La mano ozia nel nido delle tue cosce,
è sera, e la sera rinnova la pioggia,
mai cessata di fremere.
— Alessandro Ricci

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Andrea De Alberti: ‘Basta che io non ci sia’

 

di Davide Castiglione

È un’affermazione perentoria a prestare il titolo al nuovo libro di poesie (a tre anni di distanza dall’esordio di Solo buone notizie, Interlinea, 2007) di Andrea De Alberti, Basta che io non ci sia (Manni, 2010), tanto più d’impatto quanto i titoli di norma sembrano, per loro stessa natura, esigere dei sostantivi, dei contenitori a rassicurarci.

Titolo che mi ha respinto per una dichiarata volontà di estraneità (ma, in fondo, forse perché rispecchia una parte scomoda della nostra abituale attitudine verso il mondo e le cose), finché non ho aperto il volumetto, alla poesia in limine.

Qui scopro infatti che tale affermazione non è a carico del soggetto poetico, ma da questi attribuita a terzi: «Eppure volevo dire quella sera, raccontare una storia» e, pochi versi più in basso, «ma quando ho sentito un amico, nascosto da un altro, / parlargli all’orecchio dicendo: “basta che io non ci sia”, / mi sono fermato proprio nel punto in cui credevo / di amare di più le persone».

La mortificazione del racconto è poi acuita dall’ironia del titolo della poesia, o meglio della “rubrica” (la definizione è di Cesare Segre, nell’eccellente prefazione), nella quale il “raccontare” prende come oggetto ipotetico “le memorie dei nonni”, per strumentalizzare il patetismo che potrebbero ispirare negli ascoltatori.

Queste singolari rubriche in corsivo accompagnano ben 35 delle 37 poesie del libro, e innestano con esse una dialettica complessa, con effetti di rifrazione del senso: «Se pensi che i corsivi siano riferimenti oggettivi, ti accorgi subito che spesso avviano invece un confronto ironico con le allusioni al vissuto; se li consideri, come talora è necessario, dei riferimenti scherzosi a modelli letterari (Polifemo, Abelardo ed Eloisa), a precedenti storici, altre volte enunciano moralità anche proverbiose» (Segre).

Il tema della “impossibilità del racconto” (che si realizza tuttavia a livello strutturale, nel concatenarsi dei testi, dei temi e perfino in certe riprese lessicali) prosegue nel secondo testo, che fa espresso riferimento a Spoon River e che apre con il vocativo “voi”, ma senza intonazione letteraria perché calato in un contesto comunicativo («Lo so che volete sapere la puntuale citazione / al vostro consumato spoon river»): elementi che spostano il focus dall’io alla collettività (“rimpicciolire il mondo” è il titolo di tale sezione, con riferimento latamente ironico alla globalizzazione), con il mondo esterno “impersonale” dei media e dell’economia a mescolarsi all’esperienza privata («sono cresciuto con la pubblicità dell’olio Cuore»; «Indovina chi, Monopoli e Risiko / ce li siamo ritrovati nei titoli dei telegiornali»; «Tra poco farai più fatica, quale affetto sostituirà la borsa della spesa? / Sono rilevanti i dati nei momenti di elevata turbolenza del mercato», giusto per citare alcuni esempi).

La “poetica dell’esperienza” che traspare dagli esempi citati e alla quale aderisce (ma in senso largo e senza rigidità programmatiche) De Alberti, lo pone al riparo dai rischi opposti di una poesia didascalica “a temi” e di una poesia lirica che esasperi l’autobiografia spirituale tout court: questo fatto, e una concomitante «emotività contrappesata da ironia ed autoironia» (Segre) sono a mio parere tra i meriti estetici più rilevanti del libro, oltre alla singolare tessitura linguistica dei testi.

Ora, un breve accenno alla lingua di De Alberti, in cui una prosasticità diffusa e comunicativa (colloquialismi, termini desunti da ambiti extra-letterari, uso del verso lungo, pochi enjambements) si amalgama a zone testuali di non immediata decifrazione, aspetto derivante dagli addensamenti semantici di cui determinate scelte stilistiche sono in parte responsabili.

Richiamano infatti attenzione certe accensioni verticali (per es. «il tormento si è messo a cantare»), la destituzione di referente di molti soggetti che rimangono perciò a uno stadio grammaticale (e che si avvicendano nel giro di pochi versi, rendendo spesso difficile la ricostruzione di una percezione salda e monoculare da parte del lettore), le similitudini e analogie complesse ma poste come in sordina: tutti stilemi che meriterebbero un’ampia trattazione, e che confermano il valore letterario dell’opera (quello umano colpisce al di là di puntuali disamine!).

Proseguendo la lettura, notiamo che il focus spaziale si riduce progressivamente, come denunciano i titoli delle successive sezioni: “verso il paese”, “per un paese che muore e pensa di rinascere”, “a difesa di un altro giardino”, “gruppo di famiglia in un inferno”, “la parola individuale” (con allusione alla canonica antologia di poesia contemporanea “Parola plurale”).

Nella seconda, breve sezione, il nucleo familiare è visto come rifugio, protezione dall’esterno («Se siamo uniti si può tutto, guarda le foglie, / non c’è nessuno spazio per Dio, / come avranno fatto a sopravvivere fino adesso?») in una prospettiva laica riconfermata altrove nel libro.

Qui tuttavia campeggia il padre del poeta quale figura in absentia (si legga il bellissimo verso «aspettavo mio padre apparire in una luce predestinata e eroica», con l’imperfetto a non sancire mai un vero incontro e l’insistenza allitterativa sui suoni aspri) richiamata obliquamente in altre poesie da termini quali “fine”, “ultimo viaggio”, concetti che torneranno nella drammatica e struggente quinta sezione (“Gruppo di famiglia in un inferno”, con allusione paronimica a “interno”), dove la morte del padre si rivela in tutta la sua fisicità, in una sorta di orrore raggelato («il tuo corpo accovacciato / come fosse lì da sempre») nel quale si realizza una vicinanza paradossale, al limite del rispecchiamento filiale («Non ho potuto andare oltre le quattro del mattino. / Non ho potuto che svegliarmi, percorrere il corridoio, / non più di venti metri dalla morte»).

Un’altra, diversa morte, pervade invece la terza sezione: la fine della campagna e la trasformazione del paesaggio ad opera di una modernizzazione spietata («Costruiranno vicino al cimitero, / accanto alla tomba del vecchio sindaco, / gli porteranno via fondamenti e i ricordi / della sua gente»), riassunta con amara ironia dal titolo “Per un paese che muore e pensa di rinascere”.

Il tentativo di riscatto informa invece la quarta sezione, mediante il “noi” coniugale («In questi anni dovremo cercare di mettere insieme qualcosa»), benché persistano palesi richiami alla morte («forse avranno meno talento i corpi / a profondo contatto col suolo»).

Infine, la sesta e ultima sezione risolve in positivo la dialettica tra la fine e il riscatto/resistenza che pervade il libro, aprendosi a una prospettiva di gioia e nuovo inizio (per cui ci si serve di una citazione dalla telecronaca sulla vittoria di Pietro Mennea alle olimpiadi di Mosca: un eroe sportivo a impersonare il riscatto, come in Sereni) resi possibili da Giacomo, figlio del poeta e quindi, per implicita estensione, dalle nuove generazioni, che garantiscono la continuità del “racconto” in una prospettiva terrestre e profondamente etica dell’esistenza.

(Già pubblicata su: www.criticaletteraria.org)

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