Poesia Condivisa n.7: ‘Il motore di vetro’ e ‘Fiori in pericolo’, di Mauro Fabi

 

Lei aveva capelli
capelli esplicitamente biondi
e lineamenti non so
se hai presente due spalle
di nuotatrice e in effetti
lei nuotava in una grande
piscina coperta
copriva enormi distanze
con la forza delle sue braccia
e questo ritengo
sia il vero motivo per cui,
forse pure quella specie di
calamita(à) che ho dentro gli occhi
non so, ma era la mia [giovinezza] e ci credi
che dopo,
per tutti questi anni che abbiamo
detto di amarci, io

*

Mauro Fabi, Il motore di vetro, Palomar 2004
Mi vuoi ancora bene? le domando.
Ma certo, mi risponde, stai tranquillo.
La sua voce
mi ricorda quello che ha indossato
stamattina, il colore
di quello che ha indossato, il modo
con cui si è guardata nello specchio
insoddisfatta, attraversato il corridoio,
come ha salutato la bambina
ed è scomparsa tirandosi dietro
la porta blindata.
Mi rendo conto che non so niente di lei,
come passa le sue ore in una stanza,
degli attacchi che deve respingere,
della lotta quotidiana che ingaggia.
Conosco invece la sua stanchezza,
la durezza, l’odore che emana quando
dorme e prima
il fiore incerto suo di labbra.
 
 Mauro Fabi, Fiori in pericolo, Avagliano 2007 La memoria è un occhio rivulso che osserva
al contrario un occhio bianco che si nutre
di cose morte di detriti
del calcare interiore depositato
sul fondo della coscienza

quello che non si vede quello che è
nascosto
che è piccolo e invero molto piccolo,

per questo
i ricordi affiorano senza alcuna ragione
a volte dopo anni intere stagioni
per questo il passato si rifugia nei sogni
nei volti degli sconosciuti negli odori nei passi
nelle stanze nei paesaggi nelle partenze

un mare implacabile che corrode
una striscia di terra rossa
dove nidificano i giorni

Mauro Fabi è poeta dal registro molto ampio. Nel suo libro Il motore di vetro sono presenti i semi di tutta una serie di impostazioni: dalla cronaca dello strazio della vita reale e degli amori/disamori familiari, scritta con un tono volutamente prosastico, alla cronaca delle esperienze ospedaliere (su cui ha scritto versi indimenticabili, quelli del magnifico poemetto iniziale), all’attesa della morte vissuta come in una luce metafisica. Ma vi sono anche altri registri, come quello dell’utopia degli amori non vissuti o persi, in cui il linguaggio si fa delirante, visionario e a volte spezzato. Mauro Fabi è un poeta che non conosce ancora i propri limiti. La riflessione sul senso della vita è in lui sempre presente. Apprezzo la sua radicalità disperata, il suo non fare sconti, il suo saper guardare in faccia l’orrore. Fiori in pericolo segue gli stessi temi, con un tono più dolente, riflessivo. Si potrebbe parlare della religiosità di un laico, in cui la continua riflessione sul senso della vita sfocia nella riflessione sul senso e sul significato della morte.
Una nuova raccolta di poesie di Mauro Fabi (Il dominio dei morti) è inedita in italiano ed è pubblicata in lingua francese (Mauro Fabi, Le domaine des morts, Alidades, 2010).

Dichiaro di voler acquistare eventuali successive raccolte pubblicate dall’autore per seguirne nel tempo la futura scrittura, riferendone a questa rubrica.

Carlo Bordini

16 Comments

  • Anila Resuli says:

    Una poesia pulita, dal tono prosastico e lineare. Tuttavia a tratti la trovo puntigliosa, attenta nella linearità di una denuncia quotidiana fatta di spigoli, nella ricerca di un’armonia che pare mancare o trascinarsi nella perdita. Una poesia consapevole e chiara.
    Complimenti all’autore e grazie a chi ha voluto condividerlo.

    Cordialmente,
    Anila Resuli

  • Trovo la presentazione di questo autore quanto mai azzeccata nelle parole di Carlo Bordini, le tre poesie proposte hanno un alto valore poetico, se così si può dire, nel senso che leggendole sento fluire una sana, lieve, familiare corrente di necessità, se non le avessi lette il mio panorama poetico sarebbe rimasto più povero. Complimenti per la proposta. Un caro saluto.

  • Loredana Magazzeni says:

    Anche a mio parere la poesia di Mauro Fabi appare interessante, asciutta, prosaica e pulita come un quadro di Hopper. Tutte qualità notevoli in un autore giovane che sa controllare la sua esperienza emozionale ripulendola da ogni tentativo di enfasi o di ricalco autoriale. Ammiro questa asciuttezza e questa pulizia e aspetto anch’io di leggere di più di questo autore che non conoscevo. Un saluto a tutti.

  • annamaria+ferramosca says:

    Vi ringrazio, Anila, Roberto e Loredana per le vostre impressioni sulla qualità di questa Poesia Condivisa per l’ultimo bimestre di quest’anno. Dagli aggettivi simili dai voi usati vi è consonanza nel definirla lineare, chiara,familiare, asciutta . Ed è davvero una linea poetica nuova e molto convincente quella che si intravede in questi testi di Mauro Fabi, che Carlo Bordini ha scelto come emblematici della sua scrittura (avvertendo però dell’ampiezza ben più vasta delle tematiche dell’autore, dando cenni alle molteplici linee im-portanti della sua poesia).
    Rileggo i testi, rileggo la densa nota e sento come il goal della presentazione, nello spirito di Poesia Condivisa, possa essere raggiunto. Infatti, come agli amici che mi hanno preceduta nei commenti, anche a me vien voglia di avere tra le mani quei libri, per leggere altro ancora (li ordino in rete!).
    Pochi cenni sulle mie sensazioni: nella prima poesia, che appare bifasica, come a distinguere i due tempi,quello del primo incontro e il successivo, della vita in comune, il poeta usa un tono piano, colloquiale, descrittivo(ma formalmente sorvegliatissimo) che però ha dei tagli improvvisi, spiazzanti, come quell’inatteso nome bisemantico “calamita/à” oppure quel verso memorabile “non so , ma era la mia [giovinezza]”. sono espressioni che rimandano a nuclei di tormentata interiorità, quasi una volontà estenuata di leggere la realtà, perfino di dichiarare il timore di una perdita. Questa poesia è uno splendido nitido tentativo di interpretare l’essenza imprendibile di una donna, lasciandosi investire dal mistero dei suoi routinari movimenti quotidiani, sperando in una rivelazione, che resta sospesa in quel “fiore incerto di labbra”.
    Nel secondo testo, dalla più recente raccolta, la determinazione ad analizzare il reale si carica di una maggiore valenza riflessiva, che però non attutisce l’immaginario. Qui il pensiero si sofferma sul potere della memoria , capace di raggrumarsi e far affiorare anche le più nascoste tracce dai sogni dagli odori dai passi…

    Ci piacerebbe che Carlo Bordini ci parlasse di come ha scoperto questa poesia, se attraverso i libri o per conoscenza personale del poeta Fabi. Che cortesemente invitiamo ad intervenire, anche per dirci se l’ultima raccolta pubblicata in Francia sarà tradotta in italiano.
    Un saluto
    annamaria ferramosca

  • Abele+Longo says:

    C’è questo continuo rivolgersi a qualcuno, un essere “diretti”, asciutti, come è stato detto, che porta le questioni all’essenza, direttamente ai destinatari. Un chiamare le cose con il loro nome, chiarezza e bisogno di chiarezza, con immagini fortemente evocative di un microcosmo che si allarga come cerchi concentrici.
    Grazie all’autore e a Bordini per il commento puntuale e illuminante

  • Loredana Savelli says:

    Ho molto apprezzato queste poesie e in particolare il dettato così preciso e necessario. Ogni parola è esattamente quella “giusta”. Immagino che, volendo tradurre queste poesie in un’altra lingua, perderebbero qualcosa, sono perfette così.
    Complimenti.

  • Carlo Bordini says:

    Rispondo alla domanda di Annamaria Ferramosca: ho conosciuto prima Mauro e poi la sua poesia, nel senso che ci conosciamo da tanti anni, abbiamo fatto tante cose insieme, tante cose poco importanti, come prendere il caffè insieme, parlare, scambiarci i manoscritti delle poesie, camminare, passeggiare, mangiare insieme, parlare di donne, ecc. ecc…
    Ho visto nascere la poesia di Mauro così come, contemporaneamente, lui ha visto nascere la mia; è come se le poesie le avessimo scritte insieme, in un certo senso.

  • annamaria+ferramosca says:

    Infatti,Carlo. Ora capisco perchè sentivo una bellissima sintonia con molti testi del tuo I costruttori di vulcani. Ecco una prova che scambiare e scrivere in contemporanea su temi su cui insieme si è riflettuto, non è mimesi reciproca da intendersi in senso negativo, tutt’altro. Ne ho fatta anch’io esperienza in una scrittura a quattro mani(dual poems), rivelatasi sorprendente moltiplicatrice di immaginario…

  • mauro fabi says:

    Si fa sempre un’enorme fatica a parlare di se stessi, questo è ovvio.
    Parlare poi di quello che si scrive, soprattutto se riguarda la poesia, lo ritengo un compito improbo. Soprattutto quando si supera il mezzo secolo come nel mio caso: con gli anni il senso del ridicolo si fa sempre più acuto, l’indicibile rimane indicibile e non si tenta neppure più il patetico gesto di squarciare il velo.
    Certo la poesia poessiede in se stessa un potere disvelanete, diciamo che getta una luce, la buona poesia voglio dire, la poesia che non giuoca con le parole, che medita la verità, e in ciò si può avvicinare alla musica, alla sua essenziale incomprensibilità: perché un re minore ci mette tristezza?
    La luce che la buona poesia getta è in tutto e per tutto simile a quella di una partitura armonica, tocca corde che la musica, senza l’ausilio delle parole, suscita forse a un livello più profondo, ed è fondamentalmente inspiegabile.
    Lavoro per sottrazione, lo facevo già trent’anni fa, ma allora c’era la filosofia che s’infiltrava dappertutto, in ogni verso e rendeva il ritmo pesante, come è pesante la musica di Berio. Oggi è una esigenza quasi fisica, e per me che sono un romanziere, anche una sofferenza.
    Ho affinità con pochissimi poeti, in primis Bordini come è ovvio, perché usa la parola senza infingimenti, perché ha un’ossessione e la sviluppa, non ne rifugge, la scavalca, scavalca il dolore di quell’ossessione e raggiunge la bellezza, nel giardino dei versi. Gli altri sono morti da tempo, con alcuni non mi sento più perché sono permalosi, forse presuntuosi, forse non così bravi come suppongono. Nessuno di noi lo è.

    Mauro Fabi

  • Marcella Corsi says:

    E’ vero: nessuno di noi lo è. E dico subito che probabilmente per miei limiti non sono riuscita ad apprezzare fino in fondo il terzo dei componimenti di Fabi proposto da Carlo Bordini.
    Mi hanno colpito invece i due tratti da “Il motore di vetro”.
    Nel primo attira il contrasto tra il tono assolutamente colloquiale della prima parte, in cui vengono in risalto i soli particolari anatomici entro lo spazio della grande vasca d’acqua, e quello ‘lirico’ (per quanto consentito dalla poetica di questo autore così ‘narrativo’) degli ultimi versi, in cui si espone con qualche riluttanza una sorta di stupore emotivo: parentesi, parole ‘brutalizzate’ dall’immediata messa in discussione del loro significato, frasi talora drasticamente tagliate.
    Non so se Mauro Fabi utilizzi spesso questi tagli, queste omissioni. Me lo auguro, giacché a me parlano nel senso proprio della poesia.
    L’attenzione fisica alle cose che si toccano, ai particolari, che connota entrambi i testi si accompagna nel secondo ad una consapevolezza amara delle difficoltà di davvero sapere un altro, pur amato. Una consapevolezza che è anche qui di cose, e di precise percezioni sensoriali, ma anche di luoghi… Come se situare le sensazioni contribuisse a chiarirle.
    Solo nell’ultimo verso, che presenta l’unico (in questo testo) particolare anatomico, si lascia il registro narrativo per quello lirico. Qui però il punto fermo finale attesta la estrema difficoltà di tale inserimento (in questa poesia come nella vita?) e ne rende più preziosa la percezione.
    Un grazie all’autore e al presentatore per gli stimoli che hanno fornito.

  • annamaria+ferramosca says:

    come non essere d’accordo con i pensieri di Mauro Fabi sulla poesia: “poesia che medita la verità, che non gioca con le parole”. credo siano due imperativi per tutti coloro che si accostano alla scrittura poetica. Fabi dice di farlo con sofferenza, rispetto alla scrittura di narrativa e anche questa è una profonda verità, condivisa da molti che alternano le due modalità d’espressione. ecco, mi colpisce , nelle sue parole, la ricerca, oltre che dell’essenzialità nell’ascolto -restituzione, della ricerca umanissima dello scambio amicale, che spietatamente riduce ai pochissimi, come Bordini, avvertiti come persone limpide,senza maschere.

    c’è una mia domanda in sospeso, Fabio, sulla raccolta francese in traduzione. ho ordinato i tuoi librie e aspetto con grande curiositàdi percorrere per intero la tua poesia. spero che vorrai aderire all’offerta -automatica per gli autori presentati in rubrica- di un e-book con testi dai tuoi libri, realizzato dal sito Larecherche e da noi curato. ma ne riparleremo…
    un grazie ad Abele, Loredana e Marcella per le loro considerazioni.

  • annamaria+ferramosca says:

    mi scuso per i piccoli refusi,
    annamaria

  • io invece, al contrario di Marcella, ho preferito la poesia tratta da “Fiori in pericolo”, per il suo andamento “argomentativo”, rispetto a quello più “narrativo” delle prime due. Mi piace la pacatezza del verso, il fatto che il suo guizzo è più intuito che esplicito, c’è ma trattenuto e per questo seduce, o perlomeno lo fa più lentamente e dunque in modo intrigante..

    un caro saluto

  • Il riferimento al verso e alla sua seduzione vale per tutte e tre le poesie

  • annamaria+ferramosca says:

    grazie per il passaggio e il parere, Margherita. Ogni poesia, lo sappiamo, fa vibrare corde diverse. L’importante è la persistenza delle vibrazioni…

Lascia un commento