Riduzione primordiale e criticadell’esperienza contemporanea nei versi di Andrea Inglese


Inventari

Andrea Inglese

2001, pp. 96

Editrice Zona (Collana Scritture)

di Giovanni Palmieri (Avanguardia, n° 22, anno VIII, 2003)

Nella lettura degli Inventari di Andrea Inglese (1), la messa a fuoco di una precisa direzione poetica (e dell’operazione formale che vi soggiace) passa inevitabilmente per la costruzione scenografica di alcune “immagini” precoscienti che trascendono la percezione rimemorativa dell’oggetto, rimanendo tuttavia ben al di qua della sua rappresentazione concettuale o del suo significato. Intermediarie tra percezione e pensiero, esse sono ricorrenti e prestrutturate. Sono, per meglio dire, immagini alle soglie del senso che aspettano impazienti di entrare e picchiettano all’uscio del lettore con ossessiva insistenza. Eccole. Sono fatte di mutazioni e di scambi: aria in acqua, terra in ferro, uomini in pesci, fuoco in pioggia, televisori in occhi, bisturi in lenze e pinze, spore in voci, metrò in grotte, latte in seme, scritture in tatuaggi, sonnambuli televisivi in grandi predatori…

Si potrebbe pensare a un surrealismo alla Paul Delvaux, se non vi fosse un elemento costante che impedisse questo riferimento: negli Inventari, infatti, dai contesti più disparati dell’esperienza contemporanea che vi è protagonista e dai suoi oggetti tecnologici, emerge sempre un elemento primordiale, sepolto e rimosso, totemico e interdetto, assolutamente privo di trasfigurazione mitica e tuttavia luminoso: “il germe umano nudo/e crudo, prima del pomo cognitivo”, come lo definisce esplicitamente l’autore nell’Inventario delle carni perdute ai vv. 32-33. Quanto a una rimozione delle ere storiche “segnate” sul corpo, invece, gli uomini si trovano

 

distribuiti a smentire
la miniera del tempo, gli strati
sovrapposti e mobili, i pozzi
del corpo che celano mappe
antichissime di gesti felici
che non trovano luce. Lete
a sorsi.

 

In questi versi, tratti dall’ Inventario dell’occhio (vv. 53-59), ci si riferisce ai coatti del televisore, condannati, come in un girone infernale (il “Lete” sia segno dantesco più che segno di una nota acqua minerale pubblicizzata), ad avere “Crocefisse le rètine” (v. 60). Unica salvezza, possibile ma non attualizzabile, un solo gesto preistorico, collocato non a caso in clausola finale: “un’unghia di sonnambulo cerca ancora […] la via di fuga nel fondale, lo strappo nella benda della banda magnetica.” (vv. 62-65).
L’unghia del grande carnivoro, atrofizzata nel sonnambulo contemporaneo, invano tenta di trovare una via di fuga… All’epicità dantesca della sofferenza colpevole, viene qui contrapposta, con consapevole riferimento intertestuale, l’incerta speranza montaliana che chiude la poesia preliminare degli Ossi : “Cerca una maglia rotta nella rete/che ci stringe, tu balza fuori, fuggi ! ”.(2) Dante sta al grande carnivoro (lontano), come Montale al teleutente (vicino).

 

 

1. Gli Inventari: un genere anomalo

 

“L’idea dei miei Inventari – scrive Inglese – nasce da qui. Prendere dei vocaboli ordinari – ‘aria’, ‘carni’, ‘occhio’, ‘uno’, ‘acquisti’ ecc. – e investigarli poeticamente, modificandone e amplificandone gli stereotipi figurativi, le associazioni lessicali, i campi metaforici e metonimici” (3). A ciò si aggiunga che il genere degli inventari (non più di sei o sette ampie strofe di versi liberi, con molti endecasillabi e rime quasi assenti) ci rivela una collocazione a minore nel campo del poetico che esclude a priori la trasfigurazione, il prometeico, la mitopoiesi, il soggetto lirico e via discorrendo. Tale collocazione si esplicita nello schema – largamente variato con materiali dialogici e sdoppiamenti corsivizzati di voci – dell’elenco lessicale, sublimato, dilatato e decostruito sino ai suoi costituenti minimi. L’articolazione sintattica, o stile di governo, è invece la prima traccia essenziale di un soggetto dell’enunciazione che, con rare ma significative eccezioni, non si rivela né tanto meno si impone ai propri enunciati… se non, appunto, come soggetto della loro organizzazione formale e combinatoria. La novità principale degli Inventari, da segnalare subito, consiste proprio nell’uscire dal platonismo schopenhaueriano di tanti testi poetici in cui domina un soggetto che – esistendo solo lui, la sua coscienza e le sue rappresentazioni – alla fine si nullifica perché non riesce più a determinarsi nell’altro, o si dica hegelianamente nell’oggetto. Questa non è dunque una poesia soggettivista dell’io ma non è neanche una poesia realistica rivolta al significato, al referente e al messaggio. Al contrario, al posto di una riproduzione metaforica di “stati di cose” organizzati, in questi versi vi è una sorta di atomizzazione controllata e di riduzione decostruttiva di un’esperienza determinata storicamente come contemporanea. Nel rapporto con la tradizione letteraria, il nome ante quem da fare sarà quello di Lucrezio, cantore di una materia che sente, mentre all’estremo temporale opposto andrà citato Antonio Porta, poeta delle serie “crudeli”. Il tutto passando per il vasto mare montaliano.

 

 

2. I quattro stoikèia

 

Gli “inventari” di questa raccolta poetica (presenti insieme ad altre poesie) (4) sono tredici. Nell’ordine: Inventario dell’aria, delle imprese chirurgiche, dell’occhio, del talamo, dell’uno, della posizione, delle carni perdute, delle opere, degli acquisti, delle prove, dell’erba, delle voci materne, della salute. La riduzione decostruttiva, cui accennavo prima, conduce sistematicamente verso i quattro stoikèia primordiali (aria, acqua, terra e fuoco). Il movimento è però inverso rispetto a quello imposto ai primi princìpi da Anassimandro, da Empedocle o dai vari atomisti. Nei versi di Inglese, infatti, dall’agglomerato, dal campo percettivo o da quello concettuale, si va verso la sua decomposizione, seguendo un percorso a ritroso che non si fatica a capire è quello che dalla civiltà (occidentale), dal suo disagio e dalla sua infelice coscienza, ritorna alle radici di senso, e di non senso, dell’esistenza animale dell’uomo. Così l’ipertrofia del polline lanuginoso che assale la città nell’Inventario dell’aria – dipendente da un ingrandimento a tutto campo di un dettaglio montaliano (5) – riduce gli uomini a “pesci urbani” (v. 9) e rivela il carattere antieconomico o antiutilitario del fenomeno naturale: il polline “viene /senza profitto, in perdita /secca, viene, si spappola, scompare.” (vv. 98-100). Insomma: questa dépense impone un ritorno, una riduzione, ad una matrice primordiale e se c’è un’allegoria da cogliere nell’aria pollinosa, questa è proprio quella della nuda esistenza umana (la zoé dei greci), ingravidata da ben altri semi, ma pur sempre “pura follia” che viene in perdita secca, si spappola e scompare. Ne faccia fede testuale, la sottile e biblica insinuazione presente al v. 61: “e polline ritornerai”. Nell’ Inventario delle opere, queste ultime – risultato umano dell’infinita combinazione dei quattro elementi – dovrebbero essere ciò che sopravvive alla sparizione biologica e non a caso questa poesia si apre decomponendo l’aggregato “morte” dalla sua troppo astratta sostantivizzazione in nuclei semici più concreti: “vorrei essere al sicuro (da un fiore/di fibre scuro nel ventre, un anello/di calce nel cuore, una breccia nel femore)/fidarmi del mio cosmo d’organi/ ed essere in salute per il male/banale del mondo”(vv. 1-6). Qui il soggetto entra in scena solo per auspicare una morte anticardarelliana e “preistorica” che venga dall’esterno e non dall’interno (tumore dell’intestino, calcificazione coronarica, rottura del femore o della femorale) (6). Ma, ahimè, il male del mondo è arendtianamente banale e al poeta rimane l’auspicio ironico di una buona salute in attesa di una morte (epica) impossibile. Le opere da lasciare in eredità non a caso sono soltanto uno “scolapasta giallo”, “un vaso/di viburno”, “la foto seppia dei nonni/giovani” e “lembi di memoria” (vv. 16-19; v. 61). Questa riduzione intenzionalmente gozzaniana non è tuttavia sufficiente e il vero lascito si precisa in seguito come il nulla di una colpa, anch’essa colpevolmente assente. Con un rovesciamento del finale del Processo kafkiano, l’autore scrive infatti: “la vergogna stessa non sopravviverà” (vv. 57-58). La poesia si chiude con l’evocazione, o dicasi la speranza, di un gesto di violenza pura (giusto o sbagliato non importa) che, una volta compiuto, potrebbe dare un senso alla morte. Le uniche, vere, opere degne di sopravvivenza si riducono così alle azioni e alla tragedia storica.

 

 

3. Il catalogo delle riduzioni

 

Non potendo, per motivi di spazio, condurre l’analisi attraverso una adeguata esemplificazione, mi limito qui a fornire un catalogo delle riduzioni primordiali operate negli Inventari, rimandando il lettore direttamente ai testi:

 

1) l’essere umano viene ridotto a “polline”;
2) la chirurgia a ferro, “pinze e lenze”;
3) la mente a “polpa cerebrale”;
4) la televisione a “occhio azzurro”;
5) la posizione (ideologica) ad una postura del corpo “gestante
inutilmente”;
6) la tecnologia domestica ad un apparato di caccia al giaguaro;
7) le opere ad una “piramide di ore”;
8 ) la complessità del capitalismo ad una rapina a mano armata;
9) il desiderio a mera pulsione (“fame”, per lo più);
10) la pulsione all’istinto (o a ciò che ne resta);
11) la scrittura al “tatuaggio”;
12) il cemento alla terra e all’erba sottostante;
13) l’amore materno alle voci delle madri;
14) le madri a mammiferi (riduzione etimologica);
15) l’Edipo a un “incesto postumo”;
16) la politica alla violenza;
17) la salute (la “grande salute”?) alla lotta;
18) la libertà alla fuga;
19) il corpo umano ad un insieme (ippocratico) di organi;
20) la chimica all’alchimia;
21) il soggetto all’uomo di Cro-Magnon. (7)

 

Questo elenco, redatto per difetto, descrive bene il meccanismo fondamentale che unifica tutti gli inventari, al di là del loro oggetto-occasione. Tale meccanismo si precisa come la costante riduzione fenomenologica dell’esperienza contemporanea ad una dimensione protostorica (o primordiale) in cui i vissuti e i dati di coscienza vengono depurati dalle scorie della civiltà, consentendo così l’emergere delle loro qualità originarie e fondative.

 

 

4. Il soggetto e la lingua

 

Chi è il soggetto che parla negli Inventari ?… “io, intruso, usurpando, assorto”… “io mai concluso uomo, chimera a tastoni/verso un incesto postumo, ora che m’infilo fraudolento(8). Queste citazioni sembrano indicare nella figura dell’intruso il particolarissimo soggetto prodotto da questi testi (9). Si tratta, a parer mio, di uno straniato testimone fuori tempo di matrice beckettiana, di “un nastro/che straparla” (10), costretto a registrare e a tradurre suoni, eventi e oggetti di un mondo sociale da cui si sente estraneo e impaurito sino al punto da retrocedersi, o rifugiarsi, tra gli ultimi gradi della scala evolutiva, secondo un meccanismo di riduzione che ben conosciamo e che qui arriva a comprendere anche il soggetto: “pesce mi ritrovo, ameba, spora, schisi/dentro cui la scarica di vita passa/tra due nervi nell’istante infimo e punge/una palpebra, una pupilla, un pelo” (Inventario dell’uno, vv. 87-90). Questo soggetto preistorico, che altro non è che un soggetto della sofferenza, disvelante ampie porzioni di “romanzo famigliare”, si alterna con un soggetto della critica, lucido e per così dire anonimo: “io compro e campo sul biglietto/che scambio quando prendo un etto/di merce che già prima ho prodotto/con gli atti venduti a contratto/di cottimo” (Inventario degli acquisti, vv. 1-5). E ancora, con tre rime che sciolgono nel suono l’impatto duro con l’esattezza di una critica al consumismo: “a torto/cresce l’ansia di conforto, la vita nostra non ha porto” (ivi, vv. 48-49). Insospettato e straordinario sostegno lirico a questi versi (sostegno, si badi, ateisticamente rovesciato), la canzone XXXIII di Petrarca dove ritroviamo le stesse tre rime: la barca (vita) che se ne va “per gir al miglior porto,/d’un vento occidental dolce conforto;/lo qual per mezzo questa oscura valle,/ove piangiamo il nostro e l’altrui torto,/la condurrà” ecc. (vv. 9-12; miei i corsivi). Elemento unificatore dei due soggetti interni è la costante tendenza al monologo sottinteso che copre l’intera superficie dei testi, pur rimanendo del tutto implicito. Si veda ad esempio l’esordio beckettiano dell’Inventario della salute: “Non sono più malato. Mai stato/malato.” (vv. 1-29. La lingua di tale atto discorsivo, trova nell’accumulazione verbale (densità) e nella violenza espressiva i suoi due principali vettori stilistici e non sarà un caso se la dominante linguistica di questi testi andrà ricercata proprio nel lavoro sul lessico. Come esempio di densità lessicale, si vedano i seguenti versi, tratti dall’ Inventario dell’occhio: “Ora è selva/di rettili, pestilenze, idilli, di matta bestialitade, bagliore/di denaro assemblato in alte/piramidi, in cemento, in bocche/di cannone, e amazzonia, sahara,/quinte equivalenti, spogli/trapezi per acrobati del pianto/o del sorriso, e pennellate rosa di tramonto” (vv. 19-28).
Inventariare esaustivamente il campo dell’occhio, metonimia percettiva della televisione, è impossibile e dunque qui l’accumulo verbale conduce ad una caotica disomogeneità semantica che è l’equivalente formale dell’entropia comunicativa e della pretesa globalità panottica del mezzo televisivo. Un tutto-messaggio che si riduce al niente del medium.

Come esempio di violenza espressiva, scelgo invece questi versi che appartengono all’Inventario dell’uno: “io sorgivi e risorti, specchi/o spettri di me a scacchi, spacchi di monade,/polloni maschili e femminili, spicchi/di scroto nei sacchi d’utero, mosaico/infero di sessi, contagio di dande/nei petti villosi, di latte nei litri/di seme paterno, e sotto la seccia/di barbe la guancia bambina di pesca,/fino alla feccia, in caina, dei sereni/vivisettori di babbi e figlioli,/diamoci appuntamento tutti” (vv. 10- 20). In questa elencazione parafrastica degli “io”, la violenza semantica delle scelte lessicali, culminante nell’immagine dei “vivisettori”, traduce il dramma di un difficile romanzo famigliare e risulta del tutto dipendente da un lavoro sul significante: vari tipi di paronomasie (la figura retorica più frequentata da Inglese è proprio la paronomasia aggressiva), allitterazioni, rime e altri più sottili bisticci sono evidentissimi e la lingua si mette in scena al di là dei suoi contenuti. Particolarmente interessante è la serie “spècchi”, “spèttri”, “scàcchi”, “spàcchi”, spìcchi” dove la quasi omofonia e l’identità dei timbri iniziali prefigura, come messaggio formale, la disseminazione plurale degli “io” che è il tema di tutto il testo. Inoltre, il ricorrente gruppo consonantico occlusivo sp suggerisce un investimento inconscio di espulsione bloccata del materiale rimosso e indirizza il senso prima ancora che questo si costituisca in discorso. A livello di autonomia del significante, noto anche la resurrezione in incognito del pronome “io” nei seguenti versi: “IO sOrgIvi e rIsOrti, specchI/O spettri” (vv. 10-11). La reiterazione sovrasegmentale dell’io in tre casi ravvicinati (quattro, se si considera lo speculare OI) impone la figura dell’ossessione, accanto a quella già vista della rimozione spastica.
L’analisi sintattica della lingua degli Inventari registra l’uso quasi esclusivo dell’aspetto incompiuto e di quello progressivo dei verbi (su cui domina il presente), inseriti in un ampio ductus paratattico e asindetico, riassunto da solide reggenti finali. Spesso, però, la dilatazione del periodo impone una concordanza ad sensum, laddove risulta difficile (se non impossibile) riferire i verbi ai soggetti corrispondenti. Tipico, in questo senso, l’uso sistematico di un gerundio presente che definirei “assoluto” perché – inserito così com’è in frasi nominali o impersonali – appare del tutto irriferibile ad un preciso soggetto (11). Queste costanti sintattiche, veri e propri stilemi, sviluppano, o meglio generano, un discorso poetico aperto che sembra sospeso tra un prima e un dopo in cui l’inizio è al di là di ogni inizio possibile e la fine è solo il segno logico o la metafora della morte.

 

 

5. Antropologia primitiva. Una paradossale nostalgia…

 

“Visti dall’occhio di Sigurd [il Sigfrido eddico n.d.c.], pimpante/ ’largitore di frecce acuminate’, […] noi,/di psiche levigata da secoli/di condotte domestiche, siamo/greggi di animali disossati” (da Inventario della salute, vv. 11-16). “fuori da questa febbre/non siamo che fame” (da Inventario delle prove, vv. 30-31). “un nemico/calmerebbe l’ansia, una lotta, una breccia” (ivi, vv. 34-35). “per un ritorno a sorpresa – sorellina [l’erba] – tra cementi/ed asfalti, poi le liane, le selve, le fiere,/i vecchi flagelli salutari : peste, risipola, spagnola,/io, adorante alleato, tuo mistico agente segreto” …(da Inventario dell’erba, vv. 16-19; miei i corsivi). Come dimostrano questi esempi, nelle poesie degli Inventari vi sono momenti in cui, nel corso della riduzione preistorica, il soggetto abbandona la consueta neutralità di atteggiamento proposizionale, esibendo un senso di profonda e consonante empatia per quel mondo precivilizzato che costituisce lo sfondo implicito e costante dei testi. Empatia e nostalgia. Nostalgia, però, del tutto paradossale che si sa in-sensata e che rivela indirettamente la pulsione vitalista come rimosso dell’umanità e del soggetto. Come tutti i rimossi, anche questo ritorna sotto mille, allucinati travestimenti, rivelando così le zone d’ombra e i vuoti che la dialettica storica non ha saputo suturare. Esempio assoluto di tale elaborata ed inaccessibile nostalgia è, sin dal titolo, l’Inventario delle carni perdute che converrà riprodurre integralmente:

 

Carni da squalo al palo della Cuccagna,
al patibolo di salsicce e cinghiari
su trampoli inerpicando, gozzi,
tubi famelici, fauci e proboscidi
in cozzi e rapine, al celeste lardo
salendo, al morso, al sugo saligno
delle entragne, schiuse carni d’azzanno,
tuttòfaghe cavità, mandibolari
dove siete?
Carni vere, indubitabili
di predatore ominide, in corsa
con mani dal pollice opponibile
a sciabolare lame di selce
nella scia dell’orso ferito,
carni di Tarzan, di villoso
yeti delle nevi, di mister
Hyde, schiumante nell’orbita
pazza del bisturi, carni
senza verbo, ululanti e ridenti
nel cerchio di pugilati e copule

senz’altro cielo che il pargolo
digesto, il pasto del vicino,
carni che i conati scuotono
febbrili dal pozzo di viscere
al faro di fantasie, di flebili
pensieri carnivori, fami
fonde di Minotauro: rami
di zanne che non separano l’osso
dalla polpa, il nocciolo
dal frutto, che non sanno
il crudo e il cotto…
Carni elementari che hanno
innocuo, in sé, il germe umano nudo
e crudo, prima del pomo cognitivo,
del crollo nei torti ritardi del cervello,
prima dei digiuni e delle diete, del cibo
simulacro delle cifre e delle righe,

carni acefale, cannoni d’escrementi
che serpi di fango restituite
al fango da cui sorgete: vermi
grassi d’ogni veleno terrestre,
d’ossidi e acidi, piombo e pece,
carni che interne vi scorticate
di scarti, e scisse vi sparpagliate
in tumuli di feci, carni di buon
selvaggio, rimpiante e desiderate…
Carni d’incommensurabile felicità
non
tornate, state pure dove siete:
nel mito, nell’assioma di fumetto,
nel sogno usurato, a noi le teste
di paglia – che a fuoco lento e tanto
fumo vanno – restano, per il corto
rogo che ci è dato: il residuo istinto
è nel refuso, nel punto mancante
della i che un correttore zelante
supplisce. (Per dose somma
di lumi, galatei, pedagogie,
spossata è la felicità dei sensi,
ma s’illude e sferza con artificio
infebbrata nella giostra di protesi:
con indosso la muta elettronica
il mite cittadino caccia il giaguaro
ruotando casalingo su se stesso.)

 

La variazione sul tema dell’ubi sunt – dipendente più dalla carnale nostalgia di un Villon che dalla Bibbia – percorre, con calibrate immagini, le ere che vanno dal paleolitico alle isteresi tecnologiche contemporanee, passando per il mito greco, per l’Illuminismo, per il Disagio della civiltà freudiano e per l’antropologia di Lévi-Strauss. Ma qui tutto è intenzionalmente mito: l’albero della Cuccagna, l’ominide predatore, l’orso ferito, l’homo salvaticus, Tarzan, lo yeti delle nevi, la Londra ottocentesca e fumosa dei bassifondi in cui agisce il bastone animato di Mr. Hyde (versione “autentica” di tanti serial killer contemporanei), il “verbo fatto carne”, debitamente rovesciato nel più realistico cannibalismo di Ugolino, il pasto totemico, il Minotauro, il buon selvaggio e persino il crudo e il cotto lévi-straussiano. Solo le tristi e implosive patologie contemporanee (l’alternanza di bulimia e anoressia, la mercificazione e la serializzazione dei cibi, la loro massificata sofisticazione, l’inquinamento velenoso della terra) esorbitano dal mito, giustificando il suo nostalgico rimpianto. Tale rimpianto è qui articolato ritmicamente su due elementi strutturali, destinati a sviluppare una forte tensione: 1) la ripresa anaforica del termine “carni” all’inizio di ogni strofa, secondo la tecnica provenzale delle coblas capdenals; 2) la natura elencatoria del lungo periodo che costituisce ogni strofa. La prima stanza è costituita da un’interrogativa diretta che manifesta il topos dell’ubi sunt, mentre la seconda e la terza – entrambe terminanti con i puntini d’interpunzione – sono prive di reggenza e lasciano il lettore sospeso sino all’inizio della strofa finale, dove la tensione si scioglie con la comparsa di una reggente riassuntiva (“non tornate, state pure…”) che, a sorpresa, rovescia l’anelito nostalgico, smentendolo. L’iperbole “Carni d’incommensurabile felicità” segna l’acme di una costruita tensione desiderante, cui segue bruscamente una svolta. Dal mito e dal significante, che secondo Lacan determina il Desiderio, si ritorna al reale… o, meglio detto, al principio di realtà. E qui il significante non è tanto l’icona banale del fumetto o le figurazioni trite dell’immaginario collettivo, ma è piuttosto il phàrmakon gorgiano di parole evocatrici e suscitatrici di un desiderio che trascende qualsiasi pulsione reale o realizzabile. Quelle carni, prigioniere come sono del desiderio, non possono perciò tornare, o accedere, al reale neanche in un futuribile “pianeta delle scimmie” da day after. Ciò che resta di esse sono le patologie contemporanee di cui s’è detto, mentre dell’ominide, archetipo e matrice (di cui i contemporanei hanno perduto quasi ogni istinto), rimane soltanto il nostro essere testa senza corpo, come quella acefala del bovino macellato nel celebre quadro di Rembrandt (v. 37). Testa, però, di paglia e d’una paglia che brucia rapidamente e con molto fumo. Qui l’inventario termina, e la parentesi che segue deve considerarsi una specie di “coda” nel senso musicale del termine. Una coda, però, essenziale. In essa, infatti, con una perifrasi elegante che racchiude la civiltà in “lumi, galatei, pedagogie”, viene fatta propria e ribadita la tesi conclusiva del Disagio della civiltà (1929) di Freud. A causa della civiltà e di una perdita quasi totale dell’istinto – scrive testualmente Inglese – “spossata è la felicità dei sensi” (v. 58). E Freud aveva scritto: “Se la civiltà impone sacrifici tanto grandi non solo alla sessualità ma anche all’aggressività dell’uomo, allora intendiamo meglio perché l’uomo stenti a trovare in essa la felicità. Di fatto l’uomo primordiale stava meglio, perché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L’uomo civile ha barattato una parte della sua felicità per un po’ di sicurezza” (12). Questa celebre osservazione di Freud mi sembra sia la chiave interpretativa fondamentale che apre il senso di tutti gli inventari e mi ha stupito trovare in un poeta decisamente pre-freudiano come Inglese (che non vuol dire antifreudiano) un’adesione così incondizionata ad essa. La contraddizione è però solo apparente: il Freud “citato”nei versi che stiamo commentando è, infatti, quello che, con accenti vagamente mitologici e autocontraddittori, sconfessa la civiltà… Non è certo il Freud, prevalente, della civiltà di pensiero da lui stesso inaugurata sulla base dell’Edipo e della castrazione…

Al verso sulla “felicità dei sensi spossata”, segue poi un completamento: perduti arti possenti e infallibili istinti, l’uomo tecnologico di oggi si è dotato di surrogati e cioè di protesi elettroniche, così come un tempo i suoi antenati avevano prolungato l’inanità delle loro mani con le armi. L’immagine allegorica finale (13) (vv. 61-63), ritmicamente concentrata in tre endecasillabi (di cui il secondo ipermetro), emblematizza iconicamente questa condizione, fondendo preistoria e contemporaneità (14). Non è affatto necessario (anche se è possibile) pensare ad un sofisticato videogioco di caccia al giaguaro condotto con la maschera virtuale 3d e i sensori attaccati al corpo e collegati allo schermo del computer. Necessario, invece, è cogliere nel senso di questa antitesi tra remoto e presente, l’infelicità accidiosa e autoreferenziale (“ruotando su se stesso”) della nostra, attuale condizione di esseri (reali) costretti a vivere nel mondo virtuale della simulazione iperrealista di eventi e valori. A ciò la poesia di Inglese reagisce, riportando gli aggregati linguistici e ideologici della nostra società alla loro matrice e l’effetto nostalgico di una “grande salute” perduta che ne deriva si dichiara esplicitamente come impossibile. Anche perché – aggiungerei – l’operazione impone di ripercorrere il filo di pensieri, parole e opere dell’ “evoluzione” occidentale dal suo interno e in questo dipanare, circolare e agglutinante, non vi sono buchi da cui scappare, osservando con distacco da un esterno. Non si può ricominciare dove non vi è alcun inizio, alcuna arkè che non sia mito. Perciò la trappola della civiltà resiste in questo dipanarsi che parla, parla, parla…

 

 

Note

1 Andrea Inglese, Inventari, con postfazione di Biagio Cepollaro, Editrice ZONA, Rapallo 2001.

2 Eugenio Montale, Godi se il vento ch’entra nel pomario, in id., Tutte le poesie, a cura di Giorgio Zampa, Mondadori, Milano 1984, p. 7.

3 Andrea Inglese, Sulla figurazione: il contenuto antropologico della forma e alcune conseguenze di poetica, in aa.vv., Akusma. Forme della poesia contemporanea, Metauro Ed., Fossombrone 2000, p. 162.

4 La raccolta poetica di Inglese, oltre agli inventari, si compone di altre tre sezioni: Modi comuni, Duo da camera e Rilievi. Il presente saggio prende in esame solo i tredici inventari.

5 Nella Primavera hitleriana di Montale si trova, debitamente allegorizzato, il fenomeno naturale del polline primaverile: “tutto arso e succhiato/da un polline che stride come fuoco/e ha punte di sinibbio…” (vv. 28-30, ed. cit., p. 257).

6 Nell’Inventario delle imprese chirurgiche (pp. 8-9), la morte è concepita, invece, come destino temporale e come direzione dell’essere: nella pratica chirurgica “tutto si cura e cava,/il retto moto della morte/mutando in lento giro d’agonie” (vv. 3-5).

7 Rimando a tutti gli inventari nel loro ordine. Per il punto 21 delcatalogo, vedi invece la poesia intitolata Naturale e presente nella sezione Modi comuni (p. 17).

8 Inventario delle voci materne, v. 39 e vv. 59-60.

9 Il soggetto prodotto dal testo e il soggetto produttore del testo non coincidono mai.

10 Inventario della posizione, vv. 58-59.

11 Cito solo due esempi di gerundio “assoluto”: 1) “Liane/fatte docili, giardino adesso/di contorno, verzura lieve,/sciabordìo d’animatori giocondi,/e smemorare tutti, tra bocconi/e cuscini, acciambellati, fetali, deglutendo nel conforto dell’ovvio” (Inventario dell’occhio, vv. 40-46. Mio il corsivo); 2) “Carni da squalo al palo della Cuccagna,/al patibolo di salsicce e cinghiari/su trampoli inerpicando, gozzi,/tubi famelici” (Inventario delle carni perdute, vv. 1-4. Mio il corsivo).

12 Sigmund Freud, Il disagio della civiltà (1929), in id., Opere, a cura di Cesare Musatti, tr. it. Di Ermanno Sagittario, Borlinghieri, Torino 1978, vol. 10, p. 602; miei i corsivi.

13 Un’altra immagine del tutto simile è presente nella poesia intitolata Naturale (cit. qui alla nota 7): “cerca bene/nel cruscotto ergonomico la spia/remota, impercepibile presagio/d’avi, Cro-Magnon nelle grotte: fame” (vv. 5-8).

14 Le due interdipendenti dimensioni inconsce dell’ “estetica” cyberpunk sono proprio la preistoria (primitivismo) e la contemporaneità (tecnologia telematica).

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