Storia di un libro: ‘Antologia personale di Vittorio Gassman’

 

[Pubblichiamo di seguito tre documenti che ‘narrano’ la storia di un libro di poesie, di una voce che le dice e di un editore. Il libro è Antologia personale di Vittorio Gassman’, un cofanetto contenente 4 CD audio ed un libro di 175 pp. uscito nelle librerie l’8 dicembre del 2000; la voce è quella di Vittorio Gassman, uno dei maggiori protagonisti del cinema italiano, morto la notte del 29 giugno del 2000; l’editore è Luca Sossella, che ringrazio per averci donato questo racconto e per mettere a disposizione una copia di questo libro che verrà offerto in dono ad uno dei fortunati estratti a sorte tra i partecipanti di Una Poesia Lunghissima. Buona lettura.]

Lettera a un Ministro della Pubblica Istruzione

Vittorio Gassman, Luca Sossella

 

Caro Ministro della Pubblica Istruzione
ricordati di quando eri bambino.
Caro Ministro della Pubblica Istruzione
ricordati di quando “due piú due faceva cinque”.
Ricordati quando la parola fuoco bruciava.
E la parola fulmine impauriva.
Caro Ministro della Pubblica Istruzione
cerca di non prestare ascolto,
ma di donarlo – l’ascolto.
Quest’opera l’abbiamo realizzata
orgogliosi della nostra paura.
E con la superbia dell’umiltà.
Come superbi e umili sanno essere i bambini:
per loro ci siamo decisi a realizzarla.
Per i bambini che non sanno che farsene
della poesia, perché la abitano ancora.
La poesia che traduce la parola morte
in volontà e la parola dolore in santuario.
E la parola perdono in scommessa
e la parola fine in inizio.
Caro ministro della Pubblica Istruzione
ci vuole coraggio per traghettare
la poesia nel terzo millennio.
Ci vuole coraggio per guardare
i figli negli occhi, caro Ministro della Pubblica Istruzione,
e nei figli tutti i figli.
Abbiamo fatto quello che (ci dicono)
siamo capaci di fare,
adesso fai quello che sappiamo
puoi fare.
Dona l’ascolto.

 


Traghettare la poesia nel terzo millennio

di Luca Sossella

Il diciannove aprile del millenovecentonavantanove abbiamo iniziato la registrazione delle voci. Avevamo già scelto e ricomposto in un collage i testi di alcuni poeti dell’Otttocento e del Novecento: l’idea, all’origine del progetto, subito dopo il primo incontro con Vittorio Gassman a Trieste, era di scrivere un libro nuovo con testi già scritti: una forma di ars combinatoria che disponeva i testi in un cielo riconoscibile per i lettori di poesia a venire.
A Genova, secondo incontro, si era deciso di procedere a ritroso dal Novecento alle origini della lingua italiana. A Bologna, terzo incontro, eravamo consapevoli che solo l’amore per l’iperbole ci permetteva di inserire alcuni poeti, provocatoriamente, ed escluderne altri. Seguirono incontri settimanali, e a fine settembre tutte le voci erano registrate. Ora dobbiamo togliere, diceva. Togliere, levare. Dovrà essere un’opera lieve.
Non è un’antologia. È una nuova poesia lunga due secoli. Una tecnica letteraria fra le tante, ripresa dalla stoiografia ottocentesca, prossima all’ambizione di Walter Benjamin di scrivere un libro fatto solo di citazioni.
La tendenza del teatro della chiacchiera è di dar voce, disse Vittorio, la nostra operazione invece vorrà, in fuga dalla volgarità, subtrahere piuttosto che deducere. Giurammo sulle nostre spade (poetiche) che la metafora alchemica avrebbe dovuto essere il decanthare.
E in quel momento, scherzando, ma la voe mi tremava, gli recitai, si fa per dire, imitandolo, l’epigramma di Marziale: “I versi che declami sono miei / Fidentino: ma se li dici male / ecco, diventano tuoi.”
“Ma se li dico bene, ecco diventano miei”, concluse Vittorio.
“Sai perché stiamo facendo quesa operazione?” mi chiese un giorno, mentre stavamo registrando il quarto cd – la chiamava operazione. Banalmente gli dissi che credevo di saperlo.
“Te lo dico io perché: siamo obbligati a farlo dal disgusto per ciò che siamo costretti a pensare e a dire.”
Vittorio era abitato da un angelo che aveva in odio la volgarità.

Dopo la traversata dell’assenza mi trovo nella tranquilla malinconia del silenzio: potresti anche sostituire i termini: sono intercambiabili – è sempre il vuoto. Ho atteso una tua telefonata. Scusa Vittorio, non volevo disturbarti.
Non importa, so bene che piuttosto che parlare del disgraziato quotidiano è meglio rimanere in silenzio. Il silenzio sollecita mille risposte e pone mille domande. La senti la voce, le notti insonni. Ognuno possiede l’inferno che si è guadagnato. L’inadattabilità è una costante oltre la storia, di tutta la storia. Il dolore è privilegio. E io sono privilegiato. Moltissimo. Mi sembra di aver doppiato la sofferenza, e lo dico senza preoccuparmi degli idioti che hanno fatto della sofferenza un esercizio letterario, ma, vedi, non esiste una gradazione del male: non ci sono i minimi e i massimi dolori: il dolore copre uno spazio e lo copre sempre tutto.
La separazione da sé è davvero indicibile.
Io non ho paura dell’ovvio, di sembrare banale, e non lo sono se ti dico che ho assistito alla mia rinascita.
Ho visto nel suono buio dell’acqua la descrizione dell’ansia. Come una scrittura. Una scrittura. Un alfabeto non mio, ma a me comprensibile, però senza corrispettivo: intraducibile. Mi sono ascoltato, senza menzogne e senza ragione, con poco oro, tutto il mio oro.
Dopo non avrai più bisogno di tradurre, di descrivere in una lingua che non ci appartiene, nella lingua di nessuno.

La partitura era composta. A maggio del duemila (dopo la decantazione) sono state tolte alcune interpretazioni, riascoltate, corrette, tolte definitivamente. Bisogna essere puntuali, diceva.
Alla fine gli dissi: “Questo era un mio sogno. E si è realizzato.”
Dicono male che il tal desiderio è stato soddisfatto. Non si soddisfano i desideri, conseguito che ne abbiamo l’oggetto, ma si spengono, cioè si perdono e abbandonano per la certezza acquistata di non poterli mai soddisfare.
– Leopardi?
– Bravo, Leopardi, sì.
Era l’ultima volta che vedevo Vittorio. L’ho sentito ancora al telefono, due volte, e ogni volta che mi parlava della sua fragilità, mi sento fragile, gracile, diceva, avvertivo il senso dell’eredità nel contenuto dell’operazione e il lascito di un mandato.
Controluce, nell’inferno della volgarità del quotidiano, vi era la passione puntuale di traghettare la poesia per i lettori a venire.


Poco prima del sipario

di Luciano Lucignani, (dicembre 2000)

L’autunno del 1997. Un tempo così vicino, e ormai così lonta­no. Eravamo a Bologna, in una tappa della tournée di Anima e corpo.
Seduti a un caffè non distante dall’Arena del Sole, il teatro do­ve recitavamo, prendevamo un gelato.
A un tratto Vittorio allontanò da sé il bicchiere ormai vuoto, det­te un’occhiata all’orologio e ruppe il silenzio: “Dobbiamo andarcene. Alle sette abbiamo un appuntamento.”
“Abbiamo?”, dissi io. “C’entro anch’io?”
“Tu soprattutto.”
Mise una banconota sul tavolo, poggiandoci sopra il bicchiere perché non volasse via, e si alzò.
“Andiamo al mio albergo.”
“Potrei sapere qualche cosa di più?”, azzardai.
“Ne so poco anch’io. Comunque… Mi ha telefonato un giovane editore. Di qui, di Bologna. Vuole fare una serie di dischi sulla poesia italiana. O meglio dei compact disc, dei CD, insomma.”
“È un lavoro che riguarda te. Tu dici i versi, io no.”
“Certo. Ma c’è tutto un lavoro da fare. Scegliere i poeti, trovare gli interpreti, preparare le note biografiche. Insomma, tutto quel­lo che c’è da fare. Io voglio occuparmene. Ho il tempo. E la voglia. Ma vorrei  che tu mi aiutassi in questa operazione.”

Incontrammo il nostro futuro editore nella hall dell’Hotel Roma, dove Vittorio abitava. Luca Sossella, un giovane alto,  gioviale e severo, camicia bianca e impeccabile vestito scuro.
Su invito di Vittorio Sossella espose il suo piano. Pubblicare una serie di CD audio che avrebbero dovuto contenere una scelta della poesia italiana, dalle origini fino a oggi. Suggeriva di cominciare con la poesia moderna, da Foscolo in poi, per agganciare più facilmente gli eventuali acquirenti. Vittorio avrebbe avuto la direzione del­l’impresa e avrebbe inciso una parte delle poesia scelte.
“Avrò bisogno di alcuni collaboratori”, disse Vittorio, quando Sossella ebbe terminato la sua esposizione. “Lui”, e accennò a me, “per tutta la parte organizzativa, poi altri dicitori di versi. Ce ne sono alcuni bravissimi, per esempio Franca Nuti e Roberto Herlitzka. Ma possiamo aggiungerne altri, per certe cose speciali: Lina Sastri per le poesie in dialetto napoletano, Paolo Giuranna, Renzo Giovampietro, forse anche Nino Manfredi…”
La serata finì in un tripudio d’entusiasmo; tutto lasciava prevede­re che presto ci saremmo messi all’opera.
Invece non fu così. Era difficile lavorare durante la tournée, e ri­mandammo tutto al nostro ritorno a Roma.
La scelta degli autori e delle poesie non fu difficile. Ma impiegò più tempo del previsto per la precisione con la quale Vittorio volle stabilire la durata di ciascun pezzo, in modo che alla fine ogni CD avesse la lunghezza prevista.
L’esecuzione dai vari brani non comportò particolari difficoltà.
A parte alcune defezioni, del resto previste (Giovampietro con proble­mi di salute, Manfredi con precedenti impegni di lavoro televisivo) tutto andò nel migliore dei modi. Vittorio fece la parte del leone, com’era, del resto, nei piani, e sia la Nuti che Herlitzka furono al meglio delle loro qualità (l’ascoltatore può rendersene conto da al­cuni brani di Pascoli e di Saba detti dalla Nuti, e da quelli di Leo­pardi interpretati da Herlitzka).
In accordo con Sossella chiedemmo a Mario Luzi di dettare una breve introduzione alla nostra scelta.
Tutto era dunque pronto per passare all’edizione, quando sopravvenne la malattia che impedì a Gassman di partecipare a quelle pratiche pub­blicitarie necessarie in simili occasioni.
Fino all’imprevista, repentina fine del nostro grande attore, il 29 giugno 2000.


Un ricordo

di Roberto Herlitzka (testo letto il 23 novembre del 2000 in occasione della presentazione dell’opera nella Sala Pietro da Cortona dei Musei Capitolini in Campidoglio)

Non vorrei fare come quegli attori che, parlando di un grande collega scomparso, finiscono per citare e lodare soprattutto se stessi, ma forse oggi proprio quel grande mi induce a farlo, perché ha cominciato lui, prima additandomi pubblicamente, insieme a pochi altri, come buon lettore di Dante, e chiamandomi poi a recitarlo accanto a sé, con Ugo Pagliai e Paola Gassman, auspice Antonio Calenda, sul palco del teatro Rossetti di Trieste, dove, dopo quarant’anni e più che lo incontravo soltanto da spettatore, condividemmo gli applausi, il mare di pubblico e anche giornate in cui sentii tutto il fascino privato dell’uomo di cui conoscevo soltanto quello scenico.
Mi ha dato ancora quest’altra occasione, che avrebbe dovuto iniziare una collaborazione e invece purtroppo la conclude, lasciandomi e risvegliandomi ricordi preziosi e riflessioni che vorrei riferirvi. Comincio raccontando un episodio minimo e personale, che mi sarebbe parso impensabile un giorno divulgare, e che ho confidato solo a mia moglie, un anno dopo che era successo. Non sono neanche sicuro di far bene, ma lo faccio lo stesso, intanto perché, se permettete, me ne voglio vantare, e poi perché, ripensandoci, mi ha fatto capire una cosa importante.
Eravamo seduti accanto nello studio di registrazione, e stavamo ascoltando o aspettando o ragionando, non ricordo di preciso, e lui mi ha detto: “io ti voglio tanto bene”, con un tono fraterno, antico e adolescenziale, come di chi ha scoperto un compagno di scuola, con cui sente di condividere, o di aver potuto condividere qualcosa di essenziale.
Non so come reagii, certo balbettando qualche inadeguata fesseria; immaginate un po’ di sedervi accanto al Mosè di Michelangelo e sentirlo che vi dice: “ti voglio bene”. Uno ci rimane, si domanda: “Ah ma allora parla, perché gli hanno chiesto perché non parli?”
Ma Gassman era un Mosè che parlava, e io ho capito il perché: eravamo immersi nella poesia, e lui ha sentito che io, come lui, sulla poesia fondavo tutta la mia vita di attore. Per Gassman la poesia, intendo la poesia come letteratura, era la materia viva, da cui nasce il nostro lavoro, o se vogliamo chiamarlo col suo nome, la nostra arte. Certo ci sono poi le mille sacrosante escursioni in tutte le forme di spettacolo, ma la base, la radice vera è quella e beato chi lo sente e lo capisce. Gli attori italiani, con tutto il rispetto e fatte le debite eccezioni, considerano i versi come un ramo collaterale, opzionale del loro repertorio, nel quale eventualmente esibirsi gratificando gli uditori. Io credo che Gassman si sia sentito un po’ isolato in questo campo, e non solo per la sua eccellenza, e forse ha riconosciuto in me un connivente.
E a proposito di versi, concludo con due o tre ricordi che lo riguardano.
Tantissimi anni fa ascoltai un suo disco in cui recitava un sonetto di Foscolo, Alla sera. All’ultimo verso dove dice “dorme” fece uno scarto di tono inobliabile che dava tutto il senso della gravità fatale di quella poesia. Basterebbe quel “dorme” a dimostrare che la poesia non va semplicemente letta, ma interpretata, esattamente come il teatro, esattamente come la musica, per trasmettere agli altri anche una sola delle infinite cose che ciascuno vi può trovare.
Tant’è vero che quando la leggiamo internamente, se ne siamo colpiti ne facciamo, dentro la nostra mente, una rappresentazione senza risparmi. All’attore il compito, difficilissimo ma legittimo, di comunicare le sue scoperte in modo efficace e credibile per tutti, o almeno per qualcuno.
E ancora di quel tempo lontano ricordo il modo in cui disse: “l’anima stanca accogli” nel finale dell’Adelchi di Manzoni. Oggi si tende ad appianare la recitazione, con risultati spesso indiscutibili perché plausibili; ma gli attori che hanno provato, e ancora provano, a toccare tutti i tasti del loro strumento, e a estenderne la portata, possono sbagliare più facilmente, ma quando non sbagliano raggiungono lo spirito di chi ascolta in modo ben più che plausibile.
Un ultimo ricordo: quando eravamo a Trieste Gassman disse il XXXIII del Paradiso, durante il quale ebbe non dico qualche mancamento ma qualche sospensione di memoria. Non penso affatto che il pubblico lo abbia avvertito, ma che abbia sentito qualcosa di simile a quello che io, sperando che la mia notazione gli suonasse, come era, un complimento estremo, poi gli dissi: “Tale era la tensione cosmica della tua recitazione, che quelle pause, invece che allentarla, vi entravano come spazi siderali.”
E dopo tanta celebrazione poetica, se ci fosse Gassman sarebbe arrivato il momento di qualche giocoso sberleffo; ma lui non c’è più e senza di lui ci è un po’ passata la voglia di giocare.

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