Poesia, un grido ti salverà – Intervista a Gabriele Frasca

 

[di Lello Voce –  L'Unità, 2008]

 

Gabriele Frasca è uno dei poeti ed intellettuali italiani più attenti alle mutazioni in atto nella società contemporanea e alle loro conseguenze sul mondo dei media e della cultura. Studioso e traduttore di Beckett ( è appena andato in libreria, per Einaudi, con la sua cura e traduzione, In nessun modo ancora, la cosiddetta “seconda trilogia”), romanziere (nei FuoriFormato di Le Lettere da poco è stato riedito il suo Santa Mira), poeta tra i più noti e raffinati contemporanei, ha appena mandato in libreria la raccolta della sua trentennale attività in versi, Prime, per Sossella e con lo stesso editore ha appena lanciato la provocatoria iniziativa Viaggi Presentimentali, romanzi a puntate scritti dall’autore direttamente per i loro sottoscrittori, quasi una paradossale riproposta dell’antica committenza (un Ariosto declinato in public company), o del feuilleton settecentesco.
Ma la principale attività di Gabriele Frasca è certamente quella del poeta, dell’esecutore di poesia ad alta voce, e quella del teorico che a tutti i fenomeni formali e sociali collegati alla cosiddetta poesia performativa, ‘orale’, ha dedicato anni di studi approfonditi, che si sono concretizzati, nel 2005, in La lettera che muore – la letteratura nel reticolo multimediale (Meltemi), una delle sintesi e delle elaborazioni più avanzate di cui disponiamo sul fenomeno della ‘poesia ad alta voce’.
Ed è proprio per parlare di questo, in un’Italia sempre più disseminata di Festival di poesia e di spettacoli in versi, che l’abbiamo incontrato.

 

L’oralità, la poesia ad alta voce sono ormai anche in Italia una realtà, nonostante le resistenze opposte dai settori più conservatori delle lettere italiane. E’ recente un bellissimo convegno tenuto a Siena dall’Università e dalla Fondazione Fabrizio De André in cui si sono confrontati studiosi, poeti, cantautori, mentre, stupefacente notizia di qualche giorno fa, persino un autore assolutamente ’chirografico’ come Rondoni, non resiste al fascino della voce e si imbarca in una singolare liason con Dalla nella speranza, sembra, di non perdere il treno delle nuove tendenze…. Ma qual è il legame – chiediamo – tra la poesia e la vocalità, tra testo ed ‘oratura’?

«Non è che ci sia un legame privilegiato fra la poesia e la vocalità, per il semplice fatto che non esiste poesia senza vocalità. La poesia è un medium, esattamente il medium della cultura orale, non una forma letteraria, ed è rimasta paradossalmente tale anche nei cinque secoli di predominio della stampa. Mentre il mondo delle minoranze alfabetizzate, e poi della cultura «a classe unica» borghese, scivolava lentamente, ma mai definitivamente, nel silenzio della pressa tipografica, la poesia continuava a convocare nelle piazze della cultura popolare, o nelle camerette dei discorsi interiori. Si sarà ridotta, nei due secoli pieni di cultura borghese, a un brusio, la poesia, o a un mugugno, ma mai comunque al silenzio.»

 

Insomma la poesia non è fatto letterario, ma piuttosto ‘retorico’, insomma ‘metrico’?

«Proprio così. Quello che chiamiamo metrica non è nient’altro che questo, un congegno per la vocalizzazione e memorizzazione di un insieme organizzato di parole. I media, diceva l’antropologo Jack Goody, non si scalzano l’un l’altro, piuttosto si stratificano. L’avvento della cultura alfabetica, astraente e individualizzante, alla base delle vicende della prosa, non ha cancellato la cultura orale e la forza della sua macchina poetica, così come la cultura dei media elettrici non ha disperso quella tipografica. Quando sopraggiunge un nuovo medium, il vecchio perde il suo privilegio ma non dilegua. E, come se non bastasse, l’aveva già notato quel grande interprete di Giambattista Vico che era Marshall McLuhan, un nuovo medium solitamente rende obsoleto quello immediatamente precedente e recupera, e rilancia, quello ancora più vecchio. La cultura dei media elettrici, che è una cultura che si rivolge indistintamente a tutte le classi, ha messo decisamente ai margini la cultura tipografica e il suo oggetto di privilegio borghese, il libro, ma ha finito col recuperare le modalità della cultura orale. Per questo la poesia torna prepotentemente, non il libro di poesia dico, ma la poesia, cioè l’arte del discorso con il suo immediato correlato, l’arte dell’ascolto. Alle letture di poesia ormai c’è sempre tanta gente. Pochissimi poi acquistano il libro. L’affare comincia a fare gola, se si muove, come mi dice lei, persino il settore «poesia» della Compagnia delle Opere, che fino a ora si era impegnato solo in una strategia a tutto campo di occupazioni editoriali.»

 

Non crede che il ritardo italiano su queste tematiche ormai ampiamente diffuse altrove, possa dipendere anche da una certa muta ‘letterarietà’ delle nostre ultime Avanguardie, che pur con eccezioni rilevanti (penso a Balestrini e Pagliarani, ad esempio, o a Vicinelli e Spatola, per la generazione successiva) si sono limitate, nei casi migliori, ad un’attività, diciamo così, ‘librettistica’?

«Solo con le ultime generazioni si assiste in Italia a una presa in carico responsabile del problema. Sono oramai tanti i poeti, fortunatamente, fuoriusciti dall’isolamento tipografico. La nostra nazione (come in Europa è vero solo per i Balcani e per la Russia) ha avuto, si sa, un forte problema di analfabetismo dovuto alla situazione linguistica complessivamente diglottica, e una vera e propria alfabetizzazione di massa si è ottenuta solo a ridosso della diffusione della radio prima e della televisione poi. Un bel paradosso, perché siamo usciti da una situazione in cui gli alfabetizzati erano una minoranza, giusto in tempo per scivolare nell’analfabetismo di ritorno che è uno dei più diffusi, e inevitabili, effetti collaterali dei media elettrici. D’altra parte, malgrado l’entusiastica adesione di Marinetti a quella che lui chiamava la «radia», esaltata proprio in quanto sostituiva il libro e trasformava “il pensiero in vivente e palpitante atmosfera dinamica”, le nostre avanguardie, anche quelle più recenti, si sono poste come obiettivo l’assalto ai posti di potere culturale detenuto dalle minoranze alfabetizzate, non ultimo la conquista dei luoghi di diffusione della cultura più libresca, affidando a un drappello di «non integrati» il compito di sperimentare la «poesia sonora» (un po’ troppo avulsa dal senso, però, nel suo privilegio sostanzialmente melodico e performativo). I nostri intellettuali, sembrerebbe inscritto addirittura nel loro DNA, si sono sempre schierati con le classi dominanti, e anche i poeti si sono spesso allineati con entusiasmo. L’unica eccezione, l’unica voce prodotta da quell’ambiente, in quegli anni, in grado di congiungere magistralmente, come avrebbe detto James Joyce, “suonosenso e sensosuono”, per svolgere insomma quell’autentica funzione politica che è la diffusione e la disseminazione del senso, è Elio Pagliarani.»

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