Il compito terreno dei mortali

Il compito terreno dei mortali

Flavio Ermini

2010, 66 p.

Mimesis (Collana Letteratura e Filosofia)


di Vincenzo Vitiello

Postfazione:
Il respiro fragile della vita

1

Flavio Ermini è poeta e saggista, e le due ‘esperienze’ ancor più che alimentarsi in armonica reciprocità, tendono in lui a fondersi, essendo la sua poesia sorgivamente meditazione, e ‘poetica immaginazione’ la sua saggistica. Negli ultimi tempi – a partire da Il moto apparente del sole. Storia dell’infelicità, che è del 2006 – questa tendenza alla fusione si è andata sempre più imponendo, come attesta il recentissimo L’originaria contesa tra l’arco e la vita. Narrazioni del principio (2009). Di entrambi Il compito terreno dei mortali rappresenta l’ultimo esito. Poesie, le chiama l’autore nel sottotitolo. E sia; ma sono poesie di un genere affatto diverso. Sono frammenti di una ‘mitografia del pensiero’, ove, però, non il pensiero scrive il mito, ma il mito il pensiero. Frammenti, pensieri-frammenti: non resti di una Totalità perduta; pensieri, bensì, che nascono come frammenti, pensieri che emergono alla luce della coscienza senza un inizio determinato e senza una conclusione certa: si iscrivono nella pagina dalla metà del rigo e mancano del punto che chiude la frase, il periodo. Né sono legati tra di loro – li divide un vuoto, lo spazio bianco della scrittura. Sono come isole di coscienza nel torbido oceano dell’inconscio. Da poeta Ermini porta l’inconscio nello spazio della coscienza, senza alterarlo, senza pretesa alcuna di ridurlo a coscienza. L’inconscio è il silenzio che circonda le parole, gli spazi bianchi che dividono i pensieri-frammenti. Queste ‘poesie’ vanno lette, ‘guardate’, sono figurazioni improvvise. Da solo l’ascolto è insufficiente a comprenderne il senso.
Ho usato l’espressione “pensieri”, parlando di queste poesie. Debbo subito precisare che non intendo affatto accostarle al “pensiero poetante” di Heidegger. I ‘pensieri poetici’ di Heidegger tutto sono tranne che frammenti: sono aforismi costruiti con logica consequenzialità. Un esempio: “Tre pericoli minacciano il pensiero. // Il pericolo buono e perciò salvifico è la vicinanza del poeta cantore. / Il pericolo cattivo e perciò più grave è il pensare stesso. Che deve pensare contro se medesimo, il che solo raramente può. // Il pericolo cattivo e perciò oscuro è il filosofare.” Tra questi aforismi, uno ne scegliamo, per definire il tratto proprio della mitografia del pensiero. Questo: Wir kommen nie zu Gedanken. / Sie kommen zu uns (“Noi non giungiamo mai ai pensieri / Son essi che vengono a noi.”). Ma come vengono a noi i pensieri de Il compito terreno dei mortali? In forma di frammenti di una totalità mai stata. E solo perciò sono pensieri che vengono a noi, e non da noi ‘prodotti’. Il ‘saggista’ Ermini fa qui un passo indietro: non costruisce una logica o grammatica dell’inconscio, non dètta legge a ciò che è ‘prima’ d’ogni legge. Si ferma alla superficie del mare, osserva le isole, senza istituire rapporti tra fondo e superficie. Così rispetta gli abissi. E tuttavia…

 

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E tuttavia la struttura de Il compito terreno dei mortali mostra un ordine che sembra contraddire l’interpretazione sinora data di questa scrittura: una concisa ma essenziale premessa apre il volumen, diviso in quattro sezioni, che indicano quattro relazioni diverse del vivente in generale con le due regioni fondamentali dell’essere: la Terra e il Cielo; ciascuna sezione è poi ripartita in ‘gruppi’ di poesie secondo una simmetria matematica – sei poesie la prima e l’ultima sezione, cinque le due centrali – non certo occasionale, essendo ogni gruppo dotato di un’autonoma titolazione e di un’epigrafica introduzione ‘esplicativa’. Non credo, tuttavia, che l’ordine strutturale, tanto accuratamente elaborato da Ermini, contrasti il carattere ‘frammentario’ della sua mitografia del pensiero. Ché il pensiero consapevole, per quanto ‘legato’ all’inconscio, dal quale emerge, non è affatto una ‘creatura’, o peggio un ‘prodotto’, dell’inconscio. Ridurlo anche solo a ‘figura’ dell’inconscio, significherebbe ‘legare’ l’inconscio alla logica dell’esperienza della coscienza, a tutto quanto la filosofia occidentale ha pensato riguardo a tale esperienza: dal rapporto potenza-atto alla dialettica della produzione economica. Il rispetto dell’“alterità” dell’inconscio esige che almeno si metta in forse che l’inconscio abbia e segua una ‘logica’. La mitografia del pensiero, proprio in base alla ‘differenza’ dell’esperienza cosciente dall’“indistinto” del mito, riconosce al pensiero la ‘possibilità’ di dar ordine ai frammenti che emergono dagli abissi dell’inconscio. Ma si tratta di un ordine ‘possibile’, contingente, sempre esposto all’accidentalità, mai necessario. Un ordine ‘a posteriori’, che non ha alcuna pretesa di legare con un vincolo necessario i pensieri-frammenti, nessuna pretesa di definirne l’essenza. Questi pensieri sono e restano ‘frammenti’, terre emerse nel gran mare dell’inconscio. L’ordine dato da Ermini ai suoi pensieri, nati senza inizio e senza fine, è come una carta nautica, utile certo alla navigazione da isola a isola, ma certamente non a conoscere l’orografia degli abissi marini.

 

3

Un lungo frammento, duro come pietra lavica, apre il testo. Parla di ciò che è prima della parola e del vedere – “quando ancora gli occhi non vedono e la bocca tace” –, ma parla. La parola si piega sul suo fondo scuro, ma non attinge l’ultimo, la protehyle. La parola è parola perché distingue. Mentre l’Indistinto può essere soltanto mèta di un rapporto senza parola; o è mera illusione. Ermini porta a parola le fluide determinatezze che si agitano nella Notte del Caos, e ancora agitano i nostri incubi notturni. In quella Notte l’umano è “flora”. Una vegetazione che accenna ad altro che non ancora ek-siste: “né possono bastare le dita a indicare una forma che resta in procinto di mostrarsi”. Ermini parla, dal presente della forma attuata, compiuta – “bocca”, “occhi”, “dita” – dell’ora senza tempo dell’ingens sylva, quando non ancora esisteva non dico l’‘uomo’, ma neppure quel figlio della Terra, che alla luce improvvisa del fulmine e al tuono che fa tremare Ghê Méter, alzò gli occhi, e non vide, ma ‘avvertì’ il Cielo. Avvertì, con animo perturbato e commosso. Narra, Ermini, la selva ben prima del sorgere dell’anima; la selva prim’ancora della comparsa della materia animale. Narra con “bocca”, “occhi”, “dita” del tempo senza tempo dell’“apparire della vita sulla terra”, quando i corpi si sovrapponevano, cadendo l’uno sull’altro, si con-fondevano, entrando in lotta tra loro; narra di un aoristico presente: “si posano sulla terra gli artigli come fanno le labbra su tutte le ferite, nell’intento di arrestare il fluire del sangue che lungo le gambe scende sino alle radici”. Nella dura lotta per l’esistenza – un ‘per’ anche questo molto tardivo, dettato dal presente storico dell’osservatore, perché in quella lotta, c’è solo scontro, urto di corpi accennati appena, e nessun ‘fine’ o ‘scopo’ o ‘mèta’, nessun “per” –, nella dura lotta per l’ek-sistere sono insieme alberi e uccelli, rami e artigli; la mano dell’uomo nascerà, quando nascerà, da questi, con essi contrastando per sorgere. Di qui la fragilità dell’umano, che non cessa col raggiungimento della sua distinta forma. Ché la fragilità dell’umano deriva non solo dall’opposizione di forze ‘esterne’, sì anche da conflitti ‘interni’. Così intendo il frammento sulla “donna ostile”, che accentua la fragilità dell’umana ek-sistenza, pur conferendo “leggerezza all’espiazione”. Ridiviene artiglio la mano, tornano gli animali-uomo, i vichiani Polifemi, al sonno della Notte e del Caos; ma questa katastrophé prepara a nuova ek-sistenza: “dintorno al relitto che arde e s’inabissa, tornano a muoversi nella verde fauna le corolle, quanto le labbra indispensabili alla formazione della nuova creatura”. Fauna e corolle – animale e vegetale – di nuovo insieme, indistinte, a sottolineare la ‘novità’ della ‘ripetuta’ emersione dalla notte dell’inconscio: la nascita dell’animale-uomo consapevole di morte. Si mostra qui altro aspetto della donna: “il corpo giacintino della sorella” ricorda l’Antigone sofoclea – “agli occhi della sorella, il corpo che decede è simile a quello dell’uomo che in silenzio veglia nell’antro dei caduti” –. Ma quale differenza ancora: qui l’uomo, ancora pieno d’animalità, decede, non muore. Consapevole di morte, ma non ancora áxios thanátou.

 

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Lentamente, a stento, “con nascite ripetute”, prende forma l’uomo, “la creatura non riconoscibile che di carne e ali è fatta”. E con dolore. Né è gioia il Cielo, invincibile attrazione: se è faticoso lasciare la Terra, ove pure si è esposti alla disgregazione per forze esterne ed interne, più faticoso ancora e massimamente pericoloso “lo slancio verso il cielo”, che non dà certezza alcuna. L’ignoto – la chiara cecità dell’Azzurro – non salva, ché oltre la sua orbita all’uomo non è concesso andare. E se i rami dell’albero tendono al Cielo, presto si curvano verso il fiume del tempo, che segna il ritmo della dispersione, fin dall’inizio. La nascita è grido, che resta tale pur entrando come voce nel coro di voci. Il ciclo della vita è da morte a morte: “dal recinto tombale il bambino con le ali fugge senza lasciare traccia alcuna di esistenza, proprio come i morenti quando si accingono ad allontanarsi dall’antro”. Ma è vita! E tempo! È vita come tempo, tempo che è respiro. E, se solo il vivente che respira ha esperienza del tempo, in quanto ritma il movimento secondo l’inspirazione e l’espirazione, la ripresa e il ri-getto, la ritenzione e la proiezione, allora al respiro dell’uomo deve pur essere riconosciuto un suo ‘segno’ inimitabile, dacché “non c’è forma animale che sia affine all’essenza di questa forma elementare che a ogni singolo passo contempla una caduta”. Se è destino che l’uomo cada, è perché “viene da grande altezza”. La disperazione del destino di morte si riscatta nella consapevolezza che “nel passaggio dalla materia elementare del respiro all’incrinatura che si allarga nel tempo, non si riduce la suprema altezza dei cieli né la loro consistenza si assottiglia”. Nessuna illusione di progresso, beninteso, né menzogna evolutiva: la redenzione è nella caduta, e per la caduta. Da morte a morte è il respiro fragile della vita – ma è respiro. E vita. Non ha bisogno di fermezza e stabilità, di fondamenti inconcussi, la vita – per essere. È nella fragilità che la vita si vive, senza imporsi, ma… per amore. Amore umano, semplicemente umano, privo di illusioni, e di pretese, amore impotente, che non toglie il dolore e il male di vivere, ma anzi li rivela con lo sguardo puro di chi ama non per redimere, non per salvare, e neppure per proteggere – ma per amare, solo per amare.
Amare è il compito terreno dei mortali? Non so se l’amore, l’amore terreno, impotente dei mortali possa essere ‘compito’; so, però, che di esso è possibile dire quello che Spinoza diceva della virtù, che è premio a se stesso.

 

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Gli ultimi frammenti di questa mitografia del pensiero sono dominati dall’idea del destino che “non consente agli uomini che la cecità […], in questa somma inestricabile di sensazioni provocate dall’irruzione del cielo sulla terra”. È la cecità dell’illusione? La cecità della pretesa all’amore che redime da morte?
“Wo aber Gefahr ist / wächst das Rettende auch”. Il distico di Hölderlin può esser letto anche alla rovescia: “Dov’è ciò che salva, là cresce anche il pericolo”.
Certo il Cielo che sottrae l’uomo alla servitù della Terra è anche ciò che precipita l’uomo nell’abisso dell’origine.
Fedele alla fragilità della vita, leggera come il respiro, e alla gratuità dell’amore, costante non più del vento, Ermini, libero dalle illusioni del Cielo, non abbandona il campo alla necessità del destino. Che l’esito sia scontato non toglie, anzi sublima, lo sforzo dell’uomo, del vivente. È, dunque, vivere il compito terreno dei mortali?

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