Ivan Pozzoni, i bassifondi dell’inferno nel nostro tempo

ivan-pozzoni-patroclo-non-deve-morireEcco un poeta metropolitano, capace di scardinare le roccaforti del pensiero angusto e dominante, che vive il lavoro per ciò che è: l’intensa attività di coscienza che non risparmia a sé stessa la causa delle ferite e non si assolve, soprattutto, di fronte alla dissoluzione agogica dei sentimenti umani, a questo loro essere privi d’espressioni autentiche per diffidenza e per paura, ma anche per mera superficialità. Di fronte alle catastrofi, ai rumori, anzi attraversandoli, Ivan Pozzoni diventa un fiume in piena, tirando fuori decisamente ciò che è scomodo pensare in questo tempo di crisi esistenziali trasmesse di genitori in figli e viceversa. Così, mentre noi rischiamo di impazzire tra contatti veri e falsi, tra tragedie annunciate e consumate, tra comunicazioni virali e virtuali, il poeta conserva la sua voce e l’eleva, a buona ragione cercando tra i quotidiani disastri un fine che non attenda al generale imbarbarimento, al comune sciacallaggio perpetrato in nome dell’apparire. E sono davvero gli uomini e le donne che ci passano accanto, attraversano la strada, sfiorano, intanano in esistenze disperanti i personaggi messi a fuoco. Nella loro miseria esposta, per di più, al pubblico ludibrio.

«La solitudine del giocatore di videopoker
non è spezzata dal tinnire delle monete anonime
infilate in un bicchiere cartonato di Coca Cola,
schiacciando, schiacciando, schiacciando
in balia di combinazioni programmate a casaccio,
abbacinata dagli effetti grafici e sonori,
che ricordano rumori e luci di una giornata di Natale.
La natura ride dell’innaturale scontro tra uomo e macchina,
uomo contro macchina, macchina contro uomo,
condannandoti all’atarassia di gesti stereotipati,
liberando endorfina ad ogni tua impronta
depositata sui tasti dell’indebitamento economico,
e tu stesso ti isoli, schiacciando e schiacciandoti,
dalle origini sociali del tuo malessere:
abdicazione dal tetto coniugale, mobilità e
disoccupazione, depressione da raggiungimento
dell’età pensionabile o cancro.
Resta l’immagine delle vetrate di un’oscura latteria
immersa nel cemento di un’esistenza cittadina,
d’un uomo, senza amore, in cerca di fortuna a Jacks or Better
o di un rimedio contro i malanni della noia,
d’una rovina incombente, come una corona scura
di corvi, a circondare il tuo capo incanutito,
abbandonato a naufragare, solo, nella tempesta
tecnologica autorizzata dai monopoli dello Stato»

(da “Patroclo non deve morire”, deComporre edizioni, 2013).

Con Ivan Pozzoni possiamo parlare, tornando a quanto annunciavamo inizialmente, di forme espressive che si situano al di là di quelle de-strutturate, macerate nella filosofia e nell’intuito, frammentate dalla oggettiva difficoltà di un dialogo ma libere nel loro rifiuto di stereotipi e persino della metrica talvolta. Ama le provocazioni, dimostra di detestare il linguaggio musicale fine a sé stesso, intende la discussione etico/politica come autentico progresso o suo veicolo. Interessantissime e centrate su questi ragionamenti sono le testimonianze riportate in “Il guastatore (Cocktail Molotov)” (edizioni CLEUP, 2012) e che vedono quali protagonisti il poeta-filosofo, Giorgio Linguaglossa ed Ennio Abate nella premessa al testo, da cui abbiamo scelto di proporvi “Intervista ad un morto ammazzato”:

«Il comitato di redazione m’ha affidato un incarico strano
correre, filosofo in bicicletta, lungo le piste ciclabili di Milano
nella speranza di sottrarre all’anonimato
l’intervista ad un morto ammazzato.
Cercando il cadavere d’un bandito,
la morte dell’uomo comune non è fatto gradito,
mi rifugiai al fresco d’un deposito mortuario,
interrogandone ogni misero affittuario,
e mi imbattei nel disdicevole pallore
delle incallite spoglie d’un rapinatore.
– Perché sei morto ammazzato? –
chiesi al colpevole dell’antiestetico reato,
– non sei riuscito a farla franca
dopo la tua rapina in banca,
finendo vittima d’una revolverata
esplosa dalla guardia giurata? –
– Più che l’effetto d’una ferita –
narrò la salma risentita,
– fu la coscienza d’aver subito furto
che mi causò morte da infarto,
essendo vittima dello spavento
del rialzo dei tassi del 30%! –
Chi, abituato ai miei versi, attendeva una storia indigesta
troverà, in conclusione, una morale anticapitalista:
l’intervista a un morto ammazzato, a volte, chiarisce tutto
sulla difficoltà di distinguere tra vera vittima e vero farabutto».

In vero la società, l’attualità sono sempre in primo piano. Da sedimenti riaffiorano pezzi di maschere bruciate, siano esse di matrice filosofica o compiutamente teatrale, in riferimento agli esiti (non già agli intenti). Ma in questo “teatro”, la consapevolezza arriva a tenersi in equilibrio e ad imporsi, diventando una risposta a certi crimini efferati del costume, alla prepotenza di un sistema che vuole tenere soggiogati gli uomini e le donne al consumo, come indice generalizzato di umanità disumana: «Fanciulle d’ogni tempo e d’ogni momento / contro ogni istanza educativa / disobbedite a chi, diavolo moderno, / dall’alto delle cattedre, dall’alto dei castings / radiotelevisivi, dall’alto di una scrivania aziendale, / innalzi i vostri voli da usignolo / ai bassifondi dell’inferno» (da “I bassifondi dell’inferno”, in “Scarti di magazzino”, casa editrice Limina Mentis, collana Ardeur, 2013). La precarietà del tempo. La mancanza di lavoro, di prospettive, di speranze viene ripresa dall’autore, e trasmessa in un dettato che non singhiozza, ma a tratti fa rabbrividire per il realismo che afferra. Tutto ciò riguarda in primis le relazioni interpersonali che stimolano il nichilismo, che espongono ad autentiche gelate il poeta. Di questi e d’altri mali egli è cosciente interprete, non solo spettatore. Per questa via il canto fa del dolore, nella sacralità del lamento, l’ineludibile approdo delle visioni che descrive.

«Passando in auto fuor dal cimitero,
città nella città,
affitti bassi da scarso acquisto,
ci siamo accorti come non tutti i cari estinti
abbiano compreso d’esser morti.
Urla, lacrime e sussurri,
col mite borbottìo dei men buzzurri,
rincorrono voli di farfalle,
simili alla monotonia costante
dello scolorir d’un vecchio scialle.
C’è il vecchio maresciallo dei carabinieri
che, non ancor abituato agli stranieri,
chiede a gran voce, sull’extracomunitario,
duri divieti di cippo funerario.
C’è la fanciulla, spirata adolescente,
che passa la giornata a non far niente,
tappezzando a foto di giornale
i muri della sua stele tombale.
C’è il maniaco, fresco di cassa,
che, ancor non arresosi alla fossa,
vaga narrando a tutti com’è bella
l’orrenda vista della sua cappella.
C’è la ninfomane in tuta da tennis
presa a saziarsi di rigor mortis
cercando di sfruttare, con disinvoltura,
i vantaggi propri della sepoltura.
Perché – mi dite – è inverosimile che vivano i defunti,
in barba ai beccamorti,
se voi che v’ostinate a dichiararvi vivi,
vivete come foste morti?»

(“Mortacci”, da “Carmina non dant damen”, editore Limina Mentis, collana “Ardeur”, 2012).

Molto di rado accade di trovarsi, come nel caso di Ivan Pozzoni, di fronte ad un poeta “militante”, ad una persona attiva per sé e per gli altri con lo scopo precipuo di diffondere la poesia (e non solo), di portare alla ribalta nuovi autori. È probabilmente l’altra faccia del suo impegno civile a favore della cultura e delle sue profonde corruzioni filosofiche, dei suoi testardi anni spesi a credere che, in questo paese, a dispetto di larga parte di editoria fin troppo cosciente del sudiciume che propina, sia necessario oltre che di buon gusto non apprendere solo dalla rovinosa scia del protagonismo a tutti i costi e dell’estetica macabra dei luoghi comuni l’essenza delle cose (o ciò che viene narrato e scritto in modo luminoso).

(già su C’è vita su marte)

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