Poesia Condivisa 2 N.25: Adonis

Pace

Pace
ai volti che, soli, vanno nella solitudine del deserto,
all’oriente vestito d’erba e fuoco.

Pace alla terra lavata dal mare
al tuo amore, pace…
la tua nudità folgorante le sue piogge mi ha dato
il tuono consacrato nel petto
è maturato il tempo
avanza il mio sangue
prendimi e sparisci splendore d’oriente
perdimi hai cosce d’eco e lampo
prendimi del mio corpo copriti
favore il mio fuoco
astro la mia ferita è guida
m’infiammo…
stella divampo,
la disegno
dalla mia patria fuggendo nella mia patria,
divampo stella,
la disegna nella traccia dei suoi giorni perduti
oh cenere della parola
la mia storia ha un figlio nella tua notte?

da Nella pietra e nel vento, Mesogea (Messina 1999), a cura di Francesca Corrao, versione poetica di Giacomo Trinci

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2 Comments

  • Pace dunque. Detta da Adonis suona come un grido forte, di aquila che vede la sua terra devastata da una guerra senza fine. Ma lui è poeta e dunque impugna armi che non uccidono bambini ma invece vedono

    volti che, soli, vanno nella solitudine del deserto,
    all’oriente vestito d’erba e fuoco.

    la poesia è il suo atto d’amore verso un popolo, fino al sacrificio di sé:

    prendimi e sparisci splendore d’oriente
    perdimi hai cosce d’eco e lampo
    prendimi del mio corpo copriti
    favore il mio fuoco
    astro la mia ferita è guida
    m’infiammo…

    L’arma più potente è dunque la parola di chi, dilaniato da tanto dolore, fuggiasco nella sua patria e fuori, spera che di essa rimanga una traccia.
    Laddove regna la guerra, è difficile cogliere il senso delle parole. Un atroce destino incenerisce pure queste, ma non quelle di un poeta. Se la pace possibile è quella affidata alle armi, non è la pace di cui parla il poeta. La sua è quella stessa desiderata dal popolo e racchiusa in questi versi:

    Pace alla terra lavata dal mare
    al tuo amore, pace…
    la tua nudità folgorante le sue piogge mi ha dato

    E dunque ciò che spera è che alla fine amore e pace si incontrino.
    Drammatica quanto incisiva la chiusa:

    Oh cenere della parola
    la mia storia ha un figlio nella tua notte?

    L’immagine finale rimanda al mito della fenice che rinasce dalla cenere. L’interrogativo acuisce il mistero profondo di ciò che riserva il futuro in relazione alla drammaticità del presente. Un appello (secondo me) alle generazioni che verranno affinchè vedano nella sua stella un fulgido esempio di amore verso la patria e vivano finalmente in pace.
    Ciao Franco

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