Poesia Condivisa 2 N.21: Paul Celan

 

Ciocca di capelli

Ciocca, che non intrecciai, che lasciai al vento,
che si fece bianca per il suo andare e venire,
che si staccò dalla fronte da me sfiorata
nell’anno delle fronti -:

questa è una parola che si muove
per amor di vedretta,
una parola che affisò lo sguardo alle nevi,
quando io, recinto da un’estate di occhi,
scordai il sopracciglio che tu spiegavi sopra di me,
una parola che mi evitò
quando il labbro mi sanguinava di linguaggio.

Questa è una parola che si aggirava accanto
———-alle parole,
una parola sul modello del silenzio,
recinta da cespugli di pervinca e di afflizione.

Qui calano giù le lontananze,
e tu,
un fioccoso astro di capelli,
qui scendi come neve
fino a toccare la terrosa bocca.

 

da  Di soglia in soglia, Giulio Einaudi editore (Torino, 1996), a cura di Giuseppe Bevilacqua

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2 Comments

  • Grazie, Franco. Riconosciamo in questa ciocca materna il rimpianto universale del bene che doveva essere e non è stato. Resta solo “il labbro sanguinante di linguaggio” dei poeti a raccogliere il grido, a disseminare la speranza.

  • “Una parola sul modello del silenzio” dunque.
    È questo il verso che mi guida in questa poesia. Ne ho conosciuti altri : “e come potevamo noi cantare\con i piedi stranieri sul cuore” (S. Quasimodo: Alle fronde dei salici). Succede tutte le volte che bisognerebbe far silenzio restituendo dignità al non detto. Qui è Celan che si prende cura dell’indicibile, la tragedia di ciò che è stato, immanente al suo animo, senza che se ne sappia una ragione.
    La ferita è aperta e vuole farsi vedere. Il ladro violento, l’assassino che si nutre d’infamia vorrebbe invece essere dimenticato ma ecco che la parola ritorna dall’ombra in cui giaceva e come un cane fedele alla parte buona dell’uomo lo scova e lo azzanna risvegliando il suo padrone. Si tratta di una parola asciutta, necessaria ai fatti che, se non venisse pronunciata, farebbe sfuggire la bestia.

    “quando io, recinto da un’estate di occhi,
    scordai il sopracciglio che tu spiegavi sopra di me,
    una parola che mi evitò
    quando il labbro mi sanguinava di linguaggio”.

    Si allude alla tragedia del campo in cui si è consumato la tragedia di un popolo ma anche a come la si è raccontata, alla sua stessa contraddizione di poeta che racconta nella lingua del carnefice ciò che è accaduto. È dunque uno spingersi oltre questo confine di contaminazione e inadeguatezza all’interno della stessa radice.
    C’è la domanda alla ragione filosofica, quella stessa che vedeva incarnata in Heidegger, sul perché tutto questo sia potuto succedere nel cuore della civiltà occidentale.
    Domanda vana e reticente per quanto riguarda il filosofo, ma che ha una risposta affermativa nel non distrutto per sempre, che occupa il suo animo.
    Da questo punto di vista una ciocca di capelli- di chi? Molto probabilmente di sua madre-rappresenta la luce che esplode in un universo buio, dove la parola è pronunciata per dire quel è e non può non dire.
    Ma da quale profondità d’animo proviene questo “fioccoso astro di capelli” che ora si ricongiunge alla bocca terrosa?
    Il racconto del male che s’impossessa di un popolo e mette nel suo agire la distruzione di un altro non può ammettere distrazioni e dimenticanze, ma solo l’urgenza di capire e denunciare attraverso la mente di un poeta che dialoga con l’altro di ogni tempo. E’ dunque a lui che tocca ricostruire il silenzio, modellando la parola su spazi in cui cadono le lontananze ed i linguaggi cedono il passo al “fatto” della ricongiunzione con un popolo, emblematicamente rappresentato da sua madre.
    La poesia consiste di questo tentativo di riaffermare l’essere di una ciocca bianca e con essa di un popolo, a dispetto della negatività che voleva trasformarla in nulla.
    ciao Franco

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