Flavio Ermini: avvertenza per ‘Il secondo bene’

 

AVVERTENZA DELL’AUTORE

Il secondo bene è un saggio che mette a tema il compito terreno dei mortali. Quale sia questo compito lo indica Sofocle: «Tornare al più presto da dove si è venuti», ovvero tornare al bene che ogni bene supera: il non essere.
Siamo alle soglie di un deserto nel quale tutto ci induce ad avventurarci, ma dove mai vorremmo spingerci. Giungere alla consapevolezza che, dopo il non essere, sia la morte il secondo bene costituisce l’essenza del nostro compito terreno e ne segnala la radicalità.
Questo saggio segue il vivente dotato di parola nel suo faticoso percorso terreno e segnala che proprio attraverso l’esperienza della parola potrà riconoscere che la vita consiste nella devastazione che giorno dopo giorno subiamo. Non c’è altro.
Questo saggio registra che – dallo smarrimento iniziale all’incontro con la sorella del sonno – la nostra vita è una terra malamente calpestata e di volta in volta riassestata con mezzi risibili. Una terra di esilio e di abbandono dove la speranza è un cartello tolto dal cielo e sepolto sotto molti strati di macerie.
Il secondo bene mette in scena una morte senza illusione, sullo sfondo del nulla che interminabilmente ritorna sul confine oscillante tra dolore e angoscia. È una pagina di quel diario sterminato che non ha futuro: quello della nostra distruzione. È il diario di chi agisce privo di qualsiasi fede e avanza sapendo di non poter eludere il vuoto.
Apprendere la propria finitezza significa scoprire che la nostra vita è un errore prospettico, un tutto che è un nulla: è patire.
Il secondo bene vuole descrivere la complessità e il potere illusorio dell’essere umano. Con pazienza enumera i suoi elementi costitutivi: la caduta, il naufragio e la costa lontana, lo smarrimento, la stanchezza, il declino.
La nostra è una contiguità alla dispersione e all’orrore. Ciascuno di noi è gettato nel tempo ed è condannato a vivere. Il che vuol dire riconoscere che siamo solo un punto tra i tanti, una particella impersonale in un universo sterminato.
Il soggetto non appare più come identità, ma come limite mobile. Si estingue come principio costitutivo del sapere per scoprirsi correlativo ai confini che esplora e alle scelte che compie.
Non c’è scampo sulla terra in cui viviamo, non c’è guida ai nostri passi. Ogni cosa su questa terra aliena è destinata a prematura scomparsa: a opera della natura, del caso, del dolore. Nulla ci protegge dal corpo che diventa fragile, dalla mente che ha paura…
Iniziamo e terminiamo il nostro percorso terreno nella tenebra più fitta che nessuna forma di luce potrà mai rischiarare. In questo inesorabile movimento è racchiuso il destino terreno dell’essere mortale. Il nostro compito è prenderne coscienza attraverso la parola e l’esercizio del pensiero.
Temiamo una perdita, eppure è proprio ciò che perdiamo che ci aiuta ad accogliere l’unico istante di pienezza di cui nessuno può privarci: il secondo bene.

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