Marina Pizzi: Variazioni Meridiano


da un progetto di Luigi Pingitore su Nazione Indiana


Marina Pizzi, La strage della parola: l’imbuto in gergo.


La mia grande aspirazione fu ed è non essere nata. La nascita dà la morte e nessuno e nulla può negarlo. Certo in mezzo l’ovvietà degli ottimisti mette il vivere: per me è solo un attendere l’esito finale che colloco nella cenere senza speranza alcuna.

Il silenzio, quindi, occupa uno spazio dèmone e cristallino che nessuna parola è atta a partecipare. La poesia, dopo i campi di sterminio nazisti e di altri fradicidi, funge da Cenerentola senza l’attesa dell’epifania della zucca. E’ sterminio di sé essa stessa. Eppure è propriamente consona a dare una sopravvivenza di limbo, una botola di mantice respiro. Si sa, la vita uccide e si uccide per poter sopravvivere, nonostante. I poeti sono spesso gli ultimi della classe ché profeti del nulla e sedotti-seduttivi, antesignani di una bandiera fantasma sull’orlo della foce o del lusso del delta. Al punto di oggi gimcane e labirinti sono ridotti all’osso già prima di iniziare il tragicomico gioco dell’umano. Eppure una spinta ci sorpassa e ci dà pietà nel dirci: corri, partecipa, datti nel crocicchio di ogni attimo! Nessuna salvezza, beninteso, ma un lemure occaso di carezza.

Spesso si fa una cosa per sopportarne un’altra ben più insopportabile. Così mi appare l’antro misterico della parola elevata al grado di potenza del poeta. E’ un atto doloroso e necessario insito nel fulmineo e lento comprendere che si è presi, si è prigionieri, si è condannati: può allora, alle volte, avvenire un minimo di remissione della pena tramite la recitazione sul palcoscenico teatrale da parte di una voce altra che scaturisce, comunque altra anche se dello stesso poeta leggente. Ma il vuoto non si dà colmo alle spallate foniche, la burrasca della sopravvivenza specchia un altrove davvero scontento da qui a lì a là per farne un laggiù con l’eco del verso ben forgiato. Amanuense artigiano il poeta che dal perdere rigeneri continua la risacca, l’evaporazione del lutto dall’elaborazione dello stesso. Dedica perpetua sempre variabile e variante questa condanna a dimostrazione di un’intera vita, senza tregua, senza requie in ogni momento del giorno e della notte. Splendida condanna del medesimo ripetente, dell’alunno che umile, appena coricato, debba rialzalsi dal letto per trascrivere un verso improvviso così da non mandarlo perso fidandosi della memoria. Santità del non tradimento, diavoleria della fedeltà senza costrutto o, addirittura, al ludibrio di altri più consoni viventi. E, poi, l’anemia o il troppo sangue del sentirsi senza pelle, rotta la difesa e con la ferita aperta. La bella e buona lente non scoprirà nulla, solo parolette di pane confidenti l’intuizione, l’epifanico corsaro del trovarobe. A questo lucro di resine il sì dell’ultimo lichene in crepa di non poter il giardino delle meraviglie, ma solo la forza di vergare davanti e dietro la lavagna nera figlia-frutto di vulcano

La lettura di una poesia è sempre una lettura di vita: quale un androne abitato dai primi abitanti andati. Le ombre si disfano in un sillabario di bravure avulse, comunque, al vacuo encomio. E’ come una fretta in grado di risolversi felicemente: il fiatone e il cuore in gola prendono il dono dell’arrivo del boomerang che ritorna. Le competenze si acquisiscono con l’umiltà della pala, dello scavo fraterno: il piano è inclinato ed incline al massimo voltaggio. Ogni lettore è linfa alla vitalità della parola, e la lettura rimane gioiello nel petto, petto di gioiello. Avvincente quale il migliore dei gialli, la poesia fa da sposa dell’ultimo della classe mite e senza voto, presenza-assenza di un collezionista di classe non mai necrofilo. A pelo d’acqua o negli abissi marini la rissa amorosa con la mitezza esplosiva alle volte di una e solo una paroletta: da qui a lì da là a qua e qui dove sono io e noi siamo. Argonauta del segno al senso o controsenso o nonsenso o comunque la qualità di un ago che trapassi senza mai pungere per cavarne sangue da offendere. Il lettore di poesia quale grande campione di sé senza trofeo.

La traduzione è la Fenice del mondo alla rovina che rovina nascendo il mondo. Con questo intendo la incomunicabilità congenita delle/nelle cose del mondo. Un proverbio italiano o solo romanesco, non so, recita “meglio essere cornuti che male interpretati”: con ciò per significare la lontananza da se medesima dell’intera umanità e del familiare. Ma la traduzione diretta ed indiretta è indispensabile. Nascemmo da un attrito, moriremo esuli in patria o in lontananza. Questa la lacerazione di ogni essere, in più il poeta aggiunge di suo l’estrema scaturigine del comunque perso. Ogni misura d’arte è in grado di tradurre il mondo, ma la morte che ci arrechiamo l’uno l’altro è, ancora, la più forte. Quale balsamo imiterà il Divino? L’arsione del fuoco? Solo il divario dalla vera bontà reca danno all’iride dell’occhio, di qualsiasi occhio. Ben venga comunque e sempre il MITO della traduzione, della traduzione artistica, del doppio dopo il poeta. Lo specchio recerà più oltre l’ombra e la brace continuerà la furia buona della penombra oltre. Quale cornucopia dal limite all’infinito la lingua, qualsiasi lingua verso le lingue. La traduzione è, comunque, un atto di pietà, di magnifica pietà verso l’umano. Mano d’altro per l’altro.

Come Novalis credo che il pensatore non vada disgiunto dal poeta. L’intuizione nei miei versi soppianta la vetero ispirazione alla quale non ho mai creduto né avvertita. I versi possono attingere e giungere dovunque e in qualunque momento. Ammiro molto l’unione dei saperi scientifico-letterari. L’esperienza dell’umano non andrebbe mai divisa in compartimenti stagni di allontanamenti l’uno dall’altro. Anche la notiziola di un pezzullo di giornale può far nascere buoni versi. I versi sono pensiero, certo nei modi rivoluzionari della poesia, nell’infinito dire e ridire in modo diverso il mondo e la propria singola e unica vita di persona. Si deve scrivere, di converso, solo dell’esperienza vitale e vitalistica insita ed attigua alla vita di ciascuno, ma l’atto di rigore deve essere inappellabile, il sottrarre più forte dell’aggiungere, la sapienza nuda e cruda quale un atto di amore. E, poi, l’umiltà costante della lettura deve accompagnare la composizione, il vergar creativo e agonale fra sé e il mondo da interpretare. Sono per la contaminazione reciproca dei linguaggi, per i collages linguistici, per il compenetrasi delle epoche linguistiche ed artistiche. Anche la dittatura brutale della pubblicità può dar adito ad un nuovo verso. In aggiunta è in assoluto indispensabile non perdere mai la pietà vera e unica verso se stessi e il mondo tutto, per la fragilità orgogliosa e superba che ci distingue dalla tenerezza di una bestiola cara e indifesa. L’esercizio quotidiano completa questo abbozzo di quadro.

Scrivo poesia perché mi aiuta a sopravvivere alla fatica della vita, fatica sempre più pressante e senza scopo. La mancanza assoluta di speranza rende il quotidiano pressoché intollerabile, da qui la necessità di scrivere in versi questa amputazione. E’ un manifestarsi a se stessi, quasi una rivelazione d’identità nonostante la cancellazione operata dal tempo.

Il frammento poetico si presta molto bene ad operare questa descrizione senza trama, questo grumo di pozzo, questa penombra di pece. Spesso i versi si rivelano metricamente esatti quasi già preconfezionati dalla mente. Ogni frammento può venir letto quale microstoria contenente sempre il concetto del tempo e della morte. Non si tratta di ripetizione ma di sintesi sempre diversa, uguale nel medesimo. Da qui la necessità di calmare un diverbio mortale tra l’elemosina dell’essere e la totalità del nulla. E la poesia può dare asilo, sì alla preghiera che non si sa pronunciare né imparare: il verso si fa preghiera, succo di aridità-acqua concreta per non morire di sete. Il poeta è per tutta la vita uno scolaro con occhi non mai assuefatti, una verginità rinascente il globo dell’accadere. In sé racchiude la nonima del mondo, il dispendio filosofico di cantare senza diorama il mondo che non si dà giammai verso nessuna comprensione. Ma il verso si versa e quindi si canta nell’impersonale che è di tutti. Non si tratta di salvezza ma solo di resistenza al dolo del sangue che ancora e sempre si versa in zolle di sparizioni.

travolto dall’ago come un bastione
la gola nel sopruso d’inghiottire
questo timone rinnegato
fatalità del muro.
liso il sudario liso il tuo respiro
avvolto nel progresso di sparire
sotto il bivacco vacuo, vacuo censire.
dove smargiasso il pane di creatura
non volle assumere un nesso di perdóno
né dopo né prima lo sguardo di reato.
per luogo d’inerzia sto a capotavola
con la tavola vuota
le minestre piene
con le scaturigini del sole in netto calo
con le rotture a gomito di crepe
nei mali fissi del sillabante
uso dello scheletro.
tu scomunichi di me il sesto senso
dacché pietà è misera di sé
e per domani non ho appuntamento.

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