Roberto Bertoldo: ‘L’archivio delle bestemmie’, di Samuele Ghelli

 

di Samuel Ghelli

È un testo duro quello di Roberto Bertoldo, provocatorio sin dal suo titolo. Si tratta di una breve ma densa raccolta di una cinquantina di poesie che distribuite in sei sezioni (Nel segno della croce; L’archivio dei crisantemi; Poesie dell’amore inibito; L’amore e la rivolta; L’amore e la morte; Le cresime nefande) gridano il dolore della carne ferita, denunciano la coltre cinerea che investe la terra. Poesie dove la morte si respira in ogni verso, dove la luce è negata al pari di una qualsiasi speranza e in cui l’unico possibile riscatto sembra essere quello di una bellezza funerea (“l’esatta putretudine / delle mie ossa,” 46).

“Il valore di un libro,” ha dichiarato il poeta in una recente intervista al sito online de Il Giornalaccio, “non è diagnosticabile.” La letteratura si scontra con ogni giudizio di gusto, così come rifiuta per natura l’indagine critica. La sua primordiale “profondità emotiva” la sottrae alla storia e ad ogni ideologia che nella storia si forma e si giustifica. Per questo Roberto Bertoldo non ha “nessuna fiducia nei critici,” non solo in quelli asserviti alle ragioni del mercato editoriale, “ma neppure in quelli onesti.”  È una questione che trascende le intenzioni e il merito, è una imprescindibile necessità. Ci troviamo così con le spalle al muro. Avvertiti dal poeta, siamo come colti dal sospetto dell’inutilità, se non addirittura della scorrettezza, di quanto stiamo per fare. Eppure proprio forse nel monito dell’inevitabile impossibilità di una “diagnosi” possiamo trovare una chiave di lettura, provare ad addentrarci nella poesia di questo autore tormentato, duro, a volte perfino violento, che considera però la “tenerezza” (il riferimento è sempre all’intervista sopra citata) il “valore” più importante da difendere.

Se l’essenza ancestrale della parola nega la ‘diagnosi,’ la scrittura porta allora dentro sé i sintomi di una patologia indecifrabile, segnali inagibili di una atavica malattia immortale che ci accompagna al di là del tempo in cui viviamo ed alla quale non possiamo dare un nome (esemplare in questo senso il testo Porto d’ospedale, 66). La pagina come una cartella clinica li raccoglie, li classifica sperando forse di trovare il bandolo, un ordine, quasi il senso almeno, se non la cura, di questo male. Ma rimangono, quelle del libro, pagine-archivio (il titolo della raccolta è chiaro in questo senso), fascicoli, plichi  che sanno di polvere e di abbandono, dove la parola dopo aver gridato e bestemmiato il dolore si posa, oramai inerme, senza corpo e senza voce, incapace di offrirsi quale risoluzione.

Sembra partire da qui il cammino che percorre Roberto Bertoldo nel suo L’archivio delle bestemmie, e qui tornare con l’amara consapevolezza che ogni tentativo della poesia di avvicinarsi al segreto della guarigione rimane comunque sempre uno sforzo inane. La parola urla il male, è la fatica atroce di chi chiede una risposta. La poesia che si indigna, che rifiuta ogni illusione si fa allora bestemmia nel suo proposito disperato di cercare la verità (“Per me la poesia è una forma di bestemmia, la più candida,” 5). Perché è in fondo a Dio che si grida per amore il proprio dolore, non agli dèi pagani della modernità. L’uomo di Bertoldo incarna l’estrema debolezza di Cristo, quell’unico peccato conosciuto sulla croce; come il figlio di Dio grida la sua bestemmia, l’urlo disperato che il nazzareno rivolge al padre per averlo abbandonato. C’è in queste pagine, apparentemente blasfeme, un bisogno profondo di fede, ma è difficile trovare il cielo che scompare fra nuvole e nebbie. È la terra, il suo fango, la tanta acqua che la tormenta (talvolta le immagini sono davvero infernali) a fare ovunque da sfondo; all’uomo, questo “Cristo senza padre” (77)  che di Cristo mostra sul corpo i segni, rimane la croce, senza speranza dell’altezza.

È piena questa poesia di carne ferita, di “tagli lungo il petto” (24), di “braccia, grondanti” (24), di “voci e baci che sanguinano” (40). Dappertutto una “mattanza” (17). La morte si vede, lascia segnali sul corpo, oscura il cielo e distende in ogni dove il suo velo funereo. Così i versi si rincorrono senza concedere niente al canto, il ritmo si spezza proprio quando l’attesa di un congedo pacificato è delusa dallo scatto improvviso di uno sdrucciolo che strozza il fiato (“E prendo la tua mano fredda, la respiro / e sento pure che ci sono giornate come questa / in cui la pelle non è pacifica,” 33). Nessuna tentazione, nessun cedimento alla retorica perché  “il capezzale è un dizionario, / dove le parole faticano a rialzarsi” (69). Il vocabolo scabro, ruvido, tagliente come una lama denuncia il destino, urla come una bestemmia l’inganno, ma non salva. È forse questo il nucleo centrale de L’archivio delle bestemmie, una riflessione sulla parola poetica. A questa si affida il tentativo di riscatto, alla sua forza blasfema la speranza della verità (“io ribelle che ho la ventura / con la mia bocca pazza e bastarda / di consegnarti l’eucarestia,” 62), ma in fondo anche il poeta al pari dell’uomo è costretto a riconoscere la sconfitta perché “non c’è grido / nelle parole neanche a squartarle / per sgocciolarne inchiostro” (23). Come per l’albatros baudeleriano così il cielo pure in questo mondo è negato, perché gli uccelli di Roberto Bertoldo hanno “ali inchiodate” (28), “ali di piombo” (33) sono poveri “corvi affamati, / [che ] dalle stoppie, ci recitano poesie” (28). Se rimane una speranza, è un dolce (ed unico) cedimento all’illusione, quella tenera preghiera che nel verso che chiude la raccolta (“Ricomponete il mio canto, stranieri,” 83) rievoca lo struggente congedo di un famoso sonetto foscoliano (“Straniere genti, l’ossa mia rendete / allora al petto della madre mesta”).

Samuel Ghelli, York College / CUNY

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1 Comment

  • Ho letto il Suo articolo a proposito della poesia di Alfredo De Palchi, e questo le fa onore. Egli pubblicherà quanto prima le mie poesie nella sua Chelsea Editions, poi che colpito fulmineamnete dai mie versi sulla via di Antonio sagredo
    La saluto cordialmente
    nb. non ho la sua e-mail: può inviarmela?

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