certamente l’estetica moderna nasce dai sensisti. Kant la prende dai sensisti. Ad essi si rifà anche Ferri, che non trascura, fra l’altro la lezione di Leopardi: la poesia dovrebbe intrattenere commercio non tanto con il senso (cioè col significato) quanto con i sensi. Lemma, al plurale, complicatissimo, oggi, visto che i biologi molecolari hanno sottoposto a molta attenzione i nostri sensi. In quanto li hanno connessi con la mente. Non con una elaborazione che i sensi produrebbero rispetto agli oggetti fornendo elementi alla mente: l’operazione della mente e in realtà assai più forte di quella dei sensi… Tutti argomenti che dobbiamo tenere presenti. Poiché l’essente del vivente e molto importante per Ferri, “nell’esaltazione delle rappresentationes sensitivae”…. secondo Baumgarten… Riscopre addirittura Baumgarten, e fa bene, perché Baumgarten è sensista e l’estetica incomincia da lì. “Attraverso rapporti di coinonia, di comunione, di relazione intima. Luogo di piacere e di osmosi, di conoscenza non narrabile…», e così via. “Una poesia – Mac Leish, citato da Ferri – non dovrebbe significare ma essere” [rimando anche, in proposito, al saggio di Gio Ferri recentemente uscito da Mursia: “La ragione poetica. Scrittura e nuove scienze”].

Tali osservazioni sono importanti. In questo dibattito, dal quale ho tratto le citazioni critico-teoriche di Ferri, abbiamo coinvolto quei gruppi, quelle riviste, quegli scrittori, quegli artisti che sono passati attraverso lesperienze antiche e recenti dello sperimentalismo. Oltre alle riviste citate, sulle quali la discussione è stata avviata, voglio nominare ancora quelle piu attive in Italia, in relazione a queste esperienze:  “Testuale” stessa, “Allegoria”, “Baldus”.  E “il verri” in particolare, che più di tutti, per continuità, coerenza e prestigio, insiste nella profonda critica della tradizione post-montaliana, critica fondata dalla straordinaria ricerca di Luciano Anceschi.

Allora teniamo presente che nell’essente e nel vivente si colloca l’attività creativa di Ferri e la sua esperienza in “Testuale”. È importante comprendere quella peculiarità scrittoria che in Ferri si espone fortemente alla carnalità, all’eros, all’invettiva, che non vuol dire polemica: vuol dire carica espressiva. Gioco nel senso freudiano. Sensitività. Si tratta di un autore che presenta un elemento biologico, e anche antropologico, inatteso. Quando negli ultimi anni abbiamo letto solo intimisti o frequentatori de “Lo specchio”. Qualcosa di inatteso, precisamente. Salvo forse per me, vecchissimo, che ho iniziato la mia sperimentazione fin dal primo dopoguerra, quando abbiamo recuperato tutto il nuovo europeo che, nel ventennio, era stato ‘strappato’ dalle pareti dei nostri musei e dagli schedari delle nostre biblioteche. Fra gli anni Cinquanta e Sessanta abbiamo recuperato quella individuazione dell’espressionismo che oggi, in vicende simili a questa di Ferri, di cui parliamo questa sera, appare ancora forte. Decisiva.

Gli antropologi, in Italia, sono forse dispersi, come lo erano una volta i semiotici. Hanno solo semicattedre presso le facoltà di filosofia. Non insegnano veramente. Mentre invece, nelle loro ricerche, sono assai forti, per una disciplina montante ancor più della biologia. Sono loro a mettere in evidenza la nostra animalità, e a porre sotto critica serrata la nostra identità, tanto diversa dal soggetto di Cartesio – mandato a monte da tanto tempo! Non c’è nessuna forma di identità unitaria: né etica, né coniugale, né ideologica… Nessuna. Tutto è convenzione. Un falso da criticare scegliendo la precarietà e la fluidità della nostra esperienza. Ed anch’essa viene costantemente mistificata. È necessario criticare il nostro elemento di supporto identitario.

Questa critica riesce benissimo a Ferri. Leggiamolo allora nelia prima quartina, che e molto timbricarnente accurata, accentata:

distrabismi micragnosi
alle papille golose
titillano le pelose
labbra nei sessi ematosi

Ci troviamo di fronte a qualche cosa che io definirei, anzitutto, una ideale irrumatio nel senso latino della parola, cioè un amore orale attivo. Esaminandolo ci avvediamo come la sua attenzione sia compresa di elementi biologico-sensitivi, di essente del vivente, di acutezza e accuratezza sensuale. Incomincia con distrabismi micragnosi: è l’occhio che cerca di vedere ma vede di sbieco. Ha una visione ristretta, ma concentrata. Cosa guarda di sbieco? L’altro senso, che è costituito dalle papille golose, la lingua, quegli elementi pungenti e attrattivi e condotti all’eros, dalla passione delle idee, poiché l’elemento ‘ideale’ è molto forte. Tuttavia i fattori sensitivi sono altrettanto forti, sensuali, o addirittura sessuali. Quindi le papille golose, distrabiche attivano la vista a titillare le pelose / labbra. Le papille golose sono viste e vedono strabiche le labbra pelose che si involgono, si coinvolgono nei sessi  ematosi, sanguigni, rossastri… Tutti sappiamo tutto di queste cose nella pratica erotica orale.

Il senso e i sensi si intrecciano, si inseriscono perfettamente senza nulla togliere al realismo espressionista di quella pratica. In proposito guardate, al contrario, la poesia amorosa petrarchesca, non c’è alcuna rappresentazione (sensitiva! per l’appunto). Non c’e nulla dell’atto amoroso esaltato. Ma chi ha scritto anche un solo verso che coinvolga sensi e sesso, sa quanto sia difficile. Si ricorre sempre a quell’atroce petrarchismo sentimentale, in cui manca la precisione linguistico-descrittiva e nello stesso tempo l’approccio vivo a ciò che avviene nel momento principale della vita, il momento dell’amore. Come ci sia riuscito così bene Ferri, me lo sono domandato, poiché quando ho voluto scrivere versi sull’eros raramente mi sono riusciti. Si ripescano i latini, si ripete il solito Catullo o, certo Aretino, o meglio il grande Folengo. Qui non c’e Catullo, non c’è nulla di tutto ciò. Non c’è la parola irrumare, oppure altri eufemismi che ci vengono dalla tradizione. Non ci sono parole di postribolo o sbracate o volgari: un risultato quasi perfetto.

A questo punto, possiamo pur dire che si aggiunge qui, emergente, una valenza satirica e polemica verso i petrarchismi stessi, verso gli autori di tradizione petrarchista, a cominciare dal termine aggettivale d’inizio: micragnosi… Questo è il livello polisenso secondo, metaforicamente beffardo e caricante l’espressione.

Vorrei inoltre far notare che questo nuovissimo espressionismo si articola anche in una trovata inedita e che sembra contraddire la stessa precisione linguistica, il lessico accuratissimo, l’attenzione alla confluenza del senso, dei segni e dei sensi: da un punto di vista scientifico, ma anche in relazione al rifiuto della unità del soggetto. Eppure tali fattori, che sottendono a questa poesia, si realizzano linguisticamente con uno strano amalgama fonematico del significante. In queste quartine, sempre, è fatta saltare la separazione ancorché apostrofata fra l’articolo e il verbo o il sostantivo. Per esempio è scritto in una sola parola sattocorno; oppure Ferri scrive alladdio, e così via… Questo elemento – forse postlacaniano – dà al significante una consistente e monolitica presenza forte, e ne arricchisce la valenza espressionistica. È un elemento orale e linguale aggiuntivo, che a questo espressionismo impone, con l’ossessiva insistenza delle rime e delle assonanze, una dura compattezza formale.

(Intervento trascritto dallo stesso Francesco Leonetti per la presentazione di “Spazi spastici.Quartine terapeutiche” di Gio Ferri (Manni ed., Lecce Milano 1998), alla Libreria Tikkun in Milano il 9.4.1999)

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