Lucetta Frisa: ‘Disarmare la tristezza ‘

 

Disarmare la tristezza

Lucetta Frisa

2003

DialogoLibri

Per Lucetta Frisa, fare poesia significa non concedere armistizio ma essere armati, pronti a “dichiarare guerra nel mezzo” poiché la parola poetica può pronunciarsi restando in bilico sino a “recidere visibile e invisibile” (La follia dei morti). Stando nel punto d’incrocio e sospensione, tra realtà e visione, tra io e mondo, la poesia può portare con sé “pezzi di cielo e di abisso” […]. Se si fanno implodere o esplodere le parole, liberandole dalle regole consuete […] “diventa infinito il verbo/ che non si coniuga/ entra in ogni cosa/ va via nel nulla./ Mi sposo con lui/ vado dove mi porta/senza pronomi”. Ma non si attua qui una scrittura sperimentale, non c’è slogatura del significante né artificio linguistico fine a sé stesso, Frisa al contrario tenta una poesia che è “legge del canto” e componimenti sono denominati “canzoni”. Infatti, per trovare una parola che ritorni alla radici, alla terra, al corpo, sono importanti,per Lucetta, sonorità e ritmo d’ogni testo non in quanto ornamenti, ma perché – per entrare in contatto con le cose nella loro essenza – la parola si deve snodare e dondolare, agitandosi in una “lenta, ossessiva manìa” per trovare suono[…] In questo viaggio di ricerca la poetessa si rivolge anche alla tradizione lirica, chiede aiuto ai “folli morti tenaci/ miei lettori reali” e ascolta la lirica provenzale, quegli autori che lei chiama “eretici” e che “sono padroni dell’aria/ e trovano parole”, soprattutto Arnaut Daniel del quale sono presenti diverse citazioni; e anche altri provenzali ma non solo. Sono emblematici i versi di John Donne citati in apertura.”Coloro che a vicenda si tengono vivi/non sono mai separati”, ma anche gli exergo tratti da Gaspara Stampa, Emily Dickinson, Arthur Rimbaud e Vladimir Holan, autori di visioni e di rigore formale, per cui la raccolta diviene una sorta di dialogo poetico tra vivi e morti attorno al fare poesia. Frisa cerca sia nel passato sia nel presente la voce per trovare ”versi e saliva armati d’anima”, quei versi che -scrive – “mi colano dal naso/ e tutti gli enigmi li fiuto nei musi dei gatti”.

Certo, il corpo a cui allude è carne che si eccede, è apertura al mondo, ponte tra visibile e invisibile. Il corpo di cui scrive F. ha strappi, ferite, ma sa anche la gioia e la gaiezza – come leggiamo nella plaquette Disarmare la tristezza – in cui l’amore guida qui la parola poetica che si rivolge alle stelle come al cane e al gatto, alla notte come al vento, al mare e agli alberi, tanto che la poesia è una sorta di abbraccio con una forma vivente, un aderire alla vita. Frisa non cerca strutture tradizionali e forme chiuse, marmoree e perfette ma immobili, cerca una poesia che sia forma vivente -potrei dire – e i versi vibrano o si fanno silenzio, invocando l’aria e la sonorità. Dall’antica sapienza alchemica, la poetessa attinge il tema della metamorfosi: la parola se sgorga dalla terra, ha in sé peso e inerzia ma è nel percorso verso la pagina che attraverso il fuoco interiore, si attua il necessario mutamento per attingere la lievità dell’aria e diventare canto: poesia dunque, come trasformazione dei corpi esperienziali in corpi linguistici.

(Gabriela Fantato, Il corpo metamorfico di Lucetta Frisa, in Sotto la superficie (letture di poeti italiani contemporanei 1970-2004), a cura di G. Fantato, Bocca, 2004, pag.146-47)

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