Roberto Bertoldo: ‘Il calvario delle gru’, di JohnTaylor

 

“La poesia non è per i principianti,” avverte ironicamente Roberto Bertoldo in una poesia inclusa nel Calvario, una raccolta i cui complessi significati emergono forse solo dopo che il lettore, per dirla con Rimbaud, ha lui stesso intrapreso un “lungo, illimitato e sistematico disordinamento di tutti i sensi.”
Esagero solo leggermente questi sforzi preparatori. Opinabilmente informato di Surrealismo, della poesia ermetica italiana e dai dibattiti filosofici contemporanei circa “scrittura e silenzio” o sull’instabilità dell’Io scrivente e del Tu leggente, RB è certamente un poeta lirico non superficiale o spontaneo. Sebbene le sue poesie siano brevi e talvolta amorose, mostrano il lavorìo (officina) di una sintassi molto meticolosa (il che non equivale a dire che non siano emotive). RB ci propone  ossimori arditi (“Lei scortica l’acqua nel Suo mulino,/la brucia, la riempe di buchi”), illogicità da far aggrottare le ciglia (“i suoi racconti nel buco/della pioggia”), conturbanti metamorfosi (“l’aria spezzata fioriva a spine/sul tuo pallore, i graffi di rosa/erano cicale sulle dune”), e intriganti simboli privati, che vanno dai significativi “virgole” e “buchi” ai polisemici “gazze”, “cicale”, “gru” e “scarafaggi”.
Come indica il titolo, anche le immagini bibliche abitano questo libro in modi strani e originali. Vi è un’allusione paradossale all’arca di Noè. Altrove RB ricorre alla cicala (un simbolo del canto e quindi della poesia lirica) evocando la crocifissione di Cristo: “per te regina in croce…/Per te impegno il mio legno e ti inchiodo.” Nelle “Lettere alla Gazza” i pronomi di seconda persona sono maiuscoli, suggerendo un interlocutore divino, benché la “gazza” sia altrove assimilata in un’epigrafe ad un “falso poeta”. La terza “Lettera alla Gazza” esibisce ulteriori altri sensi del “Tu”:

Io so perché Lei,
saldo sulla sedia a dondolo,
ha sconfitto il gomitolo di lana.
Perché Lei ha un’uscita per ogni entrata….

Mentre “tu” diventa senza ambiguità “morte” nelle “Lettere al Giaciglio”:

Cosa sei, morte, che intagli nelle cortecce
cuori e frecce controcorrente?
E ti corichi nell’esistenza:
a farla breve, di memoria?

Questi esempi di multistratificazione tematica illustrano le difficoltà, ma anche lo scopo emotivo, intellettuale e spirituale di questa poesia. Inoltre, ci si deve aspettare una certa iniziale opacità, sia nella superficie stilistica che nella profondità semantica, poiché le poesie di RB vertono anche “sulla” sua battaglia col parlare genuino, con la ricerca di “parole con un cuore” (nocciolo/senso).
(Nella poesia conclusiva, egli lamenta di essere rimasto solo con “parole senza cuore”). Questa ricerca di ciò che si può pronunciare, e di un ascoltatore a cui queste parole povere possano essere rivolte (da qui lo slittamento verso i “tu” compositi), è una preoccupazione che informa essenzialmente la scrittura Europea dalla Seconda guerra mondiale. La poesia di RB deriva da, o almeno richiama, questo malessere storico, linguistico, esistenziale di oltre mezzo secolo, che è a volte legato alla Shoah e all’impossibilità di scrivere poesia “dopo”. In ogni caso RB stranamente insiste sugli spazi aperti, o esamina i margini di temibili abissi, e se questo ricorrente simbolismo geometrico alla fine ha poco a che fare con l’Olocausto (il poeta è nato nel 1957), comunque sicuramente riflette la convinzione che il senso, il significato e (non minore) il sentimento risiedono, se mai possibile, solo ai margini di ciò che un tempo era considerato essenziale e ora è dolorosamente perduto (mancante). Notando in una poesia che “le caverne hanno labbra”, e in un’altra che “una stilla di storia” è nata sulle “tue labbra esangui”, RB cerca davvero a tentoni il significato lungo austeri confini, limiti remoti, margini:

Lei mi parla di un silenzio
che ho dovuto ingoiare
tra i frantumi delle parole
come un buco e le sue cornici.

Altrove lui nota che “la distanza [è]:/un buco che odoro, una –gramma,” dove “gramma” significa… [vedi nota p.116] Da qui, la distanza è un peso, ma anche una lacuna, una mancanza, un vuoto che può essere comunicato. E’ un’assenza o una nullità che è una presenza comunicabile (dove l’epiteto comunicabile possiederebbe tutte le sue connotazioni positive e negative). E’ interessante notare che molte di queste poesie sono esplicitamente epistolari.
Rispetto a queste dicotomie di impossibilità e sforzo, annichilimento e riaffermazione, afasia e supplica, le poesie che terminano su una nota leggermente positiva risultano significative. Il “nullismo”, per esempio, si conclude in una risollevante “sorpresa di un canto che smuove le acque / a mani di pagaia.” Similmente, “Lo Stagno del Mulino” colloca potenziali epifanie negli scarti e nelle macerie:

E cerca l’uomo nel pattume l’erba
che sfiori che tagli che incida miracoli.
Questa è la ragione al vaglio dei fiori;
il detrito e la strenna. Stasera.

Anche la poesia di RB è piena di enigmi e, per così dire, è forgiata (con gran cura) dalle macerie, dai cascami della natura e della civiltà. Egli mostra più volte che i nuovi insiemi compositi possono scaturire da strabilianti diversità. Il poeta stesso chiama la sua poesia “intersemica” e “tonosimbolica”. Forse intersemica si potrebbe intendere più chiaramente come “inter-semica”, dove “semica” rimanda a “semi” e l’aggettivo composto alle intrepidamente eterogenee, autenticamente surrealiste unità di significato elementare che interagiscono nei significati globali così imbarazzanti, eppure irresistibili, delle poesie di RB?
Uno è a lungo ossessionato da queste intense, saldamente costruite, nel contempo introspettive e risonanti poesie, che spesso superano la logica comune nella loro ‘imagery’ e che rimangono così variamente interpretabili. Pensate a un nesso di verità contraddittorie o competitive, piuttosto simili a quelle foglie d’autunno che cadono evocate da RB, che somigliano a uno splendido “carnevale”, o ai “coriandoli”, che però “festeggiano” niente di meno che l’ “inferno” di un essere umano.

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