Sebastiano Aglieco: ‘Nella Storia’, Aìsara 2009

 

Nella StoriaSebastiano Aglieco

2009, 72 p., brossura

Aìsara (collana Yakamoz)

 

 

Un modo di sentire la Parola

di Nicola Vacca, Liberal

La parola di Sebastiano Aglieco ha il fiato lungo. I suoi versi colpiscono a bruciapelo, straziano la carne, sono talmente veri che ci dicono che la poesia, passando per la cruna dell’ago, di una sillaba, o inserendosi in un torrente di parole, profittando di un silenzio o di un grido, aggiunge alla vita, nei modici insoliti, ciò che le manca.
Siamo assetati di parole giuste, anche se spesso ne facciamo a meno. Sebastiano si tuffa nei labirinti della Parola, crede all’incendio del suo significato quando, con le sue poesie, tesse la tela di un discorso naturale che ha il cuore nella memoria e nell’appartenenza.
Così, nei versi di Nella Storia (Aisara, pagine 67, euro 9) la fiducia nella Parola è il suo modo di sentire la vita e i suoi odori.
Aglieco prende le parole in bilico nella sua mano e le scaraventa nel disordine quotidiano. Non si accontenta di constatarne lo schianto, ma dal vero cerca di dare un ordine al dolore del tempo che fluisce, di trovare un accordo tra le cose che prima o poi svaniscono.
A cosa serve la Parola se non a tornare indietro per recuperare i giorni, la memoria, il tempo?
Sebastiano Aglieco pensa a una rifondazione della Parola. Questa fiduciosa prospettiva costruisce un senso tra noi e le cose. La parole , per il poeta, acquistano un valore impegnativo. Il poeta che avverte l’urgenza della parola vive la poesia come una vocazione.
Aglieco è un poeta vero perché scrive e vive nella speranza che la Parola possa ricongiungere e possa avere un senso condiviso. Questi bellissimi versi di Giuseppe Ungaretti mi sono venuti in mente leggendo la poesia di Sebastiano Aglieco, che non rinuncia a coltivare il senso delle parole braccate dalle cose .

di Rinaldo Caddeo, La Mosca di Milano

È un ritorno alle origini. Origini della propria storia e della Storia. Origine di sé, origini degli altri. La Sicilia e la guerra in Yugoslavia (anni ’90). Un taglio, un’innocenza violata: «Chi dice sì alla Storia deve accettare un taglio» (p.41).
Ritornano le parole della poesia dalle origini. Eterno ritorno di una ferita che segna la pagina, segno che si fa scrittura: «le parole ritornano dalle origini/ un lamento dischiuso/ che non conosce inganno.» (p.39). La pagina è l’anima che racconta il dolore in forme di lamento, planh, o preghiera/invocazione, tra testimonianza e oracolo.
Segno, taglio, marchio: la pagina è la pelle tatuata dalle ferite dello sguardo che dello sguardo riceve gli impulsi e segna le tracce. L’ammutinamento del senso comune e la rifondazione della parola, operata dalla poesia, lascia i pensieri, nudi e crudi, ossa indelebili, scagliate dalle onde agitate della vita a riva: «Ho sempre pensato a una rifondazione/ uno stato della parola/ in cui le cose emergono dalle loro trame/ per un avvicendamento del sonno/ i pensieri in una riva asciutta/ ossa indelebili/ cantilena di un popolo intero.» (p.44).
La parola è specchio, gesto visionario, dolore ancestrale, scalfittura, relitto, soffio, macchia, stanza vuota, memoria. Ma la scrittura non è un flusso continuativo e indolore, la parola sgorga da una lacerazione. Deriva da un taglio, ne porta testimonianza: «Volti tagliati fuori dai miei pensieri/ ricordi di un’appartenenza.» (p.7). Volti, ricordi che non vengono tirati fuori, estratti dall’origine, ma tagliati fuori. Un taglio, un rifiuto, un’interruzione. Perdita e perdono. Dono dato e perduto. La poesia, eco di voci smarrite, è una ricongiunzione, un risarcimento. Fiamma ossidrica che incide, spezza e ricompone, rifonde.
La parola può accedere alla memoria della fratellanza, entrare in noi «come il pane del mattino/ il bacio della mezzanotte» (p.17). Ma il suo sguardo acuminato, doloroso, può trasformare la donna violata dalla guerra in «un ginepraio funesto» (p.25), i morti in «rovi, solo rovi» (p.27).
La musica dei versi di Aglieco, la risonanza drammatica dei significati, è scandita da un ritmo molto particolare che alterna una scansione definita dagli armonici della tradizione lirica (endecasillabo, settenario, ecc.) a repentine fratture che interrompono il verso sulle congiunzioni o le preposizioni semplici che, con, da, un, in, ecc. L’effetto è quello procurato da forti inarca ture: un’alternarsi di rallentamenti, accelerazioni, che determinano un ritmo sincopato, jazz.
Non si arriva, certamente, alle distorsioni o ai battibecchi del linguaggio sperimentale d’avanguardia, quanto alle modulazioni di un ragionamento che insegue ed esprime le intermittenze del cuore, gli affanni del respiro che sale sentieri aspri, tortuosi, esplora le foibe, perlustra le fratture e attraversa i ponti indiani sugli abissi dell’oblio e della memoria, che iscrivendosi sulla pelle di una storia, diviene la musica dolorosa della Storia.

di Antonella Pizzo, Punto, almanacco della poesia italiana n. 1, puntoacapo 2011

Di questo libricino che porto in borsa da molti giorni e che tengo accanto a me da qualche tempo, mi impressiona prima di ogni cosa l’immagine di copertina (di Marina Girardi). L’immagine rappresenta un uomo anziano e curvo, un lavoratore, un artigiano che indossa una gonna, o meglio un camice da lavoro, un grembiule, un camiciotto color terra. Quest’uomo ha nelle mani un coltello con il quale taglia qualcosa che sembra un pane ma che ha il colore delle zolle di terra. Incide dunque l’uomo, lascia un segno, il coltello può essere anche un aratro che traccia un solco. La terra sembra arida ma l’uomo è concentrato e molto sicuro di sé, sa che il suo lavoro prima o poi porterà dei frutti, non andrà perso, che sia parola-segno , che sia parola-seme, a qualcosa porterà.
La raccolta inizia con il Poema per una terra, la terra in questione è la terra d’origine di Aglieco, la Sicilia, ma potrebbe essere la terra d’origine di ciascuno di noi. Ognuno di noi “ha” dei volti dimenticati, sono volti che non vediamo più, che crediamo di aver dimenticato ma sono sempre contenuti dentro noi, ci sono nomi che abbiamo pronunciato nel passato e che ora non pronunciamo più, ma nulla si perde e l’appartenenza resta. E’ questo secondo me il senso di questa prima parte della raccolta, una appartenenza che forse è inganno “Ingannati solo/dall’essere appartenuti/a un fazzoletto di sangue” che forse è diaspora voluta ma dolente “una pietà sottratta, una diaspora/ma so che giungerei in questa piazza/in questo reliquiario di Sicilia/dove niente cambia” e ancora “ A voi ho chiesto la diaspora/un’esclusione senza remore e/senza conforto” .
Continua la raccolta con “Oriente prossimo venturo” poesie che, come dice lo stesso autore nelle note: “sono state scritte ai tempi della guerra nella ex Iugoglavia … il poemetto descrive mentalmente scene di quella tragedia” E di poesie tragiche infatti si tratta, del dolore e del sangue versato, dei fratelli uccisi e di bambini trucidati come agnelli. E se l’appartenenza ad una terra matrigna, immutabile come la Sicilia non è stata capace di trattenere i propri figli costringendoli alla diaspora, se è stata causa di una nostalgia quasi di dolore malinconico sembra, tutto sommato, contenibile; qui, invece, è assolutamente una vergogna “io mi vergogno/d’essere appartenuto a questa razza” ed è incontenibile, come è incontenibile la visone degli orrori della guerra “E se tu eri la mia donna/adesso sei un ginepraio funesto/ e i miei occhi non ti possono contenere”.
C’è la terra e c’è la storia, e siamo tutti “Nella storia”, che è anche il titolo della terza parte della raccolta e soprattutto è il titolo dell’intera raccolta.
Alla storia tutti apparteniamo, e alla parola.
Sì, eccomi sono qui, e il sì deve essere incondizionato.
“Chi dice sì alla storia deve accettare un taglio/un andare e venire”
La storia è la parola, il senso d’appartenenza che prima non mi era chiaro ora forse mi si apre.
Appartenere è sradicarsi, è togliere, dire sì alla storia è dire sì alla poesia.
Voce, fratello mio concluso
appartenere è sradicarsi
togliere fino a vederti
lasciarti respirare in una bocca
E’ la poesia e qui di poesia si parla, quella di Aglieco in particolare che turba per la profondità e la leggerezza come quando la terra è rivoltata e le zolle prendono aria e camminando ci affondano i piedi dentro, ma non ci sporchiamo, anche se la terra è ricca di humus che si è formato in secoli e secoli da materiale vivo andato in decomposizione, è soffice, è pulita, è sincera, è vera, è viva, come i suoi versi, cedevoli, sussurrati, mai fuori le righe, mai gridati, sempre composti.
Cito per completezza e notizia le ultime due sezioni della raccolta: “Luce bassa” e Verso voi” , composte rispettivamente da 10 e 6 poesie. Volti, bambini, mani, poesie, visoni, letteratura, case, paesaggi, sogni, valigie, caramelle, stanze vuote, attese, fotogrammi, epigrammi, voci…preghiere, fratelli, fratello, fratellanza…
La poesia di Aglieco è così intrisa di immagini, di luoghi, di cose, di persone, di senso e significato che è impossibile “contenerla” in uno spazio angusto come questa pagina, e mi è impossibile dirvene compiutamente perché ogni pagina, ogni verso meriterebbe una riflessione, mi limito quindi a invitarvi alla lettura.

Aglieco, La poesia come ascolto

di Corrado Benigni, L’eco di Bergamo

La memoria di un’infanzia all’ombra di una terra senza salvezza, la presa di coscienza, lo strappo dell’esilio: questa la topografia dei sentimenti delineata da Sebastiano Aglieco nel suo ultimo volume in versi: Nella storia. Poema per una terra (Aìsara), che arriva dopo l’ottimo Dolore della casa, uscito nel 2006 per Il ponte del sale. Un viaggio dentro la memoria, dentro il proprio luogo d’origine, la Sicilia, terra tormentata e insanguinata, metafora di un modo di vivere. “Da questa parte dell’isola/il sole mi atterra in un punto fisso/una catena, per un destino, si mette in atto/di nascosto da queste strade/dove un tempo sfidavo/sono ciò che resta/di un dovere mai onorato”.
Un tema soltanto all’apparenza privato che in questi versi apre una riflessione più ampia fino a includere un territorio che non è più solo personale, ma diventa lo spazio contaminato di una condizione universale: l’incomunicabilità dei nostri tempi. La poesia allora deve servire a non dimenticare, a riparare in qualche modo l’amnesia del passato, di aiutare a ricostruire ciò che resta dell’identità, della memoria. A parlare di un’umanità comune, ad accogliere, come in una sorta di transfert, le parole e i mondi dell’altro. Questo è il senso profondo della poesia di Aglieco – autore tra l’altro della raccolta Giornata con cui nel 2004 ha vinto il premio Montale Europa –: la poesia come ascolto, mettersi in contatto, tendere l’orecchio verso l’altro, verso il mondo, come hanno insegnato grandi lirici come Mandel’stam, Rilke e Celan. E da questi grandi maestri Aglieco sembra aver fatto proprio l’atteggiamento di esposizione, di ascolto, appunto, nel tentativo continuo di stabilire un colloquio. Aglieco, oltre che finissimo lettore della poesia altrui, da molti anni si occupa di teatro in ambito educativo, come regista, attore e formatore.
L’economia del verso, i toni smorzati, l’assenza di retorica e di sentimentalismo (tratti ancora più evidenti in questi versi quasi del tutto privi di punteggiatura) sono i caratteri distintivi della poesia di questa raccolta, che segna un momento decisivo nel cammino poetico di Aglieco, voce appartata, ma tra le più vigorose e sensibili delle ultime generazioni.

Una lettera: Se restituire è ancora un dono

Come è difficile approcciarsi ad un testo poetico.
Per chi, come me, di poesia ne ha letta giusto a scuola e qua e là poi, di fretta e con la pretesa di capire, mai soddisfatta.
Il tuo libro ha soggiornato in vari luoghi. Dal comodino, alla borsa, alla valigia. Nella libreria a prendere polvere. Poi di nuovo nel comodino, nella borsa… Letto tutto d’un fiato. Poi una poesia sola, una frase, i ringraziamenti. Poi di nuovo da capo.
Siamo intorno ai giorni del tuo compleanno, aspetterò il ventinove gennaio per inviarti questo testo, nato all’inizio del 2010.

***

“Nella Storia” è diviso, frammentato, “intoccabile”, ad una lettura nuova. E’ una terra che scotta e in cui vorrei camminare ma che brucia, e parecchio.
Fin dall’inizio il tema della Parola emerge e si manifesta, limpido. D’una limpidezza densa però che ora si mischia ai ricordi, ora ad immagini concrete, ora a dubbi e a domande. E che termina con un vago senso di sconfitta.
Nel Poema per una Terra, la parola, essa stessa, è mezzo per “elencare”, “pegno per una disfatta”, “abisso familiare”, onestà. I versi narrano di una Terra vera. Eppure le immagini che è in grado di evocare sono sfumate, pur nella loro forza espressiva. Così, quei gesti descritti in maniera apparentemente così concreta, si perdono in un tempo e uno spazio che il lettore non conosce ma riconosce.
Riconosce cosa vuol dire “restituire ogni gesto al suo perdono”, verso esatto, perfetto, intimissimo. Una azione che rafforza sé stessa ma si carica di un nuovo “sentire”. Ecco, questo nuovo sentire è il cuore che pulsa e che freme – propulsione e ritorno – in un circolo vitale che esiste finché c’è vita.
Pur nella consapevolezza di un esistere in un modo “che non si sa dire”, pur nella paura di una sconfitta dietro l’angolo, quasi ci fosse un nemico invisibile, la Parola torna ad essere il sale della terra – rimando al primo passo della Genesi?
E se la Parola è davvero il Principio, inteso come unico inizio possibile – tutto ciò che esiste esiste in funzione del fatto che viene detto e non viceversa; gli uomini non hanno bisogno di Dio ma Dio ha bisogno degli uomini per esistere – tale significato diviene più evidente nel poemetto “Oriente prossimo venturo”.
Qui la Parola descrive uno stato, un tempo, un periodo e facendo ciò lo fa esistere. E’ pure vero però che si fa strada anche in questo caso una qualche allusione ad un pericolo imminente, ad uno sgretolarsi della Parola stessa. La Parola e il Poeta non sanno descrivere un gesto – ferita che la parola non dice. La Parola diviene un sogno di una preghiera che allontani il dolore. Un sogno, non una realtà. Quasi che la responsabilità della parola finisca dove inizia quella del poeta.
Da questo si giunge a “Nella storia”, che dà il titolo al libro e che nella sua complessità raccoglie forse il senso più raffinato di tutta l’opera. Si parte dal presente, dall’esistenza del qui e ora per stabilire dei comandamenti, delle leggi che ci dicano cosa è e cosa non può essere la Parola.
Il potere della Parola (arma) che ci attraversa e ci trafigge con una semplice precisazione;
la responsabilità di chi la usa;
la Verità che essa stessa porta;
la rifondazione;
l’ammutinamento finale.
E’ un po’ oscuro questo ammutinamento, apparentemente. E’ strano, odora di nuovo, tutto ciò. E’ forse il nuovo modo di sentire?
Certi interrogativi, scaturiti in queste pagine, non trovano risposta. Il Poeta, nella parte successiva “Luce bassa” sembra arrendersi senza combattere in una dimensione in cui la riflessione si mescola al sogno. La Parola è detta “braccata” forse dagli stessi gesti che fino ad ora il Poeta ci ha descritto. La Parola ha vita propria ed è maledettamente difficile afferrarla. La resa è vicina. Non esiste parola che “renda onore al dolore”. Si desidera arrivare al silenzio che in questi testi è anche notte.
Che è, forse, fine.
La parte finale, “Verso voi” appare come un ricordo rabbioso di un viaggio che non ha trovato una meta. Si è passati per la presunzione e per la dannazione. Si sono persi i Maestri e la Letteratura. Si è aggiunta consapevolezza, passo dopo passo, ma i verbi al passato sembrano i cadaveri di una guerra.
E quella “parola definitiva” di cui si parla alla fine sembra un miraggio a cui si continua ad essere, nonostante tutto, tenacemente attaccati.
Come si è attaccati alla Vita. Perfettamente consci della sua precarietà.

P.S. Questo testo nasce da chi non sa nulla di nulla riguardo alla poesia.
Non so valutare i versi, non so capirli, in fondo. Questo è quello che il tuo libro mi ha saputo regalare e che solo nella forma scritta – nella fatica della scrittura – ha trovato un senso. E se è vero che restituire è ancora un dono… E’ per te.

Con un grazie sincero.
Paola Picardi

di Nuzio Festa

La guerra dell’ex Jugoslavia è la guerra della Sicilia. E, per questa ragione, l’attore e poeta Sebastiano Aglieco decide con “Nella Storia” di scrivere un poema che faccia incrociare, per via del destino, due terre, apparentemente, molto lontane. Aglieco, che, al contrario di Scotellaro arriva a dire: “Voce, fratello mio concluso / appartenere è sradicarsi / togliere fino a vederti / lasciarti respirare in una bocca”. Ma allo stesso tempo capace d’affermare in Resoconto: “Tu eri la più / distante dalla terra / eri un soffio che a volte si degnava / della misura di una nascita / del sangue / aperto in una conchiglia. // Ho dovuto disossarti da un doloroso / silenzio, lacrime asciugate fino / all’osso / bambini, stanze vuote. // A volte il viaggio é tutto in questa / tazza, in questa presunzione di poeti – / io ti cercavo in un amico, in un colore / salato che mi ricordasse il mare. / Poche volte ho finto”. Coccolando la grazia della memoria. Non il triturato e mesto ricordo. Sebastiano Aglieco trova memoria nella sua memoria e in quella di ciascuno. Dove, per esempio, spingono l’esalazioni del dolore della Jugoslavia sotto tortura. Allora, la fuga dei tanti dalla Trinacria è simile, se non proprio possiamo dire uguale, all’urlo che stacca gli slavi e i tanti altri popoli dell’ex Jugoslavia dalle loro radici. S’ha lo stesso risultato. L’andare. E non quello meditato grazie a una valutazione di più cose. Si parla, contrariamente, di fuga. Indotta dalle condizioni. Ancora una volta, dunque, è la terra, quella naturale, a essere però l’elemento davvero pulito. La parte memoriale, quantunque redatta con cuore e dilingentemente, non è la frazione più importante del volume. Eppure, è da quelle parti che si trova “La mia generazione”. Che s’apre con due versi delicatissimi: “Eppure noi abbiamo creduto / che si potesse essere fratelli, noi / i figli di un sessantuno / con la testa nell’acquario / e il cuore nel sagittario. // Mia madre ci arava tenera e triste / di un abisso di parole / erano le morte stagioni / il sale della terra”.

di Rosa Pierno

Una distanza fisica, corporea, come fosse qualcosa che si possa materialmente afferrare, è quella percepita tra lo stato del corpo e quella della mente, ove il corpo è immobile e la mente è attiva, dove il corpo sente le catene dei secoli, un destino ineludibile, e la mente è aperta alla progettualità, persino alla trasformazione dell’ambiente: è questo il drammatico incipit, impietrito e lacerante della silloge “Nella storia. Poema per una terra” (Aìsara, Cagliari, 2009), che Sebastiano Aglieco scolpisce, mentre risiede nella sua terra natia. Ma al di là di questo iato e delle ragioni di questo dramma, va perlustrata, a mio avviso, questa fisicità che travasa dalla pagine: se tutto è ascritto al materiale, allora sarà da stabilire anche come si individua il mentale, quale sia la sua autonomia.

Il ritorno in Sicilia, ripetuto ogni anno, viaggio a ritroso nello spazio e nel tempo, ineludibilmente scomponibili, compiuto da Sebastiano è anche uno “sprofondarsi in uno stato addominale” ove non si prevede un approdo alla riflessione. E’ tutt’uno: incantamento e incatenamento che il luogo produce sul fisico, bloccando come in una morsa il pensiero in stato di figura. Una poesia che produce immagini: siamo nel motore propulsivo di parole isolate, ritagliate, aventi neri contorni, le quali non trovano mediazioni con le altre parole. Nemmeno le loro ombre si sovrappongono o si mescolano. E che tali parole siano considerate inefficaci a restituire la densità del reale è di fatto esplicitato dal poeta stesso, il quale riferendosi ad esse, scrive: “Voi sarete l’oltraggio / il fiato misurato tra / gli sputi e l’omicidio / il dono ricevuto e un bambino / che non deve niente”. Cade qualsiasi pretesa di oggettivare un discorso, di costruire ragioni o ideologie. “ed io esisto in un / modo che non so dirti”. Credo che la disfatta delle parole appaia pressoché totale. Non si giunge a gridarne l’inutilità, perché servono comunque a esprimere l’inadeguatezza del dire. Vi è un divario incolmabile fra il linguaggio e un mondo solidificato, dove l’unica cosa che ha moto sono i morti: simboli della storia, anch’essa rappresentata in forma scultorea.

I morti che attraversano oggetti e persone, il mare recintato, le parole paragonate a cancelli il cui uso decide una direzione non intercambiabile, e che pesano come inamovibili macigni: “La scommessa era in / dieci o venti parole antiche / in rapidi gesti corrispondenti / a un dolore che non tracimava / pochissime pause”, per cui parole devono essere accompagnate da gesti, quasi a completamento, a sostegno. Eppure, tali parole mostrano, nel prosieguo della lettura, di assuefarsi per interna insufficienza a un ispessimento del sentimento, del dolore, dell’arsura, del sentito, cioè al silenzio: “dove la parola è uno sputo / comprata per poche lire / da un rottamaio”. A conferma vi è il desiderio espresso da Aglieco di giungere a una formulazione in cui le parole appaiano: “senza la finta del chiaroscuro / la finzione dell’ispirazione / la certezza della ragione”. Infatti, la rarefazione a cui esse sono state sottoposte in questo esemplare libro, l’aspirazione per contrappasso a una vibrante motilità, l’assedio al reale e l’accerchiamento al linguaggio servono ad avvicinarsi a un senso posto sul limitare fra il linguaggio e il silenzio.

Il linguaggio che si prosciuga afferma il segno di una incompatibilità. Fra il mondo rappresentato e i mezzi per rappresentarlo vi è separazione. Riconoscere questo divario significa comprendere come il mondo rappresentato abbia affinato i propri mezzi per adeguarsi metamorficamente al reale al fine di restituirlo. E, pertanto, come uno stile scevro di varietà, di innesti polisemici, di rimandi, di intersezioni prelevate da diversi registri sia in realtà elaborato e raffinatissimo e come proprio nella scarnificazione a cui è stato sottoposto, nella verifica delle sue potenzialità, nella rastremazione delle sue risorse abbia raggiunto quella che definirei una straordinaria ascensione verso il fisico.

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