Intervista a Umberto Piersanti

Urbino, terra del Duca di Montefeltro, di Piero Della Francesca e di Umberto Piersanti. Il poeta è nato nel 1941 in questa bella città, dove risiede e insegna Sociologia della letteratura. Leopardi e Pascoli sono i suoi punti di riferimento. Ha pubblicato raccolte di poesie (La breve stagione, 1967, Il tempo differente, 1974, L’urlo della mente, 1977, Nascere nel ’40, 1981, Passaggio di sequenza, 1986 e I luoghi persi, 1994, Nel tempo che precede, 2002), è autore di due romanzi, (L’uomo delle Cesane, 1994 e L’estate dell’altro millennio, 2001), di due opere di critica (L’ambigua presenza, 1980 e Sul limite d’ombra, 1989) ed è coautore di un’antologia poetica (Il pensiero, il corpo, 1986). Ha realizzato un lungometraggio, (L’età breve, 1969-70), tre film-poemi (Sulle Cesane, 1982, Un’altra estate e Ritorno d’autunno, 1988) e quattro “rappresentazioni visive” per la televisione. Dirige la rivista «Pelagos». Considera la lettura altrettanto importante che la scrittura e si è autodefinito «l’urbinate più conosciuto al mondo». e’ il cantore di una terra dove la campagna e la vita contadina mantengono ancora una attualità surreale. Da qui i richiami a Virgilio e alle Georgiche, da parte della critica che si è occupata di lui.

Dove e come nasce il Piersanti poeta, ora da quasi dieci anni nella scuderia Einaudi?

A 14 anni ho incominciato a scrivere racconti e drammi, soprattutto favole, intorno agli anni sessanta poesie. Ho bisogno di fermare attimi e situazioni, a 20 anni sentivo già la fuga dei giorni.

 

Il suo linguaggio poetico è parso subito solido, consistente, immerso nella civiltà contadina conservata in luoghi sempre persi e ritrovati.

Ha scritto Carlo Bo che sono uno dei pochi poeti che non fa nascere la pagina dalle altre cose, ma dalle vicende. La civiltà contadina che narro non è vissuta in chiave realistica o neo-realistica da contrapporre alla miseria del tempo presente. E’ uno spazio lontano che la memoria rende magico, non astratto. Come dice un personaggio de L’uomo delle Cesane, «una volta passati sogni e ricordi sono la stessa cosa».

 

La sua campagna e il suo Appennino sono sempre sospesi tra reale e fantastico. Questi luoghi sono più rivisitati o reinventati?

Sono rivisitati e reinventati. Quando nel 1948 andavo sull’alta Cesana e sprofondavo nel fosso, vivevo in modo separato: a 10 Km da Urbino c’erano solo le luci delle acetilene, il buio era totale, la distanza dal mondo così profonda da non averla ritrovata più neanche nei deserti africani che pure ho conosciuto. Ma il mio pastore è anche frutto di elaborazione culturale e letteraria.

 

Ne I luoghi persi Carlo Bo scrisse che Umberto Piersanti cantava le sue Georgiche. Le Cesane sono più pascoliane o volponiane? Quali i poeti che hanno influenzato i suoi versi negli anni di formazione?

Sono grato a Carlo Bo per aver fatto il nome di Virgilio parlando delle mie opere. A dominare la scena emergono delle epifanie, alcune delle quali splendide e liete, altre cupe e notturne. Ho amato molto Pascoli, l’ossessione della nomenklatura, il bisogno di chiamare piante e animali con il loro nome specifico, viene da lui. Ma c’è anche il Leopardi delle interrogazioni laiche e metafisiche; il rapporto donna-natura tipicamente dannunziano; il tu montaliano; la creaturalità di Luzi; il senso della terra di Pavese. Nonostante questi riferimenti credo di essere un autore fuori dai gruppi e dalle mode. Per questo ho anche pagato un certo scotto.

 

La fedeltà con il luogo ha dato origine a tutta una proposta poetica nel secondo Novecento. Luogo della natura e luogo antropologico, dove il personaggio-uomo si fonde in epifanie arcaiche.

Vi sono due maniere di vivere il proprio luogo e le proprie radici: una localistica, provinciale, tipica di chi solo in un proprio spazio si sente compiuto e risolto. In questo caso il luogo è penalizzante perché negatore di ciò che non rientra nel proprio piccolo orizzonte. Scavare dentro il luogo significa toccare radici, non solo di una specifica identità, ma dell’umanità in genere. Se rimaniamo nel secondo Novecento, non si dà Bertolucci senza Parma e la campagna, Zanzotto senza Pieve di Soligo e le colline trevigiane, Luzi senza gli sfondi fiorentini e senesi. La problematica è ineliminabile: fare di un proprio luogo uno spazio totale come ha fatto Leopardi con la pure odiata Recanati.

 

Qual è la differenza di sguardi e di ambientazione, tra Nel tempo che precede, l’ultima fatica, e I luoghi persi, che sono senz’altro le maggiori opere poetiche pubblicate da Umberto Piersanti? Nell’ultima raccolta c’è forse meno epicità e più senso del quotidiano (penso alla sezione dedicata al figlio Jacopo, per esempio)?

Ne I luoghi persi ho rincontrato l’antichissima, archetipa figura del pastore, che sia nella tradizione pagana che in quella cristiana rappresenta in modo alto la figura dell’uomo. Nella prima parte de Nel tempo che precede la misura mitica e simbolica è più forte che nel libro precedente, interviene con forza la vita presente che comunque non era assente nei libri precedenti. Più del mito dell’amore leggendario e da vivere nel tempo differente, qui campeggiano le figure della memoria ed entra con prepotenza Jacopo, che avevamo conosciuto già ne I luoghi persi. Nel nuovo libro è imprigionato «nel suo castello chiuso e separato», la corsa del tempo è più turbinosa, la memoria più lontana.

 

Umberto Piersanti romanziere: una scoperta. L’estate dell’altro millennio (Marsilio Editori) è stato salutato da Mario Luzi, sul magazine di «Repubblica», come il romanzo italiano da consigliare ai lettori, lo scorso anno. Siamo di fronte ad un Piersanti corale, che descrive un’azione visibile e cinematografica, in un romanzo storico denso, efficace, risolto.

Il bisogno della coralità è uno degli elementi di cui si nutre la mia scrittura. Anche nella poesia abbiamo un mondo di figure, solo che questa coralità agisce su uno sfondo astorico. Nel romanzo, invece, ho voluto raccontare la fine di tutto il mondo, quello dell’ultima civiltà contadina che è iniziata a partire dalle ferite della II° Guerra Mondiale. Dopo il ’39 niente è più stato uguale, anche sul piano della pura tecnologia. La guerra inizia con i biplani e finisce con l’atomica. Al di fuori di ogni vulgata resistenziale e di ogni nostalgia reazionaria sta la forza del mio romanzo.

 

Ha intenzione di ritornare alla narrativa?

Non lo so. Penso che prima o poi succederà, ho in mente anche alcuni racconti ambientati in una dimensione mitica e antica. Magari, però, faccio qualcosa che riguarda gli anni sessanta.

 

Come giudica lo stato di salute della letteratura italiana contemporanea e dell’editoria italiana?

Ritengo che nel complesso la produzione poetica sia più ricca e complessa di quella narrativa, contaminata dalle mode letterarie e dal costume. L’editoria è spesso sbilanciata alla ricerca frenetica di un immediato riscontro, la ricerca di un vasto consenso domina le scelte. Anche la poesia incomincia a subire questo tipo di inquinamento.

 

Umberto Piersanti è anche un organizzatore di eventi culturali legati alla fruizione della poesia. L’oralità è forse l’unica istanza che resiste e si oppone all’egemonia incontrastata delle arti audiovisive, legando la poesia a letture, recital, festival, così da evitare la caduta nell’oblio?

L’oralità è una componente costitutiva della poesia, che nasce connessa alla musica, alla lira. Bisogna affrontare il tempo nuovo accettandone la sfida, la poesia deve difendersi dalla banalizzazione imperante, dall’immagine che trionfa proprio quando scende ai suoi livelli più bassi. Ma non si tratta di tradire la poesia. Come diceva Caproni, quest’ultima non è musicale, è musica e ritmo. Per leggere bene una poesia non basta avere una bella voce, bisogna capirla. Tutti noi ricordiamo di una lirica la parola che risuona all’orecchio, quindi se usate bene la radio e la televisione sono un utile strumento. Finora, però, la volgarità è solo aumentata nei mass-media. Ma credo che arriverà il giorno in cui anche la televisione si accorgerà che esiste la poesia: una sorta di controspettacolo contro l’impoverimento culturale dei nostri giorni.

(Intervista tratta da Italialibri.net a cura di Alessandro Moscé)

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