Sebastiano Aglieco: ‘Giornata’ – La vita felice, 2003

 

Giornata

Sebastiano Aglieco

2003, 96 p.

La Vita Felice (collana Niebo)

 

(dalla presentazione di Milo De Angelis)

Dalla luce della Sicilia, al velo di nebbia del parco di Monza si distende la poesia di Sebastiano Aglieco: siracusano emigrato in Lombardia, maestro elementare, uomo solitario, concentrato, teso a uno scavo incessante nell’oscuro. “Sono una mente sotterranea e palpitante”.  Una forza antica è presente nei suoi versi, una naturalezza, un’istintiva dote di associare cose lontane e distanziare cose prossime. Poeta visionario come pochi altri, Aglieco sgorga alla luce dopo lente macerazioni, come se la parola si caricasse di una lunga attesa, minuto dopo minuto, giornata dopo giornata, prima di giungere alle labbra. E quando lo fa, porta dentro di sé tutto il peso e la necessità di questa gestazione. Ne nasce una poesia come raramente accade di leggere carica di imminenza e di arcaiche tensioni, accesa da un pensiero che sembra ferirsi e sanguinare, tanto faticoso è stato l’ingresso nella parola, tanto urgente e nuovo ci appare il  suo modo di riscrivere temi immutabili: l’infanzia, il sacrificio, la preghiera e l’impossibilità di comprendre, lo smarrimento, l’infinito durare di una giornata. “Sulla soglia della casa ti perderai”, “devi sorgere dalle lenzuola”, “la formula per capire è morire”.

di Alessandro Catà

I tempi e i luoghi sono importanti nella poesia di Sebastiano Aglieco, egli sente il bisogno di precisarli, annotandoli alla fine di un testo o, come accade in questo libro, indicandoli al termine delle sezioni che lo costituiscono. Questo come per ricordarsi, e ricordarci, che lo sfondo degli eventi che lo riguardano non è mai puramente mentale, né tanto meno il luogo di un’invenzione, ma che invece si tratta di uno sfondo reale, di uno spazio-tempo – ancorché deformato – rintracciabile in una geografia e in un calendario, che sono quelli della sua e della nostra vita. Voglio dire un gran bene della poesia di Sebastiano Aglieco, e in particolare di questo libro, esemplare per la qualità dei testi, per la sapiente, naturale, interna scansione creata dalle sezioni; ognuna delle quali si espande come da un nucleo centrale e segreto che ne ha determinato l’urgenza, l’esplodere della visione. Ne scaturisce una musica austera, di grande uniformità tonale, che conferisce all’insieme un senso di estensione, di ampio respiro e durata. Si ha l’impressione di una scrittura che opera per lente stratificazioni, che evolve per vasti cerchi di tempo sotterraneo; il sentimento di una costruzione ostinata, incessante, che sporge, giorno dopo giorno, sull’oscuro. Nella sua intensa prefazione, Milo De Angelis ha evidenziato la rara capacità visionaria di questa poesia, il senso di arcaicità e di imminenza che la pervade.
Leggendo il libro ho creduto di riconoscere alcuni elementi costitutivi, alcune, potremmo definirle così, forze elementari, quali la materia e la luce, il tempo e il dolore, che fondano la scrittura di Sebastiano Aglieco.
La luce, in Aglieco, ha forti connotazioni caravaggesche, e dunque di intenso chiaroscuro; il che la rende inscindibile dal suo opposto: l’oscurità. È questo il motivo per cui il colore (al contrario del segno) appare relativamente poco importante, tanto da suggerire una percezione dei testi fondamentalmente acromatica. Anche quando compaiono, i colori assumono soltanto valore nominale, mai ottico: non lo consentirebbe la luce, che è troppo intensa, o troppo debole. Se la luce è la luce, la materia è la terra, tutta la terra: il fango e la pioggia; la grotta di una remota iniziazione d’infanzia; il sangue che i picciotti vangano in Sicilia e che le donne conservano (nella sezione “Via della Spidduta”); le case fragili che ci separano e a malapena ci avvincono; e i viaggi, le partenze e i ritorni, il senso dell’infinito “finire di un luogo”. Il titolo del libro, Giornata, riassume l’andamento temporale dell’opera, modellata su questa durata, scandita da questa unità di misura. “Il tempo”, per restare a una definizione di Aristotele, “è il numero del movimento nella prospettiva del prima e del poi.” Il tempo è la configurazione di tutte le cose; esso inaugura il dolore che pervade il libro e in generale tutta la poesia di Sebastiano Aglieco. È con un gesto definitivo che Aglieco si libera del “falso tempo quotidiano”, del superfluo, dei tempi psicologico-personali, delle ritualità sociali, di ogni playtime, delle dimenticanze, del lusso di ogni distrazione. Con questo atto, egli ci restituisce un tempo fondamentale nato dalla sua testimonianza e dalla sua attenzione. Se è vero, seguendo Celan, che l’attenzione è la preghiera dell’anima, allora questo libro è anche un libro religioso. La descrizione del dolore (di un dolore diffuso, che pervade le cose e non se ne andrà mai più; di un dolore che si alimenta da solo, lontano dalle sue ferite) presuppone una cura: “Se proprio vorrai parlare del dolore / ogni tanto dovrai fermarti a / custodire ciò che resta”, scrive Aglieco; presuppone la nascita di un ordine, di una chiarezza dalla confusione; implica la trasformazione da il dolore della coscienza a la coscienza del dolore. Tutta la poesia di Aglieco testimonia di tale trasformazione, resa in lui possibile attraverso una fedeltà; la fedeltà a una Voce, per altro imprecisata e imprecisabile, che, come la sua luce, proviene da un altrove che irrompe sulla scena; oppure si apre un varco negli stretti passaggi che collegano segretamente la terra della sua poesia. In questo senso, la sua scrittura è anche trascrizione di una topografia sotterranea, testimonianza di una circolazione linfatico-segreta sottesa dal quotidiano. Il collegamento tra i due mondi non introduce una metafisica; nessuna illusione, nessun elemento salvifico, perché ci avverte Aglieco: “Non c’è niente che ci renda felici.” Interessante è anche l’atteggiamento dell’autore nei riguardi della parola; o meglio, bisognerebbe dire delle parole. Il dubbio che anche dalla chiarezza delle parole possa dipendere qualcosa; quando addirittura esse non ingannano. In ogni caso, le parole assumono un valore strumentale, di medium, dato che la sacralità e la verità non risiedono in esse, ma in una Voce che dimora altrove. Il valore strumentale attribuito alle parole comporta anche, se restiamo a una distinzione di Roland Barthes, che la sua poesia debba essere vista come una poesia del discorso e non della parola; ossia come una poesia che distribuisce uniformemente il valore lungo la frase senza accentrarlo nella parola singola. La sua resta fondamentalmente una lingua intersoggettiva, socialmente condivisa, non una lingua di invenzione.
“Se dimentico / se mi lascio superare dalle parole, / dopo diranno che non ho avuto / misura, che in questo sentire c’è / l’inganno della terra e delle voci / che hanno posseduto un corpo”, scrive in “Guardando Il Sacrificio di A. Tarkovskij”. La bellissima sezione “Di questo non voglio niente”, che chiude il libro, riassume l’atteggiamento di Sebastiano Aglieco di fronte al dolore: la rinuncia, necessaria a una fedeltà; il sacrificio richiesto per poter ‘vedere’. Il canto, a tratti, si fa più ampio e solenne come conviene a un congedo. Si estende come una quiete; e in una scuola, un’aula si apre a un mondo possibile, alle voci dei “bambini che insorgono e / ci chiedono di spiegare / il dolore del mondo”.

di Paolo Rabissi in La Mosca, Aprile 2004

Fanno capo a quaderni scritti e inscritti nell’infanzia (compresi quelli che i suoi piccoli allievi riempiono col suo aiuto) i versi di questa Giornata di Sebastiano Aglieco. Stanno tutti, dice il poeta, in un baule che verrà “lanciato in un pozzo / verso una luce contraria.” (pag. 92). Se vorremo accoglierli in noi bisognerà seguirne il viaggio sotterraneo armati di pietà per il dolore e disposti a bruciare per i sicuri fallimenti perché se “i versi anelano a una prosa chiara e limpida” dichiara il poeta, c’è il rischio che la lotta sia perduta (pag.92). Ma il poeta, abbandonata la Sicilia e l’infanzia, continua tuttavia a credere solo “al bambino di me che ancora dice: / tutto è scritto subito in un quaderno / tornerai ancora lì / in quell’angolo di mondo / che era tutto il mondo.” (pag. 91). Ci torniamo, con lui, all’infanzia, ed è un atto dovuto per vedere riemergere dal pozzo alla luce la poesia. L’oscurità colpirà all’inizio del viaggio chi si è allontanato troppo, si tratta di riabituare gli occhi, di riattivare sensibilità. Per questo il linguaggio del poeta, che nella sua grammatica (senza tremiti, senza tenerezze, senza compromessi) “avvicinacose lontanissime e separa cose vicinissime” ( l’espressione è di Milo De Angelis nella prefazione e non saprei dire meglio), appare come quello di chi si è rinserrato a difesa in una trincea e rappresenta invece, col suo tono inaudito, il prezzo necessario per conservare il contatto necessario non solo con le proprie origini ma anche con quei bambini che del dolore nel mondo chiedono insistentemente spiegazione. Ci torniamo all’infanzia, alla “fonte semplice”, perché tutto era già lì, in quello spazio-tempo nel quale dovevamo armarci e “fondare una parola che dicesse il dolore” (pag. 19) una volta per sempre. I grandi comunque, affaccendati, non avrebbero ascoltato, non ascoltarono, così, insieme al poeta, siamo usciti dall’infanzia “con i capelli scomposti” e con quanto di sacro portava con sé lo spavento. L’offesa, la ferita, il dolore, l’oscenità della violenza nascono lì e le parole non sono mai sufficientemente chiare per dire tutto ciò. Per questo occorre vigilare sulle parole. Vigilare sulle parole è vigilare sul dolore e sulla pietà. Bisogna curare di non lasciarsi “superare dalle parole” (pag.67), provarci a ridere “delle parole che ci allontanano” con la loro ferocia. Ma è dunque destinato al fallimento questo impegno dichiarato a più riprese dal poeta che sa già che “il coro del mondo non ti ascolterà” e anzi “ti chiederà la resa” (pag. 36)? Sarà possibile “essere prova di sé / nell’inganno del mondo / o nella sua salvezza” (pag.87) quando risulta “scardinata l’appartenenza al mondo / allo stare e alla misura” (pag. 70)? A tratti la risposta sembra confortante, ci sono parole che a volte vengono “a reclamare una città tra gli uomini” (pag.70), a reclamare un canto che è rimasto sospeso. Quello che può aiutare a “rompere l’incantesimo /chiudere i quaderni e uscire al sole / pregare con un pensiero chiuso / a contatto frontale!”. E l’invocazione non può che farsi preghiera: “Dio della voce ora / custodiscici / dal vero nemico celato nelle parole”(pag. 89). Ne vale ancora la pena in nome dei bambini : “Dio della voce, ora calmaci / prepara la giornata nella sua misura difficile / borsa e pennino verso i bambini.” (pag. 45). Del dolore del mondo, della sua infelicità e della pietà necessaria Aglieco parla in un canto dolente che si distende in una grammatica dai nessi spesso misteriosi quanto necessari, parola e verbo fanno risuonare tra loro significati dei quali senti quanto siano indissolubilmente legati alle radici profonde dell¹esistenza e alle sue lacerazioni. Il verso procede dalla purezza e dalla semplicità di radici sotterranee e semmai è sporco di terra, ma poi, respirato dal vento, si intride dei grumi di una luce attesa, è “il lampo che il fiore imprime in me” (pag.41). Opera matura che dice una complessità questa nuova prova di Aglieco, di quella complessità restituisco qui solo l’eco più immediata che ha suscitato in me.

di Pietro Vernizzi, Poesia è pregare, in “Il cittadino di Lodi”, 2003

Mentre legge le proprie poesie, la voce di Sebastiano Aglieco risuona paziente e profonda, come quella di un maestro elementare che insegni a leggere e a scrivere a un bambino. A Milano, presso la libreria Archivi del ‘900, il poeta ha presentato il suo nuovo libro, intitolato Giornata, insieme a Milo De Angelis, Isabella Vicentini, Alessandro Catà e Mimmo Galletta. Aglieco, in effetti, oltre che sembrare un maestro, lo è davvero. Insegna infatti nelle scuole di Monza, dove abita da quando ha scelto di lasciare la Sicilia. Nato a Sortino (Siracusa) nel 1961, l’autore è al quinto libro di poesie, dopo Minime, Grandi frammenti, Le colonne d’Ercole e La tua voce. Suoi lavori sono comparsi anche sulle riviste «La rosa necessaria» e «Galleria» e nell’antologia La luce. Al termine della sua performance, di fronte a un pubblico incuriosito da un poeta che forse non conosceva prima, l’autore ha raccontato da quale impulso nasce la propria opera: «La poesia è un atto necessario e dovuto a un Dio, a una voce che ce lo chiede. E quindi in cambio di questo lavoro non c’è veramente niente: né l’applauso né la critica. È un gesto che ha molto a che fare con la preghiera e il sacrificio e, attraverso di esso, quanto vi è di oscuro nell’esperienza umana è trasformato in parola». Riferendosi alle distinzioni dello studioso Roland Barthes, Catà ha osservato: «Quella di Giornata è una poesia del discorso e non una poesia della parola. Cioè il suo valore è distribuito su tutto il verso e non su singole espressioni. La lingua è quella usata da tutti, senza particolari invenzioni». Il pregevole libro, pur non semplicissimo a una prima lettura, comunica con evidenza quel pacato ma non tranquillo sentimento di attesa, che vibra anche nella voce del poeta. Una condizione ben espressa in particolare in una poesia della prima sezione: «Verrà una chiarezza nelle parole / attendo l’ora della voce, quando / ricorderemo, forse, il nostro / duro padre con un viso di bambino». Una chiave di lettura per comprendere l’intera opera può essere fornita da un verso autobiografico dello stesso Aglieco: «In Sicilia solo partendo un poeta può essere poeta». Nel dire l’essenza delle cose, in cui consiste la poesia, è cioè necessaria una distanza tra chi dice e ciò che è detto. Una distanza che non è distacco o indifferenza, ma condizione in cui avviene un lungo e faticoso lavoro. Lo spiega bene Milo De Angelis nella prefazione alla raccolta: «Aglieco sgorga alla luce dopo lente macerazioni, come se la parola si caricasse di una lunga attesa, minuto dopo minuto, giornata dopo giornata, prima di giungere alle labbra. Ne nasce una poesia accesa da un pensiero che sembra ferirsi e sanguinare, tanto faticoso è stato l’ingresso nella parola». Importante, nella raccolta, è anche il tema del tempo, cui Aglieco dedica versi molto forti: «Esiste un ordine e un tempo, / cerco questo in questo tempo. / Guarda cos’è stato il giorno / nelle ore della pioggia: qualcosa è / accaduto e non ce ne siamo accorti». Il poeta cerca di fissare il proprio sguardo nel punto in cui due tempi s’intersecano, senza giungere a un approdo definitivo, ma senza stancarsi di cercare. Ha spiegato lo stesso Aglieco: «La giornata, che dà il nome alla raccolta, è un momento di un tempo infinito. Che cosa rimane di questo momento?». Ciascun verso di Aglieco è un tentativo di rispondere a questa domanda.

di Elio Grasso in “Archivi del ‘900” – La Clessidra, n.2 2004

Bacon e le visioni, ma anche la casa e la sua soglia. Aperture di parole dirette ai poeti, come si offre un bicchiere di cosa buona. Quietamente. Ma senza sottrarsi alla turbolenza di un giorno che potrebbe essere diverso, più parco di bruciature. Alcune apparizioni, e vari atteggiamenti presenti in Giornata, rendono necessario questo libro dove prevale la relazione tra cose e persone, e dove le lontananze procurano compensi imprevisti. Una luce specifica prova a rendere consistenti, a dar loro volume, figure tanto umane da apparire – proprio come nelle tele di Bacon – stirate e incurvate, precisamente come accade nella realtà. Bacon non deforma la materia umana, la carne, ma la inquadra così come è. Di fronte a questa verità innegabile, Aglieco resta quieto, ci parla di cose terribili e dolci con la forza antica dell’alba, che non omette nulla, avendo davanti a sé tutto il tempo possibile. Egli resta in un suo ordine, in uno stato di tregua vigile, ed è una luce del mattino quella che si stende su tutte le poesie. In alcuni versi, le zone descritte del paesaggio si trasformano rapidamente in parti vitali del corpo, come se la parola servisse a collegare le strade terrestri ai tessuti: “Esisteva un passaggio della terra, qui, / per un piccolo viaggio verso l’inizio; / ora è rimasta la mia vena giugulare / strappata nel punto più alto…” La casa è posata in luoghi ombrosi, i rumori sono lontani, c’è un mondo che ha perso il rombo orgoglioso del suo esistere. Se da un lato questa sensazione dà inquietudine, si fa presto presente un’altra offerta, come da lingua sconosciuta: “Allora saremo calmi / quando il giorno vi aprirà tutte, lingue sconosciute / e non ci sarà più stile / nessuna parola che vi possa veramente contenere.” C’è protezione in versi come questo, una mano che mostra le visioni e che porta vicino ad esse, ma che contemporaneamente stringe le spalle di fronte al mistero. Una stretta confortante. E c’è posto per i bambini in questa giornata, perché non esiste ristoro senza movimenti delicati, e argille morbide che nutrano la “giornata”. Niente è privo di dolore, scrive Aglieco, ma il suo scrivere è la prova che in poesia è ancora possibile fermarsi a sentire gli odori del mondo, senza perderne il senso tragico o sotterrarsi in attesa della fine. Si resta sempre dentro le cose, leggendo queste pagine, non mancano i contatti o l’adesione al racconto: l’appartenenza al mondo resta intatta, così come nei film di Tarkovski (a cui è dedicata una sezione), dove tutto accade e lo spettatore quasi non s’accorge che la cinepresa si muove seguendo la scena. Il fatto è che il tempo spesso viaggia proprio così, ognuno è contenuto dentro l’attesa, e navigare secondo le regole cosmiche inasprisce il canto. Nessuno dice che sia confortevole, semplicemente sottrarsi non si può. Ma al senso dei bambini occorre dare qualcosa, qui si sente che Aglieco è abituato ad averli scolasticamente vicini, e dunque a ricordarsi che le loro domande esistono ancora più forti delle nostre. Un altro aspetto di Giornata è proprio ordinare un metodo per spiegare loro il dolore senza sottrarre bellezza o gioia: “Ma i bambini, i bambini in un’aula dove / un mondo è possibile, dove i debiti / saranno rimessi, / i bambini che insorgono e / ci chiedono di spiegare / il dolore del mondo!”. La solenne volontà si compie dentro un’etica che non dà scampo, anche dura se occorre. La grande luce che vi si allarga viene dal sud, come un aiuto a chi dovrebbe incontrarsi con la poesia. E basta. Ma questo è un discorso che porta lontano, anche fuori dalle tensioni presenti nel libro che bisogna, invece, prendere e conciliare completamente.

di Stefano Guglielmin in Dissidenze, poi in Poesia e finitezza, La vita felice 2010

La “poesia-problema” di cui si fa carico Sebastiano Aglieco è assai lontana dall’antipetrarchismo che i cari amici Giampiero Marano e Marco Giovenale portano legittimamente avanti nei loro rispettivi ambiti. Se infatti petrarchismo significa mettere l’identità franta in primo piano, riconciliandola nello stile, possiamo dire che l’Aglieco petrarchista lo è a tutto tondo, e non da solo, ma in compagnia di chiunque creda nella possibilità d’incontrare il pubblico sul piano del significato, senza per questo annullare la carica eversiva del poetico nei confronti dell’ovvio e del senza-scarto. La bellezza, in questo senso, non si fa fronzolo o viatico medicamentoso, orlo zuccherino della medicina morale, come capita spesso nella comunicazione di regime, bensì approdo antagonista al non senso quotidiano, “angolo del mondo” che è “tutto il mondo”, “casa protetta dal contegno” e dagli uomini “affaccendati” in mansioni d’ordinario decoro. Così come nel Sacrificio di Andrei Tarkovski (ampiamente citato dall’autore), il tragico non si sottrae all’evidenza del simbolico – con quel bambino che annaffia l’albero morto, e il fuoco che annienta l’abitare – anche Giornata mette in scena lo spazio consueto, senza filtri criptici o colti rimandi extratestuali, di cui la parola poetica si fa “vedetta”, luogo singolare, ma del sentire collettivo. La problematicità cui sopra facevo cenno (riprendendo una questione discussa in questi giorni altrove), si risolve nel lavoro di scrematura del ridondante e dell’ideologico, ma soprattutto nel particolare agone che Aglieco istituisce fra sé e la lingua: “Voglio parole in me, senza la musa/ oscura che mi ha generato, senza la luce/ dell’angelo. Omettere quell’oscuro presagio…”, recita un frammento della seconda poesia della silloge, che si erge in tal modo ad epigrafe d’un percorso che nega Orfeo, in nome di “una prosa chiara e limpida” (p.92) la quale, senza togliere brio alla parola, rinunci – come l’autore ribadisce in Diario danese (cfr. Stylos del 10/02/06) – “a un’arte che stupisce, che si nutre delle nostre e delle altrui lusinghe”, così da potersi muovere “nelle parole senza la preoccupazione che qualcuno debba occuparsi di noi, ma piuttosto attenti ad ascoltare il respiro dell’angelo bambino che ancora dorme in noi”. Dove “angelo”, nella chiusa, funge da aggettivo, indicando pascolianamente lo scarto fanciullo del vedere, la cui profezia slega l’utile dall’autentico, essendo – l’animo suo infante – immediatezza e speranza, preghiera alle cose che sono, nella pienezza della loro presenza: “Ma tu non fingere la pietà/ non lasciare la consolazione ai morti/ piuttosto bevi da questa polla d’acqua/ di’ che sono le lacrime del/ cielo che ci nutrono” (p.21). Insegnamento, questo, del maestro elementare Aglieco ai “bambini che aspettano il nome conclusivo” (ibidem), ma anche impegno del poeta verso tutti gli altri uomini, fratelli di pena – anche se “fratelli”, per il momento, sono soltanto i poeti (pp. 27, 37) e in particolare Milo de Angelis, con il quale il libro tesse uno stretto colloquio, quasi alla ricerca di un padre putativo duro e necessario (tema, questo del padre severo, non raro nel libro). Nessuna poesia consolatoria, dunque, questa di Sebastiano Aglieco, proprio nella misura in cui egli evita il trabocchetto orfico del voltarsi indietro per salvare l’integrità del proprio mondo e non ha alcuna aspettativa di ricompensa futura, anelando invece ad un abbraccio con le cose e con gli esseri viventi, che sia tuttavia slegato dall’ordine fittizio e/o ipocrita della civilizzazione: “sono quello che non credono e non perdonano/ sono una mente sotterrata e palpitante” recita la chiusa del libro, a ribadire che il poeta è uomo del sottosuolo eppure massimamente vivo, che cerca “un ordine e un tempo/ … in questo tempo” (p.14). E lo cerca, appunto, sapendosi comunità: “ognuno è contenuto e contenente/ qualcosa che ci lascia spaiati, in noi stessi” (p.68), che ci lascia, per così dire, in un dissidio ontologico, superando in tal modo l’equivoco – questo sì limite petrarchesco – che l’identità sia plurale soltanto in seguito ad una scelta indecisa o a una colpa impronunciabile; in Aglieco, invece, l’identità si sa da sempre, appunto, “contenuto e contenente”, in un espropriarsi continuo del materiale di travaso, così che senso e non-senso, autenticità e inautenticità del dire e del fare si richiamino vicendevolmente e senza tregua.

di Rosa Pierno

Se ci si potesse liberare di tutto, della storia come delle proprie condizioni esistenziali, della tradizione letteraria come della propria infanzia, richiesta espressa nelle pagine iniziali del libro di Sebastiano Aglieco “Giornata” Edizioni La vita felice del 2003, va da sé che si starebbe invocando un’operazione impossibile, se non fosse strumentale, poiché il solo evocarla in ogni caso serve a disegnare uno scenario che si vuole vuoto per poter ricominciare, per poter costruire nuovamente e fosse pure sui detriti o sul più fulgido e solare ricordo non deve fare differenza: ricominciare e lo si può fare solo con le parole. Anche contro l’orrore di “quell’oscuro presagio: sulla soglia della casa ti perderai”. A rimarcare che allontanarsi dalla propria casa, andare letteralmente ad abitare una terra diversa da quella nella quale si è cresciuti, comporta il viaggio, un percorso nel mito o nel logos. Ecco le coordinate di riferimento: amplissime, affondano in un passato che costituisce la bisaccia del viandante, l’unica cosa necessaria per affrontare il viaggio verso l’ignoto. Ma anche testo dialogico che si apre all’altro, che riconosce il valore del silenzio e il valore della presenza dell’altro insieme, allo stesso modo in cui dopo il rifiuto o l’espressione di un desiderio profondo (solitudine, assenza di parole) c’è l’apertura, e non come contrappasso, ma come costituente alterità del desiderare. Non vi è silenzio senza poesia, non vi è dialogo senza solitudine.

Esiste una reversibilità nei modi dell’essere, “Esiste il finire di un luogo / l’imparare a morire come all’inizio”, attraverso il quale riconoscere il doppio stato di ogni senso (metaforicamente ci potremmo riferire allo stato di massa e di energia in cui le particelle possono essere indifferentemente intercettate) che, se ci immette nella visione vichiana di una storia che ritorna su se stessa, ce la fa anche superare con la loro simultanea coincidenza, quasi fosse soppressa ogni possibile circolarità percorsa nel tempo, quasi che il tempo, pure inestricabile categoria percettiva dello spazio in cui si svolge il viaggio-esistenza, fosse riassorbito nella sintesi mentale e ivi polverizzato, agglutinando così in una medesima materia passato, presente e futuro. Allo stesso modo funziona per il linguaggio quando è rinnovato dall’uso poetico: “Le parole non nascono veramente / aspettano solamente / sono tutte nel mondo.” La versificazione non tarda ad assumere le forme della favola, dell’epistola, della narrazione, per coinvolgere l’altro in una relazione dialogica. Per essere sé e l’altro nella medesima parola.

Resta il problema dell’accettazione, del superamento, intesi come possibilità di costruire un mondo umano, sentito come proprio, perché qui, nel libro di Aglieco, sempre di fondamenti si tratta, mai di nichilistico giudizio o di dissolvimento, di mutazione di qualche cosa in qualcos’altro. Ove la non compromissione è dettato morale, di cui persino i muri testimoniano. Già dopo la lettura di pochissime pagine ci si rende conto che l’universo tracciato da Aglieco è materico, di una materia forte e rude, dura e compatta, ove gli oggetti sono comprimari, sono soggetti all’interno di un dialogo. Ove se non c’è un diretto richiamo alla natura – persino gli alberi e la pioggia sono trattati come concetti, come oggetti mentali – c’è la presenza atemporale delle cose, poiché cariche di un passato non referenziale, ma mitico: i muri sono gli stessi nell’Odissea e nella terra natale, in quella dell’esodo e dell’approdo. Anche questa scabra definizione, com’è scabra e di nessuna concessione il tono dell’intera silloge di Aglieco, fa meglio comprendere il concetto di storia su cui Sebastiano incentra la sua ricerca espressiva. Dalla storia non si esce, dalla storia non è catapultato all’esterno nessuno, nessuno può chiamarsi fuori, la storia è il materiale per eccellenza di questa alta poesia civile: “Una parola dirà al mattino ciò che vedo / calma, consenziente. / Non avrò più paura. / Eppure ancora nessuna tenerezza / nessuna compromissione.”.

Se la poesia civile è sempre poesia di resistenza e di sopravvivenza, non per questo è data una volta per tutte: ogni giorno deve scriversi la parola che attesterà dello sforzo di opporsi, che scriverà sulla propria pelle il disagio e il rinnovato impegno ad essere partecipe. Un impegno che si esercita nel denudare le parole dalle incrostazioni con cui le riceviamo dal linguaggio comune e nel farle assurgere a marca di espressione personale, decantate dalle impurità, chiamate a un nuovo servigio: “La casa ha un’ombra dietro, e davanti / una luce adesso sotterrata. / un’altra casa, come un muro fitto / infinitamente straniero, ci offre / questa parola.”. Che ci voglia un controllo supremo, che si debba effettuare un costante esercizio di verifica, è naturalmente la conseguenza di una posizione che vuole esercitare anche sul pensiero con cui si dà forma al mondo una vigilanza che consenta di non ingannarsi, di non vedere separazione lì dove essa non c’è. E che nessuna fredda distanza, nei necessari versi di Sebastiano Aglieco, si coniughi con la solitudine o il silenzio, ma un cuore palpitante e aderente alle cose, partecipe e immerso, una mente pura e limpida, dai contorni netti e privi di ambiguità e di trasformismi, è pensiero di cui, noi lettori di Aglieco, abbiamo assoluta certezza.

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