Le Prime di Frasca

 

PrimePoesie scelte 1977-2007

Gabriele Frasca

2008, 256 pag.

Luca Sossella Editore (collana MediaEvo-arte poetica)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[di Massimo Gezzi Il Manifesto, 10 gennaio 2008]

Un luogo comune piuttosto diffuso vuole che i poeti siano “giovani” fino ai cinquant’anni. Se è così, il titolo che Gabriele Frasca ha scelto per la corposa autoantologia edita da Luca Sossella Editore nella bella collana «arte poetica» è quanto mai azzeccato: Prime. Poesie scelte 1977-2007, in cui al trentennio di scrittura rispondono i cinquant’anni tondi del poeta, narratore, studioso e traduttore (di Beckett e Philip K. Dick). Chi conosce l’opera in versi di Frasca, però, non fatica ad accorgersi che quel titolo è tutt’altro che innocente: l’autore di Rame, Lime e Rive, infatti, con Prime aggiunge un ulteriore anello alla catena paronomastica che collega i titoli di tutte le sue raccolte e di diverse loro sezioni (rimerai, rimasti, rimastichi, rivi…), tutti escogitati a partire da una parola sempre evocata ma mai dicibile (rime) che per la prossima raccolta, inedita ma significativamente anticipata da un paio di sezioni di questa antologia, si travestirà ulteriormente in Rimi.
Va subito detto che Prime è molto più che un’antologia: la maniacale e programmatica attenzione di Frasca alla forma (sia pure «fluida», cioè mai paga di se stessa ma sempre ripensata, ricominciata da zero) fornisce a questo florilegio una colonna vertebrale nascosta. A scorrere l’indice di Prime, infatti, ci si trova davanti a una sorta di struttura latente che riordina alcune “vecchie” sezioni secondo un criterio giocosamente numerico: all’ormai celebre poemetto Uno di Rive («uno finisce che si sveglia un giorno / e dice ma che cazzo ci sto a fare») seguono infatti le sezioni 2 (da Rame), Trismi (da Lime), Quarti (ancora Lime), e poi gli Orologi di Rive (dai quarti all’intero), fino alle sette prose di Sette che occupano, va da sé, la settima posizione. Oltre a ciò, Frasca si diverte a battezzare altre sezioni storpiando i titoli dei vecchi libri: Rame diventa Ramaglie, Lime si montalizza in Limine e Rive si politicizza in Rivolte. Già, la politica: perché l’abilissimo ludus di Frasca non vuole mai risolversi in se stesso né arrendersi all’autocompiacimento.
L’ossessivo smontaggio e ricostruzione di forme metriche a partire da quelle chiuse della tradizione, stigma ormai inconfondibile del «dolce stilo» di Frasca, da una parte si configura infatti come strumento per intaccare memorabilmente il flusso altrimenti informe e babelico del presente (e quindi per resistergli); dall’altra intende trasferire al lettore questa stessa capacità di resistenza: lettura, ha auspicato altrove Frasca, come difficile recupero della «capacità di essere “senzienti” (di tornare a udire “distinte” le cose del mondo)».
Oltre ai generi e alle forme (l’ipersestina di Poesie da tavola, il poemetto in quartine di ottonari di Quarti, le nuove bellissime “prose” di Rimi, in cui i periodi sono tutti lunghi due endecasillabi perfetti), il lettore troverà in Prime i temi ossessivi della produzione di Frasca: lo scorrere inesorabile del tempo che fa di ogni vita un «anello del collare»; la vuota e materialistica ripetizione di un esistere scandito da gesti automatici, quasi in serie; la difficoltà a distinguere visivamente ed eticamente il riflesso della nostra faccia sullo schermo (come nella bella Battito d’ali) dalle immagini televisive dei morti di una guerra e dai loro assassini.
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