un tale, una tale – tra oralità e scritture n.14: Piccoli fatti veri sul dire poesia ad alta voce

 

di Gilda Policastro

Qualche tempo fa ho pubblicato un romanzo, o meglio un libro in prosa, Il farmaco (uscito per Fandango): in un’intervista sul libro, mi è stato chiesto: «Si può dire che vieni dalla poesia?». La domanda non mi ha sorpresa: so bene quanto gli ambiti della narrazione e della versificazione siano talmente distinti e lontani da far apparire, oggi, un marziano vero il giovane Francesco Targhetta che si è cimentato addirittura (e su commissione, alla maniera più tradizionale) con il poema narrativo o romanzo in versi (non a caso, si è preferita la seconda denominazione nel lancio editoriale del suo libro, Perciò veniamo bene nelle fotografie, Isbn). Ugualmente mi sentii di rispondere senza mascherare un lieve risentimento (non tanto nei confronti della domanda in sé, quanto del preconcetto che veicolava, la separazione coatta degli ambiti):

si può dire tranquillamente. Nel senso che dalla poesia vengo, e lì intendo rimanere: se per poesia s’intende un modo di stringere le percezioni in una ritmica significante e comunicabile, un’attitudine, cioè, a pensare le cose con una cadenza e un andamento che in qualche caso può portare a “voltare” (versus vuol poi dir questo, etimologicamente) la scrittura da una riga all’altra, per restituire integra nella forma quella particolare modalità sintetica del pensare, e in qualche altro caso […] a lasciare un respiro più ampio alla parola, pur continuando ad assecondare quella ritmica interna che nella mia sensibilità estetica è prevalente, rispetto all’esigenza tradizionalmente “narrativa” del romanzo (intervista a S. Bon, pubblicata su http://www.musicletter.it/indienews).

Aggiungevo poi che alcuni poeti non nascondono di avere sempre con loro un taccuino dove annotare i pensieri, per poi provvedere in un secondo tempo alla loro messa in forma ritmica. Citavo il caso particolare di Ida Travi che aveva raccontato, in un’occasione pubblica di poco precedente, di mandare a memoria i propri versi ancora prima di scriverli: in ciò ravvisavo «un modo per essere sempre in contatto con la personale percezione delle cose ma anche, al tempo stesso, per renderla comunicabile, dal momento che la poesia “detta”’ in pubblico ha, evidentemente, un impatto molto più forte» (dall’intervista già citata sopra).

Quella evidenza non era solo una chiusa retorica: di recente mi è capitato di leggere in pubblico Il farmaco dopo molto tempo, e di sentirmi dire da un critico e scrittore amico: «Non so se riuscirò a leggerti, d’ora in avanti, separando quello che scrivi dalla tua voce». Una dichiarazione che nemmeno in questo caso mi ha trovato del tutto ignara (sono in tanti a dirmi che ho una lettura “attoriale”, addirittura qualcuno azzarda un paragone – a mio parere infondato, ma graditissimo  –con Carmelo Bene): forse anche in questo caso “venire dalla poesia”, e, soprattutto, “volerci rimanere”, ha segnato un percorso e un mutamento progressivo, lasciando un’impronta in ogni caso decisiva nella mia dizione ad alta voce.

Ciò implica, soprattutto, sforzarsi di trascurare qualunque accademismo d’interpretazione e provare a sentire e a far sentire il ritmo interno che ha accompagnato la scrittura a chi l’ascolta in quel momento senza il testo davanti. Ascoltare a lungo qualcuno che legge è noioso: manca la mimica, la comunicazione, l’interscambio. Allora le parole non sono poi così decisive, non le singole parole, non le frasi nella loro significazione, ma il ritmo, la sintassi, il significante quasi più del significato. Qualche volta si sceglie una parola meno appropriata perché suona meglio in un giro di frase, per dirla molto semplicemente.

I poeti che amano leggere in pubblico sono anche quelli più liberi dalla prigione della lingua (quella corretta, da manuale, da poesia impostata, tradizionale, «in poetese», avrebbe detto Sanguineti). Maria Grazia Calandrone, altra poetessa che ha gran cura della messa in voce, per così dire (come dimostra, a tacere d’altro, un suo recente, tormentoso – in quanto tormentante – lavoro programmaticamente intitolato VivaVox, uscito per Sossella in libro+cd) una volta in cui le confidavo le mie ossessioni da autrice (soprattutto in ambito critico), ovvero la cura maniacale del singolo aggettivo o della punteggiatura, mi confidava: «Io mi prendo la licenza di sbagliare, se voglio». Difatti si chiamava licenza poetica, una volta, una concordanza sbagliata, quell’anacoluto che sintatticamente proprio non tornava. Nel Farmaco coniugavo «la gente» al plurale. Una lettrice a una presentazione mi ha detto con una punta di sadico godimento: «Ho trovato un errore». Era quello.

Ho divagato. Mi piace parlare e lasciarmi ascoltare. Mi piace averne il tempo (lo dico in loop nella mia ultima poesia, ancora inedita). Mi piace quando qualcuno mi dice che mi tremavano la voce o le gambe mentre leggevo. Mi piace non essere un’attrice, non essere una macchina scenica, una perfezionista della performance, mi piace anche far sbadigliare. Mi piace che la poesia sia ascoltata in un silenzio non religioso, mi piace la sedia che si muove, la tosse.

Ancora in quella stessa intervista, precisavo all’intervistatore di non provare alcun interesse verso la comunicazione nell’accezione dei media:

una forma di trasmissione dei contenuti che passi attraverso la loro inevitabile banalizzazione o semplificazione. Infatti non credo di aver usato mai l’aggettivo “comunicativo”’, bensì “comunicante”’, che è tutt’altro. Comunicare in un’accezione originaria, non televisiva o giornalistica, è in qualche modo condividere qualcosa, e in questo senso ne sento, sì, la necessità. Così come il termine “pubblico”, che ha assunto ancor più della comunicazione un’accezione televisiva. Tornando alla poesia, ci fu una celebre antologia, negli anni Settanta, che esaltava il valore del “pubblico della poesia” contro quelli che erano ritenuti gli eccessi intellettualistici del Gruppo 63 e dintorni. Io sto più col Gruppo 63 che col Pubblico della poesia, se devo scegliere.

Ma solo se devo scegliere: perché poi, quando leggo, più che alla lettura senza intonazione di certi tardi epigoni “novissimi” mi piacerebbe somigliare a quel poeta che, si dice, a una lettura allo storico Beat 72 venne addirittura preso a calci, come reazione immediata. Salviamoci il culo in altro modo: quando leggiamo poesia, il bello è (fare) altro.


Gilda Policastro è studiosa di letteratura italiana e critica letteraria per le pagine culturali di riviste e quotidiani (tra cui «Allegoria», «la Lettura-Corriere della Sera», «il Manifesto»). Ha pubblicato i volumi In luoghi ulteriori”: catabasi e parodia da Leopardi al Novecento (Giardini, 2005), Sanguineti (Palumbo, 2009), Polemiche letterarie dai Novissimi ai lit-blog (Carocci, 2012), oltre a saggi su Dante, Leopardi, Manganelli, Pasolini. È inoltre attiva in diversi siti, tra cui  «Doppiozero», «Le parole e le cose», «Punto critico». Come poetessa ha pubblicato poesie su rivista e in antologie, partecipato a festival e reading, vinto due premi (“Antonio Delfini” e “Mazzacurati-Russo”, nel 2009) e pubblicato il prosimetro La famiglia felice (d’if, 2010) e la plaquette con cd musicale Antiprodigi e passi falsi (nella collana “Inaudita” di Transeuropa, 2011, insieme al clarinettista e sassofonista Massimiliano Sacchi). Nel 2010 ha esordito nella narrativa con Il farmaco (Fandango, 2010), nel 2012 viene selezionata con altri 24 autori per l’antologia dei Narratori degli Anni Zero, a c. di A. Cortellessa, «L’illuminista», 31-32-33.

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