Alessandro Ricci: ‘Le segnalazioni mediante i fuochi ‘

dalla prefazione di Roberto Pazzi

le segnalazioni mediante i fuochi alessandro ricci

«Mi è poi venuto un dubbio da scuola elementare (ti ricordi il dramma delle H?); aiutami a risolverlo, perché qui io non ho alcun ausilio: Assira o assira? caldea o Caldea?…»; queste parole  ella lettera che accompagnava il manoscritto di Le segnalazioni mediante i fuochi mi sono parse subito, non sapevo perché, importanti. E non ho tardato a capire, leggendo la raccolta di Alessandro, la ragione. La poesia che dà il titolo al libro chiude emblematicamente la prima parte con la mancata risposta dell’ultima vedetta alle segnalazioni di tutte le altre torri, lasciando aperte inquietanti ipotesi: assenza, morte, congiura, sonno, delirio, caos rispetto a un cosmo di segni e convenzioni. L’ultima vedetta non risponde. Ricci sembra dirci che la sua necessità d’identificazione nell’Altro è negata e che dal testo non si può uscire verso la vita. Non vale aver scritto per rinviare questa vita che oggi ci delude a un’altra che verrà domani e ci persuaderà ad uscire dalla pagina, a metterci in salvo a viverla la nostra vita, non a scriverla soltanto. Le segnalazioni mediante i fuochi mancano dell’ultimo anello, il destinatario si nega.

Questo raffinatissimo poeta quarantenne chiede ancora di chiarirgli un dubbio, perché non si può tutto sapere da soli. Debbo rispondergli io, l’ultimo della catena di torri e vedette, inviargli l’ultimo segnale, rispondere qualcosa. Non importa se anch’io non saprò dirgli che lettera vestirà meglio le sue donne d’Assiria e di Caldea, se non potrò altro che ripetergli che nessun velo le adornerà più della sua fragile e insinuante incertezza. Basterà che simuli una risposta? Perché Alessandro Ricci porta nel nome il suo destino: ha rovesciato in un’epoca della storia greca e romana, quella alessandrina, un’immagine della nostra riflettendo in alcune poesie mirabili per eleganza stilistica e acutezza simbolica, alcune delle più attuali situazioni, alcune delle più sofferte problematiche della nostra età. Tutta la prima parte del libro, da Furio Seniore a Epigrafe per un suicida pompeiano, da Baia, un suicidio per acqua a Invenzione di Zama, da 212 d.C., a Tiro, lettera di un padre al figlio a La provincia marina di Bisanzio, contiene testi che calano nelle esistenze d’un mondo compiuto dal suggello della morte la nostra vicenda provvisoria ed effimera di vivi, di così detti moderni. Quale più frusta parola di «moderno»… Quale categoria più comicamente compromessa e vana di quella della contemporaneità…

Alessandro scriveva queste pitture antiche del moderno quando però in ltalia la moda di Costantino Kavafis non era ancora dilagata a far ritrattare certe affermazioni sulla morte della letteratura predicate dalle avanguardie. I suoi Suìda, i suoi Dolabella, i suoi Furio, non li doveva altro che alla sua più intima natura di vorace consumatore dell’emozione, di drogato della memoria, d’infelice cittadino del Tempo.  Il suo Suìda scolpisce nel frontone del tempio di Cipride «tenui corpi / fermati nella corsa, il tempo / rapido nel sasso, l’aumento / pagano del desiderio». E Teodoreto il Tessalico lo conferma nel suo intento: «Ricorda pure la tua muta d’Assiria / e dà a Cipride le sue sembianze. / Ma non temere se per declino o morte / non le rivedi. Incidi il desiderio, / sopportane la perdita e il fuoco. In / questo è l’ultima e prima forza / degli uomini che periscono».

Questa verità della nostra morte che illumina tutto il nostro vivere è poi quanto riemerge in un altro testo della prima parte di notevole evocazione, Il lago di Costanza: «S’incrociarono / per mai più vedersi in uno scopeto / dove la bufera faceva tinnire / le canne e impantanare i cavalli, / ma ognuno capì di quel momento / gli occhi ardenti dell’altro / nella celata». Ecco, sono gli occhi ardenti d’un momento che fanno perdere ai poeti la ragione di vivere come vivono coloro che gli occhi ardenti di un momento non vedono. L’ossessione dell’attimo, il franare della nostra quotidianità invisibile e invincibile, la forza di Eros che non ci salva, sono fra i temi più alti della poesia di Alessandro Ricci – e della Lirica occidentale – non solo della prima parte del libro. Perché non si renderebbe onore alla complessità della sua ricerca poetica, che dura da vent’anni, se non si mettesse in luce il filo che la unisce alla seconda dove il poeta abbandona il filtro delle antiche età per una più diretta immedesimazione nel quotidiano e nel presente. Così in alcuni testi come «Mi degrado nell’odio, covo», La primavera di Manarola, Lo zoo, La confessione, accanto a una più scoperta rivelazione della propria vicenda fatta di amori e di Amore, di figure ossessive e beatifiche della memoria – basti per tutte la splendida del nonno in abito bianco sulla bicicletta gialla, ch’era stato in gioventù navigatore –, di scandagli buttati nell’abisso ai confini con la follia, là dove la sofferenza brucia anche qualsiasi residuo letterario, non mancano mai i motivi della rievocazione degli io passati, conviventi in noi in quella provvisoria media di tanti io che è il nostro essere di oggi.

E allora dalla nostra ultima torre di segnalazione continueremo a tacere per dirgli di continuare a cercare la risposta. È la dannazione dei lirici questa, continuamente interrogare e interrogarsi, nudi di certezze, ricchi solo di domande. Né è più possibile – ce lo insegna proprio Alessandro Ricci con una parte della sua poesia, quella alessandrina – rievocare l’epica, quella dimensione della vita cioè che dava risposte sul senso totale della vita prima ancora che le domande fossero formulate. Noi non sappiamo più come le donne di Caldea e d’Assiria vestissero se non diamo loro le nostre sembianze incerte, come fa il Suìda Tessalico.

 

Ferrara, 31 dicembre 1984

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