“Memorie scheletriche”: un inedito di Alfredo De Palchi, con una nota di Luigi Fontanella

 

Memorie scheletriche

di Alfredo de Palchi

Con mia madre venticinquenne che mi tiene per mano, a tre anni esco dal cinema nel pomeriggio tra l’estate e l’autunno. A piedi torniamo verso Malon, contrada nelle vicinanze di Terranegra, frazione di Legnago, dove son nato in una famiglia poverissima. Quando arriviamo all’inizio della strada polverosa, divisa da una parte dall’industria del concime e dall’altra dalle mura del cimitero, dal cielo scurissimo si scarica colpendoci un temporale di grandine grossa. Non essendoci niente sotto cui ripararci, mia madre mi copre tutto sotto il suo corpo steso per terra totalmente bianco di grandine, mentre con le mani si protegge la testa. Al termine della grandinata, ci alziamo e camminiamo ancora, con attenzione sullo spessore di sassi di ghiaccio, mezzo chilometro di strada per raggiungere la nostra casa dove mi metto a piangere a squarciagola perché il mio gilet di velluto nero senza maniche con sulle tasche dei fiorellini a colori è bagnato.

Famiglia poverissima a cui spesso manca persino una panara di polenta con scopeton, ma ci sono i giocattoli: il cavallo a dondolo, ed il triciclo, che attirano la cattiveria dei bambini vicini. Infatti, uno dei bambini più grandi mi spinge sul triciclo giù per le scale di legno; dopo una vita quasi compiuta come ricordo mi rimane per fortuna soltanto la ferita al mento.

Nel cortile dietro la casa non ci sono galline e conigli in gabbia, non c’è il maiale. Ci passano degli animali selvatici, come l’istrice che mio nonno è riuscito non so come ad acchiappare all’alba dandogli fuoco. Una scena che non posso dimenticare per la crudeltˆ nel vedere l’istrice che corre pazzamente in fiamme lungo il recinto di rete metallica del cortile e per la fame della famiglia. Nel giorno di Natale di quell’anno, mia madre mi consegna a una vecchietta che mi sfama e mi scalda.

Seguo il carretto che trasporta le masserizie da Malon a la Sarezina, una contrada di Canove. La famiglia, per motivi indubbiamente immersi nella miseria, deve cambiare casa. Cammino piangendo dietro il carretto, a quattro anni non voglio abbandonare Malon per andare nello sconosciuto. Eppure, dopo una paio di tentativi di scappare inosservato come un gatto che trova la strada del ritorno, quei pochi anni trascorsi alla Sarezina sono felici: la mietatura del frumento; il cantare mentre si spannocchia le pannocchie di granoturco; la vendemmia e il pigiare a gambe nude l’uva dentro grandi mastelli di legno; il truce scannare i maiali consapevoli; i fossi ghiacciati su cui scivolo con le sgiavare all’asilo; le stalle di buoi e mucche che mi scaldano con i compagni e le compagne mentre le nonne e le mamme lavorano la lana, cuciono e raccontano; le aste per imparare a scrivere alla prima elementare e ancora l’odore dell’inchiostro e del sillabario con le poesie di Angiolo Sivio Novaro; la bicicletta con la canna sulla quale le sudate per imparare a guidarla mi mettono moribondo a letto con la bronco-polmonite-pleurite da dover ripetere la seconda elementare.

   Legnago, precisamente Porto di Legnago, dove abito in Via Belfiore (oggi Via Lante), è una zona afosa d’estate con il pesante odore delle barbabietole su carri trainati da stupendi buoi diretti allo zuccherificio, e l’odore degli zoccoli del cavallo bruciati dal ferro martellato dal maniscalco con la sua bottega quasi all’angolo della via; è un odore simile alla crosta del formaggio bruciato. Niente si muove all’ora della siesta. C’è chi la fa anche se non ne ha voglia, la campagna e appena fuori della porta, e noi ragazzi usciamo di casa alla chetichella, corriamo in mutande e scalzi sull’argine a giocare di guerra tra canne e sterpi, ai giaroni dell’Adige che ogni anno si porta via nella corrente un ragazzo pescato poi annegato giù lungo la riva dalle parti di Villabartolomea. Oppure si corre al Terrazzo, un fiume che non incute nessun timore, nudi persino quando ci sono le donne che zappano. Spensierati non badiamo alle loro grida di “svergognati” se tutti insieme ci masturbiamo. Talvolta si deve scappare nudi con le mutande sottobraccio se si vede arrivare in bicicletta traballante don Bepe di Porto; in quell momento anche le donne ci inseguivano con le zappe. A mia madre, quando si tratta della mia sicurezza, anche un fosso incute paura. Mi obbliga a stare a letto, non vuole che io vada a nuotare, però riesco a farcela e quando se ne accorge sa dove trovarmi; e mi riporta a casa, scudisciandomi leggermente con una stropa lunga flessibile tra le gambe che trotterellano sulla sinistra accanto alla ruota davanti della bicicletta che lei pedala per circa un chilometro. Preferisce punirmi in questo modo, che è un punzecchiare; dice che non si deve picchiare i ragazzi sulla testa e sulla faccia.

   Ho dodici anni e abito ancora in Via Belfiore, una via breve che va da sotto la salita acciottolata che conduce al ponte sull’Adige fino alla traversale neanche cento metri, dove all’angolo della traversale c’è la bottega del fornaio Chiericati. A metà via c’è il portone di legno della mia casa che affittiamo; si entra dal portone, quando si è nel cortile comune, con il pergolato di vigna, si notano a sinistra le ringhiere dei poggioli della facciata interna a forma di L del caseggiato a tre piani attaccato alla mia casa; a destra si entra dal cancello in un cortiletto privato con la pompa dell’acqua, si apre la porta e si sale al pianerottolo dove si trova la stanzetta-secchiaio; si sale ancora e si è davanti all’entrata della cucina e del tinello accanto; le camere da letto sono sopra un’altra scala; infine c’è il solaio in cui tra scatole e casse di roba vecchia, scatoloni rotondi di latta pieni di salamini e oche a pezzi dentro la protezione dello strutto di maiale, vi è una cassetta tutta mia che contiene matite quaderni disegni primitivi all’acquarello pennini per le penne, pochissimi giocattoli di latta con le molle, e altre cose pitocche che nell’insieme sono il tesoro di un ragazzo. Nel solaio vi sono dei libri a fascicoli; il mio primo libro che leggo è L’uomo che ride di Victor Hugo. Ci capisco molto ma molto poco. Giù, in fondo al cortile, a sinistra c’è la lavanderia con paioli grandi di rame e mastelli, a destra una ex piccola stalla dove io con Zita e Mariella faccio “teatro” ogni domenica; ragazzi e ragazze vengono e pagano 10 centesimi, una palanca; un po’ discosto, ma non tanto, si annusa il letamaio degli inquilini popolato di toponi; dal bordo rialzato io e Zita, anche lei in piedi, vi pisciamo dentro sparpagliando i topi chissà dove.

Tra la lavanderia e il letamaio c’è la cancellata che protegge l’orto di mio nonno Carlo dagli inquilini e dalle galline che razzolano nel loro cortile.

Tutta questa proprietà, che sembra immensa parlandone, non appartiene alla mia famiglia composta dal nonno, dalla nonna, dalla zia Bruna, dallo zio Nereo (chiamato localmente Nerio), da mia madre Ines, da me, Alfredo, e da Zeffirino, figlio anche lui illegittimo concepito dal giovane dottore Ficaia, fiorentino, che muore in motocicletta in un incidente stradale poco prima che Zeffirino nascesse. Due figli illegittimi, in una famiglia poverissima di lavoratori. E si cresce derisi, quasi indicati a dito, certi di sembrare differenti. E pensare che mia madre e il dottore erano quasi sposi, e che il dottore avrebbe riconosciuto suo figlio e adottato me, figlio illegittimo di Giovanni Sandrini. Nostra madre, anche se sfortunata e romantica, specialmente con Sandrini che la conosce dagli anni della prima giovinezza, non ci abbandona, e rifiuta le ottime intenzioni adottive di un paio di famiglie (una principesca di Roma) dell’aristocrazia, senza discendenti. Preferisce tenerci, lavarci, mantenerci nell’amore della povertà con il suo lavoro manuale allo zuccherificio, di cameriera, di mondina e di serva.

Il ragazzo è intelligentissimo, con una memoria che impaurisce, una maturità che intimidisce, eppure rimane un ragazzino che gioca con i compagni, soprattutti con Sergio Rosina. Sa leggere e scrivere in prima classe elementare, sa qualcosa di matematica che io mai saprò imparare, il discorso del Duce lo memorizza e lo ripete dopo, imitando con la sua voce di ragazzino quella stentorea del Duce. E d’un tratto succede che gli fa male la testa, un dolore atroce, la febbre è altissima, delira il mio nome, è semi paralizzato, e il dottore dell’ospedale ci conferma che si tratta di meningite fulminante. Tutto capita in quattro giorni. A casa, la morte gli arriva fulminante, fulminando la famiglia che da quell’istante decide di non menzionare più il suo nome. E non lo si menziona, ciascuno di noi se lo ricorda da solo senza parlarne.

È l’anno in cui per la prima volta vedo il mare, a Cesenatico, da una colonia elioterapica del Duce. La colonia è grande, sulla spiaggia, vicina ad una insenatura da cui ogni mattina prestissimo escono barche e dei peschereggi. Siamo tanti bambini e bambine di famiglie bisognose. La spiaggia a me pare immensa di sabbia bianchissima, sparpagliata di conchiglie e il mare che si arrotola in onde di schiuma ci viene addosso eccitandoci a gridare. Che magnificenza questa semplicità per noi magnifici bambini bisognosi. Grazie Duce, mandami qui anche il prossimo anno. Giuro che vedo palombari e sirene. Chiedo, a un bagnino che ci controlla e osserva nell’acqua, se è palombaro e se ha mai visto le sirene. Risponde di sì, che a casa ha lo scafandro e che un giorno io lo indosserò qui, sulla spiaggia, per scendere nel profondo del mare a osservare le sirene che nuotano.

   Ritorno a casa che è ancora estate. La via è occupata di ragazzi e ragazze che si chiamano Augusto Guerrino Marino Rino Vittorio Lucia Maria Mariella Lucia Zita. Trovo la casa vuota, nel senso che manca la persona che mantiene più o meno unito il nucleo della famiglia. Chiedo della nonna, e tra abbracci e baci mi si dice che la nonna Luigina non c’è, morta velocemente di cancro al pancreas. Preferisco il nonno Carlo, ma non accetto che la nonna se ne sia andata durante la mia vacanza elioterapica.

   Sin da bambino-bambino dormo nel letto tra la nonna e il nonno, con la testa all’ascella e il resto del corpo addosso al corpo del nonno che mi protegge. Non voglio mai dormire nel mio letto. Adesso il letto di ferro del nonno è grande e siamo io e lui che nell’oscurità, o alla luce del soffitto illustrato con imitazioni di pitture settecentesche, mi racconta storie e favole.

   Ogni domenica pomeriggio, se fa bello, mi carica sulla canna della bicicletta col fanale a carburo.

   “Dove vuoi andare, Roma, Milano, Parigi…” mi propone.

   E pedala fuori del paese, piano piano lungo strade polverose di campagna, o sulla provinciale, raccontandomi di Roma, Milano, Parigi che non ha mai visto. “Guarda là” e mi indica una cascina con la colombaia da sembrare una torre, “è il castello del re e della regina di tanti servi che lavorano con trattori, trebbie, aratri” e così via. Se si incontra uomini su carrette trainate da cavalli da tiro me li fa credere principi, se donne sedute dalla stanchezza con la zappa tra le gambe me le fa credere principesse anche se magari le vedo in piedi che pisciano a gambe aperte sotto la sottana lunga e larga. Fino a che si arriva al solito paese che il nonno mi assicura di essere, Roma o Milano o Parigi.

   “Ecco Parigi, siamo arrivati” annuncia. Si scende dalla bicicletta e si entra nella solita osteria all’angolo destro della strada all’inizio del paese. Siede a un tavolo circondato da anziani e vecchi che giocano a briscola, “questo è il re e questo il principe” mi presenta due contadini; gli altri ridono a piena bocca puzzolente di aglio e di vino. Il nonno si mette a giocare battendo i pugni nodosi sul tavolo a carte mal servite, ed io al suo lato assisto alle battaglie della briscola.

A sera, rimontiamo sulla bicicletta e per strada è incantevole; il vino dell’allegria gli tocca il cuore e la testa. Non è ubriaco, ma un tantino più allegro del normale, e allora con la sua voce di basso canta vecchie canzoni e romanze d’opera sulla mia nuca. “Canta passerotto” mi dice, “canta, mio piccolo Garibaldi”. Per lui sono un Garibaldi, e per me lui è il poeta di ogni sera che a letto mi racconta favole fino a che il sonno mi prende la testa sulla sua spalla forte e il suo odore di toscano mi cresce nelle narici. Il nonno non è soltanto nonno, è anche mio padre, è il poeta che ogni domenica mi conduce a cavallo della bicicletta nella meravigliose città dell’infanzia che finisce nel suo cancro. Mi rimane la cancerosa nostalgia dei momenti in cui creo solo per lui statuette di cera. “Che bravo”, e le poggia fieramente sul comò.

   Parteggio con lui in lotta con la nonna per l’orto grande come un campo. Lui vuole verze, lattughe, pomodori, fragole, e fiori; lei, amante dei fiori e delle preghiere, soltanto fiori. Ci sono lotte, e di ripicco ciascuno semina quello che desidera nello stesso pezzo di terra; così finalmente cresce un orto di crisantemi in mezzo alle verdure. Dovrei amare tanto anche la nonna per aver sistemato la maestra storpia che con la bacchetta mi ha più volte battuto le mani per niente: ha creduto che lo spunta matite a forma di pipa fosse una vera pipa; ha creduto di punirmi persino perché sono riuscito a completare per una volta senza errori un compito di aritmetica di terza classe. Questa maestra storpia non mi tocca più, ma sussiste la malvagità dei compagni che imparano, istigati dai genitori, ad offendere. I deboli rispettano, quindi se so di vincere li picchio, evitando di andare alle mani con quelli più rossi di me. Poiché so di essere fisicamente debole, fingo di essere forte senza fare il bullo, mostro i pugni alzando la voce e sparisco. Intanto la mia reazione mi fa sicuro davanti a loro, protetti dalle famiglie con salumi e pollastri da regalare alle maestre e dalla legge che non è e mai sarà uguale per tutti. Non potrà mai essere uguale per tutti. Mia madre che denuncia Giovanni Sandrini, mio padre, ai carabinieri per mancate promesse di matrimonio o che sia, si sente rispondere dal maresciallo panciuto di finirla con queste storie, di smettere di seccare lui e il signor Sandrini, uomo integerrimo del paese. Per forza mia madre smette di seccare, il maresciallo l’ha spaventata con la prigione.

   Il parroco, che punisce la mia famiglia dal pulpito, tramite la moglie del barbiere riferisce che io non sia accompagnato alla prima comunione da mia madre. Chi mi porta è la moglie del barbiere. Ingoio l’ostia e alla fine della cerimonia faccio quello che fanno gli altri, bevo una scodella di cioccolata offertaci dalla chiesa. Non dimenticherò mai questo giorno sprecato da un prete schifoso, l’ostia che sparisce nella diarrea creata dalla cioccolata.

   La compagna preferita è Zita di due anni più grande, poi Mariella. Zita me la mostra per caso nell’orto del nonno, mentre accovacciati si mangia le fragole. Dalla pressione il taglio della fichetta scoperta si apre, e il mio istinto mi spinge a metterci tra i peli l’indice destro per mettermelo poi a succhiare in bocca. Lei non si vergogna, io ci riprovo. Però è lei che mi inizia a leccarle la fica tredicenne, è lei che mi aiuta a metterle dentro il cazzino. Quasi ogni pomeriggio, dopo scuola, mi chiama dal poggiolo: “Alfredo!”, ed io scendo di corsa dalle mie scale per salire le sue, alla soffitta dove vuole che la lecchi prima e dopo; oppure di sera dopo cena nell’oscurità della lavanderia sorvegliata dal volare dei pipistrelli. Al suo giornaliero chiamare, comincio a rispondere “no!”. La madre già indaffarata con altre figlie e altri figli, infine la manda a Firenze a fare la donna di servizio in casa di una parente benestante. Ciao Zita. Sei la cara stessa compagna preferita, la prima, nella mia età quasi ancora puerile, e per sempre nella mia memoria riconoscente.


Per le Memorie Scheletriche di Alfredo de Palchi

di Luigi Fontanella

 

 

… nessuna nostalgia mi rattiene
spingo la vita oltre dove
non mi occorrono radici per sapermi
sentirmi esistere…

 

   Su Alfredo de Palchi, poeta che stimo e amico sodale con il quale condivido da anni l’organizzazione di non poche iniziative a favore della poesia italiana in America, ma anche rabbie, fobie, ubbie, “eroici furori” e perfino (perché no?) i “privilegi” di vivere un po’ fuori del guazzabuglio di combriccole e cos(ch)e italiane – “privilegi” che costano caro al nostro status di poeti exoterici – ho avuto modo di intervenire criticamente più volte, sia in ambito recensorio, sia in circostanze legate a presentazioni o letture pubbliche di questo poeta. Sulla sua esperienza e sulla sua opera ho scritto poi, per chi desideri conoscere genesi ed evoluzione di questo scrittore così atipico, un intero studio monografico leggibile nel mio volume La parola transfuga. Scrittori italiani in America (Firenze, Cadmo Ed. 2003).

   Tornando alle varie circostanze ufficiali che ci hanno visto insieme, sulle quali per inciso conservo, nel mio personale archivio depalchiano, tutta una messe di carte sparse, fotografie, locandine, poesie inedite, riflessioni e annotazioni manoscritte dello stesso Alfredo, alcune tra l’altro veramente godibili e testimonianti del sulfureo spirito irriverente di Alfredo, dicevo, tornando a queste occasioni ufficiali, mi piace ricordarne almeno quattro fra le più significative capitate in questi ultimi due anni. La prima alla Casa Italiana della Columbia University (17 ottobre 2005), insieme con Paolo Valesio; la seconda a Torino presso la libreria Bicros (24 maggio 2006) per la presentazione del suo volume complessivo Tutte le poesie: 1947-2005 (Mimesis, 2006) insieme con Franco Pappalardo e Roberto Bertoldo (quest’ultimo si è molto prodigato e tuttora si prodiga per far meglio conoscere in Italia la poesia di Alfredo, che pure negli anni Sessanta aveva avuto una notevole ricezione critica, come dimostrano i non pochi scritti firmati da poeti e studiosi di assoluto valore, come Vittorio Sereni, Giuliano Manacorda, Carlo Della Corte, Glauco Cambon, Marco Forti, ecc. – rimando per tutto questo al mio su indicato saggio in La parola transfuga). La terza occasione: presso lo storico Caffé “Le Giubbe Rosse” di Firenze (30 maggio 2006), insieme con gli amici Massimo Mori e Giuseppe Panella. La quarta – da me organizzata presso il Poetry Center della State University di New York, con sede a Stony Brook, università nella quale insegno letteratura italiana da oltre venticinque anni – voleva celebrare l’ottantesimo compleanno di De Palchi (Alfredo è nato a Legnago il 13 dicembre 1926).

   Devo dire, per puro amore di cronaca, che quest’ultimo evento è stato di gran lunga quello di maggiore “successo”, sia per il numerosissimo pubblico convenuto, sia per l’interesse critico della serata: vanno di fatto ricordati gli interventi di Luigi Bonaffini (docente alla CUNY, Brooklyn College), Rowan Ricardo Phillips (direttore del Poetry Center di Stony Brook), Anthony J. Tamburi (italianista e Dean del Calandra Institute di New York City), e quello del sottoscritto. Sempre a testimonianza di quella serata e a celebrazione del compleanno di De Palchi fu stampata una plaquette fuori commercio, in trecento copie, per le edizioni di Gradiva. Questo libricino, intitolato Dates and Fevers of Anguish (il titolo è tratto da un verso depalchiano) contiene quattordici poesie di Alfredo con la traduzione inglese e il testo originale a fronte. Autori delle traduzioni: Michael Palma e Luigi Bonaffini (esattamente sette poesie a testa), i quali hanno firmato anche le due rispettive Introduzioni. Sulla quarta di copertina compare una mia noticina in inglese (il libretto era ed è destinato soprattutto al pubblico americano) nella quale sintetizzavo in un flash lo spirito originale quanto intransigente dell’intera esperienza depalchiana. Mi permetto riportarla anche a guisa di suggello finale della mia ormai lunga dimestichezza (e ammirazione) verso la poesia di quest’autore.

   For many years now, Alfredo de Palchi’s poetry has been, and continue to be, a shining example, a strong presence, as well as an instructive guide for my own poetry. His unconventional and uncompromising stance towards poetry speaks directly to all those great poets who, in their life, have struggled to maintain a proud independence from all forms of political power and social hypocrisy. Moreover, I cannot forget that Alfredo de Palchi is, by far, the single poet who, more than any other individual, during the past five decades has effectively supported and contributed on behalf of the diffusion of Italian poetry in the United States of America.

   Mi è parso dunque giusto, per questo volume miscellaneo in suo onore, presentare – in anteprima assoluta per i lettori del Nostro – un “assaggio” di una sua opera inedita, ancora in fieri, per molti versi piuttosto eccezionale.

   Mi riferisco ad una sua autobiografia intitolata Memorie scheletriche, di cui qui si presentano le pagine iniziali, cominciata da Alfredo verso la fine degli anni Novanta, alla quale ha lavorato e sto tuttora lavorando sia pure in modi e tempi diradati.

   Concepito in origine come un vero e proprio romanzo, questo scritto s’è presto incanalato nella forma autobiografica, e, allo stato attuale, copre gli anni adolescenziali fino al 1945, anno in cui lo scrivente aveva circa diciott’anni. Nelle intenzioni dell’autore, l’autobiografia dovrebbe proseguire con il racconto degli anni della prigionia (1945-1951); poi con gli avventurosi anni della “liberazione” e le contestuali esperienze parigine e barcellonesi fra il 1951 e il 1956 (è in questo periodo che Alfredo sposerà Sonia Raiziss, il matrimonio avviene proprio a Parigi il 24 ottobre 1953), fino al suo imbarco da Le Havre per l’America, avvenuto nell’ottobre 1956. Questo dovrebbe costituire il primo volume delle sue memorie, al quale idealmente (e spero fortissimamente che Alfredo manterrà il suo proposito) dovrebbe seguire un secondo tomo riguardante gli anni americani dal 1956 a oggi.

   Memorie scheletriche si aprono in media res come all’improvviso, in tutta la loro coinvolgente flagranza, con un incipit senza preamboli che immette di colpo il lettore nell’atmosfera italiana, così come doveva essere verso la fine degli anni Venti in una contrada veneta di poche anime, come Malon (nei pressi di Terranegra, frazione di Legnago). È lì che si collocano i primissimi ricordi.

   Direi che questo incipit, felicissimo, testimonia subito dell’inventiva freschezza di questa prosa, che ha la stessa forza d’immediatezza rinvenibile in certi pittori naif, alla Henri Rousseau, tanto per intenderci.

   Irresistibile, inoltre, leggendo le prime righe di queste Memorie, il ricordo di Ungaretti, quando nelle sue pagine memoriali rievoca l’interminabile tragitto che faceva settimanalmente da bambino insieme con la madre, lungo la strada polverosa, per andare al cimitero, situato alla periferia di Alessandria d’Egitto. Lì era sepolto suo padre, emigrato dalla provincia di Lucca in Egitto, e lì morto precocemente sul lavoro.

   Il racconto procede come per lampi e improvvise epifanie apparentemente staccate l’una dall’altra. È come se l’autore proiettasse una sua torcia elettrica per illuminare ora un punto ora un altro della sua mitica infanzia. Una tecnica, questa, che a me ha fatto ricordare il primo Bresson, il grande regista di Un condannato a morte è fuggito, un’opera costruita attraverso una serie di primi e primissimi piani staccati, concentrata sui volti dei protagonisti e sugli oggetti con cui Fontaine, il protagonista del film, prepara la sua fuga. Uno stile, insomma, segmentato, che De Palchi aveva già fecondamene sperimentato nell’iniziale produzione della sua poesia. Penso, in particolare, a quell’intenso e tesissimo poemetto, realistico e visionario allo stesso tempo, intitolato Un ricordo del ‘45, che, scritto febbrilmente a poco più di vent’anni nel carcere militare di Procida, avrebbe avuto, come primo entusiasta lettore, Bartolo Cattafi nella primavera del ‘61, e sul quale, l’anno seguente (dopo aver ricevuto il manoscritto direttamente da Bartolo) Vittorio Sereni avrebbe scritto pagine assai penetranti presentandolo in anteprima ai lettori dell’importante rivista “Questo e altro” (n.1, 1962) e collocato poi, opportunamente, come testo iniziale di Sessioni con l’analista, il volume d’esordio uscito presso Mondadori nel 1967. In quello scritto, a mio parere fondamentale, Sereni intelligentemente rilevava di Un ricordo del ‘45 la “stringente struttura drammatica dentro e attraverso l’informe”. Aggiungo – sia detto qui per inciso – che a mio avviso basterebbe solo questo poemetto, scritto da un giovane autodidatta qual era De Palchi nel 1948, a fargli occupare un posto rilevante nella storia della poesia italiana del Novecento, rappresentando, questo componimento, decisamente una straordinaria novità nell’allora panorama italiano; novità soprattutto stilistica, di cui solo veri poeti, come Cattafi e Sereni, seppero rendersi pienamente conto. Sono abbastanza convinto, inoltre, che tali doti di lungimiranza e generosità – nella fattispecie quella di un gentiluomo come Vittorio Sereni – oggi forse non esistono più.

   Tornando al paragone (che però non va forzato) che ho fatto poc’anzi con il film Un condannato a morte è fuggito di Robert Bresson, anche nell’autobiografia di De Palchi, come in quel film, i riferimenti storici sono volutamente ridotti e l’autore concentra la propria attenzione sull’ atmosfera nella quale visse da ragazzo, e sul rapporto metafisico dell’uomo con la Libertà. Per attuarla, De Palchi elimina tutto il superfluo per essenzializzare cose, luoghi, eventi e persone che lui va man mano rievocando. Bastano, per esempio, pochissimi tratti per tratteggiate la povertà che in quegli anni attanagliava sia la famiglia dello scrivente, sia in genere tutte le famiglie del borgo in cui abitava, nonché gli umili passatempi, fra cui anche un teatrino allestito in una stalla, di cui un ragazzino di quel tempo, vivente in umili contrade come Malon, e Canove, poteva fruire.

   In questa realtà sottoproletaria e decentrata prendono rilievo e sostanza personaggi indimenticabili come Zeffirino, l’intelligentissimo fratello di Alfredo, stroncato dalla meningite quand’era ancora ragazzo; la nonna Luigina, che lo scrivente trova morta dopo la colonia estiva a Cesenatico (qui egli vede per la prima volta nella sua vita il mare!); e, su tutti, la premurosa madre Ines e il nonno Carlo, anarchico ben noto in tutta quell’area del veronese, dalla fervida immaginazione e anticlericale convinto. Ancora oggi Alfredo ricorda vividamente una sua ricorrente battuta: “I preti mangiano la carne cotta nell’acqua”, battuta che diventerà un verso di una sua poesia, per evidenziare sarcasticamente ottusità e posizione di potere del clero. Nonno Carlo sarà in effetti un personaggio fondamentale nella formazione giovanile di De Palchi, che lo rievocherà più tardi in due liriche scabre ma di notevole realismo espressionistico nel volume Sessioni con l’analista. È con nonno Carlo che il piccolo Alfredo fa gite in bicicletta in un’aura campagnola magica e incantata, di vago sapore pavesiano, nella quale piccole contrade possono improvvisamente diventare, per pura forza d’immaginazione, grandi metropoli come Milano o Parigi, dalle quali sono certo esclusi maestre storpie e infami, come pure parroci stomachevoli e bacchettoni.

   Ed è sempre in questa rustica ma autenticissima dimensione paesistica che il piccolo Alfredo, ormai adolescente, scoprirà anche l’Eros, come passo cruciale verso la più completa conoscenza di se stesso e del mondo. Tutte da leggere e da godere sono infatti le pagine dedicate a questa scoperta, della quale il lettore può avere un assaggio tenero e irriverente nella parte finale del brano qui riportato. L’autore dice che egli sarà “per sempre riconoscente” a chi per prima (in questo caso il personaggio è la quindicenne Zita) le ha aperto le segrete vie della sessualità.

   Credo che siano sufficienti queste brevi annotazioni di lettura per dare almeno un’idea della sostanza di queste memorie depalchiane. Quanto alla forma, ho già detto della freschezza lessicale con cui esse sono state finora scritte. Una prosa, insomma, originalissima, dettata sì da un impulso irresistibile alla documentazione di se stesso, ma anche abbastanza sorvegliata e disponibile ad accogliere lemmi e modalità dell’antico gergo natìo. Ecco qualche gustoso esempio lessicale, la cui spiegazione devo allo stesso De Palchi:

“polenta con scopeton” = polenta e aringhe ai ferri o alla fiamma;
“scivolo con le sgiavare” = specie di scarponi per pitocchi con la suola di legno;
“ai giaroni dell’Adige” = sabbie con un misto di sassolini e sassi;
“con una stropa lunga” = ramo lungo, sottile e flessibile;
“bicicletta col fanale al carburo” = da ragazzo si usava un fanale con dentro un composto di carburo che alimentava una fiammella per segnalare, nella notte, il passaggio della bicicletta; il fanale era attaccato, fisso, al collo del manubrio.

   Credo che Memorie scheletriche, una volta rese pubbliche, possano aggiungere un tassello importante all’interno dell’opus poetico, già noto, di Alfredo de Palchi; in molti casi esse serviranno a illuminare, specialmente da un punto di vista contenutistico, non pochi tratti oscuri o complessi della sua esperienza poetica. Vorrei anzi aggiungere che sono esse stesse opera di poesia, se per poesia intendiamo anche libertà totale di espressione e momento liberatorio del nostro inconscio.

   Memorie scheletriche, infine – ma non alla fine –, riconfermano in toto la naturale disposizione, forte e autentica, di Alfredo de Palchi, al suo voler essere poeta affrancato da qualsiasi condizionamento, nonostante le numerose difficoltà e persecuzioni esistenziali da lui ingiustamente subite soprattutto durante i suoi anni giovanili. Ecco, nonostante tutto ciò egli è riuscito a darsi un proprio statuto letterario, una sua dignità e sicura qualità letteraria tra le più originali della poesia italiana dal dopoguerra a oggi.

   Credo, come già mi è avvenuto di scrivere, di tutto questo – e di altro, se si considera anche l’imponente lavoro che egli ha svolto come “ambasciatore”, da mezzo secolo a questa parte, della poesia italiana in America – occorra rendere merito a De Palchi, a petto spesso di tanta poesia asfittica o intellettualistica o confessionale oggi prodotta in Italia, dalla quale egli ha sempre avuto la fermezza e l’intransigente coerenza interna di sapersi tenere lontano. Come pure, occorrerà dargli atto che ha sempre saputo infischiarsi – pagando orgogliosamente le conseguenze di persona – di qualsiasi conventicola letteraria; in questo, sempre in un suo modo controcorrente ma coerente con la propria stella eslege; consapevole, insomma – come diceva Rimbaud, il poeta, con Villon, più amato da Alfredo – che la vera poesia è altrove.

Stony Brook, New York, ottobre 2007

[Da Alfredo de Palchi-La potenza della poesia, a cura di Roberto Bertoldo, Ed. Dell’orso, AL, 2008]

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