Dante Maffia: “Il corpo della parola”

 

di Sergio Givone

Com’è possibile? È la domanda che i versi di questa intensa raccolta di Dante Maffia talvolta lasciano affiorare e talvolta nascondono, comunque spegnendola in una sorta di rassegnata ironia. Domanda che ammutolisce. Specie di basso continuo. O di filo melodico sussultorio e aritmico. Com’è possibile? E’ possibile. Semplicemente. Indipendentemente da qualsiasi risposta si voglia dare, ammesso che la si possa dare. “Il bar è chiuso per ferie. / Com’è possibile che un bar chiuda / in pieno agosto? Bisogna…”. In realtà non si può far niente, perché qualsiasi cosa si faccia o si pensi di fare è già condannata al non senso o a un senso puramente fittizio. Nelle maglie della realtà ci sono squarci e lacerazioni, che sembrano vere e proprie ferite, e aprono sull’altro lato del mondo; ma l’ordine naturale delle cose si richiude presto su di sé, fin troppo presto, e non lascia spazio alla fuga né ad altro sentimento che non sia di resa, per quanto amara. “…e nessuno sa / se ci sarà il dopo”. Non resta che prendere atto di una condizione d’impotenza. Semmai chiedendosi se essa rappresenti un che di definitivo e di inoltrepassabile. O non piuttosto un’ipotesi, benché la più realistica.

   “Freneticamente all’attacco del niente”. E’ quanto si può dire della nostra scomposta agitazione. Che cosa sono del resto le parole se non un tessuto di improbabili colloqui con gli oggetti (assurdi, inutili) che ci circondano? Potrebbe però essere che da lì venga un messaggio, o che lì qualcuno ascolti, se è vero che lo sfarinarsi di qualsiasi significato non ci impedisce di riconoscere che siamo fatti “di carne e di ossa”. Saranno pure destinate, le parole, a diventare “opache mostruose finte creature”, e nient’altro che illusione la pretesa di trattenere sulla soglia “la malinconia del disperdersi”. Nondimeno la fatica del dire, per quanto sconfortante, è doverosa, è necessaria, e infatti la sconfitta più irreparabile stranamente coincide col farsi limpido dello sguardo. Stranamente? O non piuttosto, suggerisce Maffia, in forza della stessa disperazione? “Chi crede più ormai che la parola / possa sdoganare il segreto di qualcosa? / Il suo compito è di registrare una nuova partita / doppia, parola ragioniera, / senza odori o sapori, senza / la divina aura che una volta possedeva. / Meno male che ci sono i vetri puliti del balcone / e il paesaggio è visibile nella sua bellezza”.

   Il poeta non sa perché scrive, e lo confessa; ma sostiene anche che se lo sapesse non lo farebbe, poiché sarebbe come percorrere sentieri noti, dove ci si può ritrovare, ma non perdere, non spingersi oltre il confine, non tentare l’avventura. E invece questo, forse nient’altro che questo, egli ha in mente: esplorare il negativo, affondare le parole nel silenzio, disfare il tessuto del linguaggio. Per ricomporre una trama possibile? O per bucare l’ordito, ogni ordito, nella direzione di un punto cieco ma come inesploso? Non è detto. Però è detto che “nella mia pagina / stanno bene la mancanza di soggetto, / gli anacoluti, le disastrate bandiere / del nonsenso / e i rivoli di parole stanche / da troppi anni moribonde / da troppi anni nel dormiveglia / scomodo dell’attesa”.

   Una dichiarazione di poetica. A rendere il volume anche più pregevole e raro. Giacché Maffia fa poesia riflettendo sulla poesia, con intelligenza, e con grande consapevolezza. Come oggi accade sempre più raramente. Anche se dovrebbe essere un passaggio obbligato per tutti.

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