Il ritorno del critico-poeta: Poesia senza gergo (Gaffi, 2012) di Matteo Marchesini

 

di Lorenzo Mari

“Contro la liricizzazione dei sistemi filosofici, contro la cattiva filosofia dei narratori e dei poeti  (…) il saggio personale, ma tendente a delineare relazioni intelligibili tra i fatti più disparati, risponde con rigore alle inquietudini che quelle prose e quelle poesie debordanti, impaurite dalla nuda soggettività e quindi soggettivistiche all’estremo, portano alla degradazione kitsch.”

Recita così una delle tesi fondamentali di Poesia senza gergo. Sugli scrittori in versi del Duemila (Gaffi, 2012) di Matteo Marchesini. Mentre affonda il coltello contro lo spontaneismo che è tanto neolirico tanto di chi s’ammanta di “ricerca” e in realtà scrive saggistica en poète, mentre denuncia giustamente la perdita di contatto di molta scrittura contemporanea con una filosofia della storia che sia articolata e coerente (forse, per meglio dire, decente), Marchesini sembra offrire tuttavia un’ancora, un riparo: se tanto clamore, tra poeti, suscitano le antologie qua antologie, se tutto, tra critici, si risolve in una polemichetta giornalistica o internettiana, forse si dovrà concedere ancora una chance al critico-poeta e, al tempo stesso, a una riformulazione corposa del discorso saggistico.

Marchesini indica così una strada, da lungo tempo smarrita, tra la produzione moltitudinaria di ‘post’ sui blog o di ‘note’ nei social networks – che spesso non riescono a condensare in poche righe l’articolazione critico-teorica di un saggio – e quello che è il mare magnum della critica giornalistica e della produzione editoriale di poesia, che ultimamente predilige la forma-antologia a qualsiasi altro genere testuale.

Volendo e dovendo ragionare in questa prospettiva, la prima parte del libro di Marchesini non può che essere un lungo saggio sul ‘gergo dell’autenticità’, nel quale – come già aveva fatto in Soli e civili (Edizioni dell’Asino) – Marchesini torna a Marx e Adorno, per combattere certa vulgata sinistreggiante contemporanea, la quale, per proporre un giusto compromesso (opportunistico più che politico) mescola alchemicamente Marx a Derrida o a Heidegger.

[Di Adorno, in ogni caso, Marchesini sceglie qui una sezione ancora fungibile, mentre in Soli e civili il discorso adorniano sull’industria culturale mi sembrava, come ho già avuto modo di osservare, ‘novecentista’].

L’argomentazione è veemente, viva, trascinata da uno stile che si coagula in perle di nitore filologico e critico senza perciò costruire ‘castelli di carta’, o ‘genealogie puramente letterarie’ che dir si voglia. Certo, nella veemenza Marchesini raccoglie alcuni (pochissimi!) cascami di gergo fogliesco – una collocazione editoriale, questa, che tuttavia non rende conto dell’effettivo posizionamento intellettuale del critico bolognese, come già ho notato nel pezzo linkato qui sopra.

Le polemiche che appaiono in Poesia senza gergo contro il postmodernismo spicciolo e il burocratismo del linguaggio multiculturale, contro il ‘melting pot’ accademico sono residuali, e da leggersi con ironia: sembrano strizzare l’occhio a un discorso che invece Marchesini non mi pare sostenga affatto. Con buona pace di altri critici che su questo punto si sono arrovellati, in modo improduttivo.

Tre sono i punti essenziali, invece, sui quali mi pare valga la pena di tornare, per avviare un nuovo discorso sulle solide fondamenta gettate da Marchesini.

“Come si fa a rivalutare il critico-poeta in una situazione in cui il proliferare di lit-blog rende impercettibile la differenza tra il poeta che si improvvisa critico e il critico di qualità?”. A questa domanda, Marchesini, che non sembra avvezzo ad esperienze via web, non risponde. Non se la pone, forse: certo, questa fiducia in un ritorno del critico-poeta si colloca in una posizione diametralmente opposta, per esempio, a quella di un Valerio Magrelli che, in una recente intervista rilasciata a Francesco Diaco, esprimeva invece uno sconforto generalizzato e perciò in buona parte ingiustificato verso la scarsa lucidità critica dei commentatori web.

“Dove passa la linea di confine tra saggistica en poète e ‘saggio personale’, o ‘pensiero emotivo’?” Principalmente, nel sapiente uso della sintassi, mi par di leggere in Marchesini. E può essere, questa, una risposta valida e vividamente inattuale, in senso nietzscheano (come lo sono, del resto, molte altre argomentazioni avanzate da Marchesini). E tuttavia l’elogio della sintassi è elogio aperto di un certo classicismo, che non smorza né neutralizza le tensioni, ma le articola sotto una superficie testuale impeccabile. Ed è una scelta precisa di campo, una scelta militante. Porta, infatti, Marchesini a eleggere un suo piccolo canone di riferimento, e a farlo senza scrupoli, anche perché il critico è consapevole di muoversi in un terreno qualitativamente alto, altissimo. Fiori, Zuccato, Temporelli, Maccari, Febbraro e Cavalli con le inclusioni che vedo un po’ stralunate, un po’ asintotiche, di Manacorda (del Manacorda-poeta, che pure esiste e che Marchesini mi ha aiutato a rivalutare!), Fo, Pecora e Carpi.

Ma quest’operazione mi porta ad un’ultima domanda:

“Se anche il saggio riscopre la propria dimensione militante, perché non dedicarsi ad antologie e mappature, che, già secondo Sanguineti, sono esercizio di militanza?”

La risposta è nell’affiancare le due forme, forse, senza cadere nel pluralismo ieri anceschiano e oggi piacione delle poetiche raccolte in antologia. Una soluzione che mi pareva nebulosa, prima di leggere il saggio di Marchesini, e che Marchesini, invece, da prezioso esploratore della poesia italiana contemporanea qual è, contribuisce ad illuminare.

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