Tra immagini taglienti – una nota di Francesco Muzzioli su ‘Fenomenologie seriali’ di Caterina Davinio

 

di Francesco Muzzioli

Nel suo libro su La lirica moderna, che costituisce ancora una utile introduzione alla poesia europea del Novecento, Hugo Friedrich così ne riassume, prendendo un po’ qua e un po’ là, i caratteri principali: «disorientamento, risoluzione di ciò che è corrente a scapito dell’ordine, incoerenza, frammentarietà, reversibilità, stile di allineamento, poesia spoetizzata, lampi distruttivi, immagini taglienti, brutale subitaneità, dislocamento, modo di vedere astigmatico, estraneazione…». Si tratta di movimenti che non hanno smesso di essere essenziali, per quanto sia stato decretato più e più volte il declino della modernità. Certo, le cose oggi si pongono in una diversa condizione: e soprattutto si è inceppata la rincorsa del nuovo a tutti i costi, cui alcuni hanno legato, impropriamente, la sorte delle avanguardie. Ma le avanguardie non sono state solo una ricerca del nuovo, sono state ben altro (una lotta contro il senso comune, una decostruzione del linguaggio massificato, un sabotaggio del “poetese”, ecc.). Il che ci consente di ripensarle e di riproporle ancora, sulla soglia del terzo Millennio.

Dico questo per iniziare a parlare dei testi di Caterina Davinio, scrittrice e artista legata alle avanguardie e alle nuove tecnologie espressive. Ciò che prova a fare con questi versi Caterina Davinio non è un oltraggio alla lingua e neppure una tabula rasa, è piuttosto l’introduzione di una sorta di sonda tra il linguaggio e la pelle della vita. Quanta vita può sopportare il linguaggio e quanto linguaggio può sopportare la vita? Questa domanda a forma di chiasma, che chiama in causa quindi la “parola” come problema, si trasforma nella matrice di una serie di prove poetiche, in cui la poesia – in virtù del fatto di essere un testo abnorme ed utilizzando tutte quelle chiavi moderne, dal disorientamento alla frammentarietà, dal dislocamento all’astigmatismo e in particolare, come vedremo, le immagini taglienti – assume capacità esplorative di volta in volta diverse, ma sempre acute e crudelmente inesorabili.

In primo luogo, la partita si gioca in casa della tradizione lirica, sulla base strutturale del rapporto con il “tu”, fino al punto da isolare nel verso il monosillabo della seconda persona. Ora, un discorso che si fa a un “tu” è un discorso duale, da cui tutti gli altri ascoltatori sono esclusi; è un discorso ripiegato verso l’interno, verso l’intimità del privato; ma è anche, di conseguenza, un discorso costitutivamente oscuro, sia in quanto riservato che in quanto ellittico. Caterina Davinio ha deciso di giocarsi questa carta, mettendo in versi (ossia nel linguaggio della poesia e della sua intenzione comunicativa che è in quanto tale “pubblica”) le parole del linguaggio personale: di qui un passaggio decisivo, perché il detto, sottratto al sottinteso (che concerne solo il singolo “tu” in questione) e separato dal relativo contesto, subisce un processo di astrazione, si propone come ambiguo frammento, come oggetto simbolico articolato in una costellazione di enigmatici elementi. In questa costruzione, che rientra a pieno titolo nei caratteri della modernità di cui sopra, vorrei sottolineare due aspetti, che riguardano il problema del tempo (presentissimo ad ogni passo) e quello, appunto, della “affilatezza” delle immagini.

Il primo aspetto: come indica il titolo della prima parte del libro, si tratta di fenomenologia. Il fenomeno accade puntualmente, ma il suo tempo è esteso, assoluto. Non a caso, la poesia della Davinio non ha problemi ha parlare di “amore eterno”, perché ogni istante di pienezza costituisce un tempo completo e fuori del computo. Naturalmente, il decorso temporale non viene escluso, ma resta come un pericolo che assedia con le sue caselle vuote, lineari e irreversibili il nucleo vivo del “sempre”. Entra allora in scena il meccanismo misuratore dell’orologio, ad esempio: «L’orologio mai smise di scandire il nostro tempo», che è appunto il tempo negativo della separazione, «il tempo di noi lontani». E ancora, con marcata tautologia: «il tempo rovina / scandito da luttuosi orologi, / pretendendo ciò che è suo: / tempo e altri segni di tempo». È il “dio sinistro” di Baudelaire, pretenzioso padrone di scansioni vane e di segni inerti, nella vita moderna segnata dalla mancanza di tempo, come dice la Davinio, «il tempo del non». A proposito di tempo, non sarà inutile riflettere sul fatto che il tempo verbale preferito da queste poesie è l’imperfetto: tutto è quindi già accaduto, eppure non è inquadrabile in una posizione cronologica precisa e isolata; l’imperfetto conferisce al fenomeno una strana durata, lo rende in qualche modo un avvenimento onirico.

Il secondo aspetto: il fenomeno è una parentesi nella continuità del vissuto. Quindi la sua immagine si ottiene attraverso un atto di discontinuità. Il fenomeno viene “ritagliato”. Di qui la frequenza, nella poesia della Davinio, di verbi di azione eversiva, come “strappare”, “spezzare”, e via dicendo. Si può rintracciare l’immagine del “taglio”, associata a quella di un intero distrutto, alla fragilità ma anche alla pericolosità nel maneggiare («e del tuo nome / fragile, / come frammenti di vetro»; e prima: «l’anima è vetro, / taglienti i suoi frantumi / nel petto di sangue»). Il vissuto, precario e conflittuale, è reso dunque in immagini taglienti, attraversate dal negativo e dalla crisi. Anche il passaggio, l’ambiente, vengono presi tra diagonali “espressioniste”: «La pensilina tagliava prospettive oblique tra cielo e terra / si conficcava fra binari di nubi grigie». Immagini di asprezza, di durezza, concentrate nel ferro («il tuo ferro la tua pietra») e forse ancora più nei chiodi, che rimandano – anche esplicitamente – all’icona della crocefissione. Non per nulla, nell’abbondanza di colori, che attesta se ce ne fosse bisogno la vocazione figurativa dell’autrice, irrompono con forza il nero e il rosso, quest’ultimo dotato – come si può intuire – di valenza doppia, positivo e negativo, sangue dell’energia vitale e sangue della sofferenza, fuoco confortante o fuoco distruttore. Proprio su questo rovesciarsi di felicità e negazione, di presenza e assenza, si basa l’ambiguità di questa poesia, il suo tormentoso conflitto, spesso sottopelle, spesso esplosivo.

La poesia nasce da una ferita (lo si dichiara, qui: «quell’immensa / ferita aperta»), la ferita dell’esistenza e della sua contraddittorietà. Il linguaggio è una cura, un tentativo di sintesi, eroico e “arrischiante” (direbbe Heidegger), ma fondamentalmente in perdita. Infatti, la parola dell’autentico, la parola decisiva è in buona sostanza «impronunciabile». Le parole non reggono, cadono, vanno corrette (questo spiega l’attenzione che pone Caterina Davinio nell’inserimento delle parentesi, come soluzioni alternative). La poesia comincia, non può essere altrimenti, se non quando tutte le parole sono state consumate. È una operazione retroattiva, postuma, ma soprattutto senza garanzie, dove la ferita si riapre di continuo, anzi si moltiplica in carica dirompente: «Consumò vivendo tutte le parole / Se avesse toccato il mondo / Avrebbe preso fuoco». Al fondo giace, assillo, la questione dell’identità – la domanda «Dove sono io ?» risuona apertamente nel penultimo testo del libro. E la versione bilingue della poesia della Davinio dimostra che ormai si tratta di una questione “globale”.

In questo modo l’autrice si “ritaglia” (lasciatemi usare questo verbo con tutte le sue lame!) un suo spazio all’interno di una sperimentazione poetica e artistica che, oggi, contro tutti i tabù, è in grado di confrontarsi con gli schemi lirici del passato, e sa di produrre una lirica abrasa, non consolatoria, minima anche nella metrica, che qui appare del tutto destrutturata e condotta per piccoli nuclei ritmici. Minima, ma non minimalista, perché non offre riparo e facile compensazione, bensì frammenti frastagliati, frantumi acuminati. Semmai, una forma minima perché compressa: non a caso proprio ad un’altra azione irriguardosa e violenta, la compressione, rimanda il titolo della seconda parte, Squeeze. Comprimere per caricare e esplodere.

Luglio 2008

( Postfazione a Fenomenologie seriali, di Caterina Davinio, Campanotto, Pasian di Prato (UD) 2010 )

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