Alessandro Ricci: ‘Le segnalazioni mediante i fuochi’ – nota di Paolo Vanelli

di Paolo Vanelli

le segnalazioni mediante i fuochi alessandro ricciNell’ultima raccolta poetica di Alessandro Ricci («Le Segnalazioni mediante i fuochi», Ed. Piovan, 1985) la memoria e la grazia sono le due lenti con cui l’autore guarda la storia e la propria esperienza: la vita si trasforma in una favola alessandrina e il sogno esiste attraverso la memoria che lo accarezza. Il Ricci si sente infelice cittadino del tempo e aspetta una risposta ed una certezza per il suo momento-vita, ma i suoi segnali non vengono raccolti e si perdono nel vuoto. Ecco allora che l’avventura delle idee e dei segni si trasforma in un sogno, in una fantasia alessandrina, dove personaggi e situazioni convincenti, ormai fuori dalla casualità in cui noi invece ci troviamo, esprimono l’avvenuto ritrovamento di una forma, di una certezza e di una bellezza, capaci di dare al vissuto la grazia e l’assolutezza dei gesti definitivi. Come lo scultore Suìda il Tessalico (protagonista della bellissima lirica «La Provincia Marina di Bisanzio»), anche il Ricci vive tra l’inquietudine del Tempo e i fremiti del desiderio: Suìda, benché deriso dai cristiani perché ancora fedele all’idolo pagano, troverà la forza di completare il suo sogno e scolpirà sul frontone del Tempio di Cipride i suoi desideri e il fuoco delle sue passioni, nelle sembianze della dea e negli «occhi riarsi» di Adone. Allo stesso modo il Ricci «Dimentica la favola cristiana che bella / è l’anima sola. Ogni bellezza ha / un’anima, come l’hanno massi e parole / levigati o animali lisci per gioventù / e vigore», e scrolla il peso della propria vibrante oscillazione tra impotenza e potenzialità in queste belle forme antiche, nella grazia dei loro gesti suggellati ormai dalla morte, che li preserverà dalla corrosione del tempo e impedirà che siano preda del caos e dell’effimera vicenda della realtà.

Potrebbe nascere il dubbio che nelle liriche del Ricci si avverta una dicotomia tra arte e vita e che quindi queste liriche rischino di cadere in un puro gioco estetizzante, parnassiano: questo, se il nostro poeta intendesse l’arte come bellezza fissa, come gesto grazioso e seducente, ma inutile, come apparizione di fantasmi in un luogo incantato dell’anima, dove il tempo è sospeso o addirittura assente, un’arte, cioè, che diviene morte e negazione della vita (e il nostro pensiero scorre alle immagini che attraversano il «bosco» del Poliziano o il «giardino» del Bassani). Ciò non accade in questo libro, giacché il poeta con la sua arte raffinata, con le sue figure fissate nella bellezza di un gesto – e  così sorprese dalla morte – vuole restituirci la vita (e allora pensiamo piuttosto alle pitture tombali etrusche): il poeta cala e rivive la sua vita in forme particolari che, anziché velarla, la nutrono di significati e la lievitano, concedendole possibilità più pienamente espressive, verso una verità superiore alla vita, che è appunto la verità poetica.

Il sogno o il ritorno al mondo alessandrino non ha affatto le tinte o i toni della fuga romantica: non è una vagheggiata alternativa alle afflizioni dell’impegno quotidiano, e non è neppure il luogo e il regno incontaminato dove può liberarsi una fervida immaginazione. Per il Ricci è la scoperta di un luogo e di un tempo ideali, identificati però in una dimensione reale, che improvvisamente prendono il sopravvento ed emergono sul caos e sul grigiore della vicenda quotidiana dell’esistere, sollecitando non una regressione, bensì una chiarificazione non solo sentimentale ma anche morale dell’esistenza. E allora il mondo di Furio Seniore, di Dolabella, di Suìda si carica di simboli e di allusioni e diviene specchio concavo del nostro presente; le nostre provvisorie esperienze si articolano in architetture, in geometrie e in colori che rispondono finalmente ai segnali inviati e rendono esemplare il dato di cronaca scoperto nelle pieghe delle vicende; la cieca realtà acquista un significato, il particolare assume un valore simbolico e tutto risulta preordinato e sufficiente; il passato risponde al presente, l’aspettazione del futuro si incontra con la memoria del passato, nell’intatta semplicità di gesti che si ripetono, di esperienze che non mutano, di desideri che continuamente bruciano e distruggono: e tutto ci restituisce un’immagine di perfetta circolarità.

«Queste pitture antiche del moderno», come le definisce Roberto Pazzi nella bella e finissima «Prefazione», combinano oggetti onirici con ricordi della cultura e dell’arte, atti di vita con messaggi del subconscio, ma nulla hanno di nevrotico e di disordinato; tutto è legato dai sottili fili del pensiero e del sentimento, che intrecciano una trama ordinata per uscire dal labirinto degli oggetti e dei relitti sparsi della nostra contemporaneità.

Questo procedimento si ritrova anche nella seconda parte del libro, dove il Ricci «abbandona il filtro della antiche età per una più diretta immedesimazione nel quotidiano e nel presente» (R. Pazzi): non mutano infatti i temi dominanti – il Tempo, l’Eros, il gioco inquietante e doloroso dell’esistenza, l’inafferrabilità delle cose e delle situazioni, la memoria inconscia e riproduttiva, l’acqua e il mare – e non muta neppure quella tendenza a far lievitare e a mitizzare le «occasioni» e i fantasmi della passione, così come i ricordi, le emozioni, le brame vietate, scorgendone il senso più segreto e più alto nella trasfigurazione della poesia.

Alessandro Ricci, insomma, non arriva alla poesia per caso o per quelle improbabili folgorazioni liriche che si spengono poi nel tempo stesso del loro baleno: la sua poesia è un lento acquisto di immagini e di parole, di scansioni e di ritmi, di silenzi e di abbandoni che si coniugano insieme, mentre lentamente dai frammenti esce l’immagine o affiorano le passioni e i sentimenti. Queste liriche nascono da un forte bisogno di poesia, dalla condizione di malessere del personaggio uomo, dalla difficoltà di comunicazione e quindi dal senso di solitudine con cui sono vissute anche le esperienze che apparentemente implicano una comunione: perciò la poesia, presentandosi come luogo di infinite e libere esperienze estetiche e conoscitive, offre al Ricci l’unico mezzo per ricomporre l’abitabilità del nostro esistere sull’inabitabilità del mondo, e forse anche quella spinta che possa persuaderci a uscire allo scoperto e a vivere la vita, «non a scriverla soltanto». In ogni caso questa poesia fa luce, per barlumi e frammenti, sui tanti lati di noi che, più o meno nascosti, in noi convivono: ritrovarli significa, per Ricci, ricomporre il tessuto dell’uomo, che dall’antichità ad oggi non ha mai cessato di ripiegarsi su se stesso e di rispecchiarsi, narcisisticamente, sulle mutabili – e pur sempre fisse – forme della sua condizione naturale.

Sinopia”, Anno II, Numero 4, Gennaio-Aprile 1986

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