Appartato e policentrico marchigiano

 

Qualcuno ha dato la più bella definizione delle Marche poetiche e letterarie dell’ultimo Novecento: appartato e policentrico, considerando la messe di riviste e autori.
Quel modello “appartato e policentrico”, descritto da Gian Carlo Ferretti nel 1985, parlando di “Lengua”, che proseguiva la direttrice bolognese di “Officina”, alternativo a quello milanese e romano, si nutriva dell’estro di Scataglini, che a sua volta citava Adorno e un passo dei Minima moralia, per definire la “Residenza”, e la prova dialettale udita da Kant a Königsberg.
Dal “romito e strano” di Leopardi si risale all’appartato e policentrico degli anni ’80, quando da noi si fanno i conti col luogo e col volgare nuovo della poesia da fare, in una realtà già dentro l’omologazione, che almeno non volle essere anche culturale, letteraria.

Diversa l’ipotesi della “marchigianità” di un Piersanti (al contrario di quella di Pagnanelli, De Signoribus, Scarabicchi, Garufi, o di un narratore strano e notevole come il pesarese Paolo Teobaldi, per non parlare della lucida follia nostrana di Volponi o Di Ruscio), più legata all’autopromozione che alla teoresi, folclorica.

In due interventi pubblicati su rivista, ho cercato di definire questo territorio “parallelo”, su cui si interroga anche Davide Nota: La città riviera (“Adriatico”, n.1, 2001) e La poesia dell’Italia, tra città riviera e dorsale umanistica (“Contemporart”, n.54, marzo 2008), che allego alla fine.

Diffusamente, nel mio romanzo poetico inedito, L’ozio della Riviera, oltre che nelle numerose pagine degli inediti in versi di questi ultimi anni, sono tornato sul mistero di vivere qui e di vivere così, dopo la rovina del sogno politico di cambiamento rivoluzionario.

Man mano che stavamo perdendo la Storia, recuperavamo la Geografia, se non altro per resistere in un luogo.

Io sento l’ozio della Riviera come un laboratorio in atto, una città diffusa del “distretto del piacere” (Aldo Bonomi), una città morta e latente d’inverno, una vita da zombie e da fantasma della merce alberghiera, con tutte le suggestioni del negativo o della bellezza marina e collinare, in uno dei paesaggi più belli d’Italia, quello della lunga falesia tra Marche e Romagna che è il Parco naturale del Monte San Bartolo.

E poi c’è il rapporto, tra la costiera omologata delle discoteche e delle fabbriche, e l’entroterra dei paesi, dei musei, delle chiese, delle Università, delle Biblioteche, che è la dorsale umanistica di resistenza del centro Italia. E poi c’è la città profonda, sprofondata nelle epoche, su cui è cresciuta la città nuova, e dunque, per uno scrittore, c’è il mythos, il mito e il racconto di questo tellurico espandersi dell’immaginazione. Ci sono dunque molti livelli, molti strati di sincronia e di diacronia, da attraversare, nella convinzione pasoliniana che “non c’è emozione psicologica che non sia al contempo anche sociologica”. Dunque, si sta lavorando a una critica antropologica poetica, di tipo nuovo, dentro la crisi più totale del vero: “Un’oasi d’orrore in un deserto di noia!”. Ma anche: memoria felice del luogo, nel non-luogo infelice, e versus.

Così, come lo spleen per Parigi e l’ozio per la Riviera, si riattiva l’ipotesi di Baudelaire nel presente: flânerie critica, rivendicazione politica della rivolta mistica, in mezzo alla devastazione dei “bisogni mortali” e materiali negati dal capitale, per la rivendicazione di questi, ma anche di quei “bisogni immortali nell’uomo”: il ritmo, la rima, la monotonia, la simmetria, la sorpresa, il canto, e il suo risarcimento musicale dell’orrore.

Ecco, una antropologia poetica da tramandare, come l’avanguardia della tradizione, nel segno di un “realismo ideologico, di pensiero”, da Leopardi a Pasolini, “sentimentale, e perciò filosofico”, marchigiano, fino al prosare di Massimo Ferretti, che anch’io ho evocato, russo.

Riporto un passo di Infernuccio italiano (Transeuropa, 1988, pag. 52; ora in Gli anni giovani, idem, 1995, pag. 94): “Ciò che sorprende nei narratori russi, è proprio questo amore incredibile per la terra russa… e qui Allergia Rodrigo ti resuscito… qui richiamo la voce morta di Majakovskij… qui caro il Gazzarra de la Marca terrestre chiamo la voce stramorta di Volodja e ti resuscito… marchegiani, i russi della Itaglia…”.

Altro tema collegato, svolto in un convegno sui Luoghi delle Marche (a Chiaravalle, nel 2000), è quello del rispecchiamento non solo culturale e immaginario, ma geografico: il confine, la frontiera, il passaggio dalla residenza alla coscienza della doppia residenza: l’altra sponda dell’Adriatico, da dove è venuta l’ultima guerra balcanica. Il passaggio dalla residenza alla frontiera, alla via Salaria di cui parla Nota, è forse da integrare con la prospettiva ad Est, al mare, come già in un racconto di Flavio Santi è acutamente fatto: Willkommen in Friaul (in A occhi aperti, AA.VV., Mondadori, 2008).

Residenza è resistenza, e anche non cittadinanza, migranza.

Per ultimo, un pensiero solidale alla “residenza” di Roberto Saviano, costretto a sloggiare dall’Italia, per aver denunciato il crimine organizzato. Sarebbe davvero solidale, se i giovani amici della “Gru” pensassero di indagare, con le armi della poesia e della prosa, su quanti settori economici e criminali ha messo le mani anche la camorra adriatica, la ‘ndrangheta adriatica. I graffitisti di Rimini alla stazione dei treni non hanno dubbi, se riquadrano la segnaletica ferroviaria finta con un bel colpo d’occhio: KRIMINI.

Crimini di mafia nostrana e straniera, speculazione, droga, racket, investimenti “puliti”, tra disco e bisca, ecc.

[2008]

 

 

ALLEGATI

 

1. LA CITTÀ RIVIERA

Credo che ciò che unisca i nostri interessi (di progettazione, o di espressione) sia la nuova lingua delle cose. Riflettiamo infatti su questa nuova lingua, quando parliamo dei nuovi luoghi, o non luoghi (seguendo il concetto di Marc Augé), che segnerebbero lo spazio della città diffusa, della città, insomma, dispersa.

Capire questa nuova lingua, per intervenire col progetto urbanistico e architettonico, oppure con le parole della poesia e del romanzo, è un compito che ci accomuna: urbanisti e architetti, artisti e scrittori.Dopo Baudelaire e Leopardi, l’artista non si dà infatti senza l’intellettuale, né forse il contrario è più possibile. Descrivere, capire, progettare, esprimere, ecco il doppio movimento dell’immaginario e del materiale che vi si accompagna per intendere il nostro spazio concreto e vitale.

In una serie di racconti, ho definito questo spazio sensibile e ideale, con l’espressione L’ozio della Riviera. Si tratta di un titolo che ha forse forti assonanze implicite con un famoso libro che ho tradotto di recente: Lo Spleen di Parigi.

Nei racconti splendidi di Baudelaire, nei suoi pometti in prosa, la città è lo spazio malinconico o irritato del flâneur, del vivo che vagabonda e si mette alla prova del nuovo choc percettivo della metropoli moderna (secondo l’affascinante lettura di Walter Benjamin, nei saggi di Angelus Novus); paura della folla.

Che tipo di nuovo choc produce la nuova città, quella diffusa, intricata e dispersa, che ha sostituito il vecchio canone metropolitano del centro irradiato? Che tipo di percezione viviamo nella città adriatica, nella grande città diffusa e intermessa, che ormai corre da Rimini a Pescara (ed è una pura comodità di restrizione arbitraria, poiché potremmo estenderne il profilo da Bari a Venezia)? Pure, parlando di economia dell’ozio, dello svago e del divertimento, non è forse sbagliato isolarne il cuore turistico interregionale (Romagna-Marche-Abruzzo).

E quali sono i non luoghi, o i luoghi nuovi, della nostra costa, gli spazi significanti della riviera adriatica romagnola e marchigiana e abruzzese?

Innanzi tutto, il serpente d’asfalto e di rotaia parallela, la statale e la ferrovia, e poco più in là l’autostrada tra costa e collina, disegnano il paesaggio in un continuum di rotture che, viste dall’aereo, legano tante isole e gangli urbani intermessi e affacciati sulle valli industrializzate, che allineano le zone delle fabbriche e dei capannoni lungo i fiumi, come nella pesarese valle del Foglia. Un arcipelago, fuso.

Ma la città-riviera affaccia i suoi palazzi e grattacieli sul litorale, ed è la città provvisoria e stagionale, viva d’estate e morta d’inverno; la città degli alberghi, che, a Pesaro come a Milano Marittima, a Rimini come a Cesenatico, si disegna come una serie di tante Rio provinciali in miniatura, rispetto all’immensa plaga brasiliana della metropoli esplosa.

Uno degli choc è proprio questo: il set stagionale, l’abitudine alla provvisorietà dell’uso, alla morte viva e alla vita morta, a seconda delle stagioni. Carrellare con l’auto sui lungomari deserti invernali, o su quelli intasati estivi, ci abitua al paradosso di una naturalità esposta ormai solo dalle regole dell’artificio sociale. Le stagioni, infatti, il clima, anche essi sono ormai esplosi, diffusi, dispersi, invasati; e soltanto la vita economica dello spreco e dell’ozio sono lì a ricordarne l’esistenza. Che il set dei capanni di legno si riallestisca accanto a quello dei capanni in muratura, stabili e stanziali, crea quell’effetto di finzione reale che ci restituisce la memoria dell’infanzia. Così, la vita tra la città e il mare, la vita della riva, cambia. La striscia di sabbia deserta, o invasa dal bosco degli ombrelloni, muta con gli odori. E la folla multietnica, europea, dei turisti, sparisce e riappare. La città-riviera è una città stagionale, provvisoria, latente.

Una specie di zombie, di morto vivente, condannato a rivivere della propria morte apparente. Ma uno dei fascini più sottili delle nostre zone, è proprio questo carattere di doppiezza estrema, per cui la ressa e il deserto convivono lungo la stessa striscia dei lungomari e dei controviali della città stagionale. Una città dentro la città, o meglio, ai bordi della città. Dove finisce la città e inizia “il mare”. Pensate agli alberghi chiusi, vuoti, ai chioschi sbarrati, alle collane di lampioni che scandiscono il deserto invernale. Solo le discoteche al chiuso resistono, e sembrano tanti Moby Dick accerchiati dal vuoto, essendone l’immagine di transito più attendibile, coi giganteschi parallelepipedi dei supermarket stradali su cui svettano le insegne notturne.

Ci si abitua ad essere, così, turisti della vita. La Riviera, e il suo ozio accumulato e dissipato, sono la nuova forma della città latente, alter ego della città diffusa e esplosa delle nuove metropoli eccentriche. Il non presente, la non presenza, ne sono la latenza e la provvisorietà rivelate. I luoghi del frattempo (hotel, discoteche, supermarket, sale giochi, grill dell’autostrada) sono i luoghi del seguente, che espunge da sé il presente come qualcosa di superfluo. La prossima discoteca, il prossimo sballo, come in un replicante calco del libertinismo sportivo (la prossima partita). Ed è proprio questo lo choc di massa, il percorso dello spavento omologato, l’andata al ballo come al rischio del rientro, la prova della corsa e la scommessa idiota dell’attraversamento a occhi chiusi e a semafori spenti. Gioventù del frattempo, droghe del frattempo. Iperstimolazione frenetica al seguente, non la vecchia dissipazione del languore e dello spleen da morfina, da oppio immaginario rallentante, da fumo.

Non più la gioventù cristiana, ma quella consumistica e pagana, dove immaginario e reale e simbolico si sfilano dalla città contenitore, per la città irreale e latente dei non luoghi di massa: il transito contro l’immanenza, il consumo contro la produzione. Non può non colpire l’improduttivo dei non luoghi, regni della distribuzione di merci e del consumo del vissuto. Dunque, il vissuto come merce, essenza del valore di scambio, reso latente e fungibile al dispendio. Cadute le ideologie storiche della trasformazione sociale e politica, la città viene abitata dal transito. Nessuna utopia di approdo, nessun futuro o passato (al grido Punk “No future No past”), ma neppure il presente o la presenza: transito, provvisorietà, latenza, atopia programmata. Anche a scuola i ragazzi “non sono mai lì con la testa”, ma il loro altrove non è più un altrove ideologico, non più un’utopia, un non luogo ideale del “senza male”.

Il desiderio del seguente esclude presente e presenza, li fa provvisori, li scardina dal momento vissuto, ne accelera la sostituzione geografica come quella temporale. L’àtopos, con cui Barthes definiva il desiderio di essere nell’altro, tipico dell’innamorato, il suo desiderio dell’altro come norma, si è fatto tòpos-àtopos del transito vitale, tra “ordre du jour” e “passion de la nuit”. Il nuovo choc esclude il vecchio, né è più possibile leggere la città con gli occhi del flâneur, che viveva il seguente come attesa del luogo e sorpresa dello spazio, non come consumo e arsione di sé. Come pietà, sconfitta dei poveri e dei singoli.

Eppure, se la nuova lingua delle cose è in questa ideologia senza convinzioni, in questa irreligiosa liturgia della sequenza, in questo disporsi della reticolarità metropolitana al servizio del consumo del frattempo e del vissuto seriale, ancora restano i margini del vecchio spavento come riemersione di una radicalità storica e percettiva piena di memoria in atto, senza garanzie.

Così, al decadimento epocale della città-nazione, per i due poli integrati della città-regione e della città-mondo (come nell’analisi del samurai dell’aristocrazia finanziaria, Kenichi Ohmae, riletto acutamente da Marco Revelli, La fine dello stato nazione, Baldini&Castoldi) può includere l’economia del frattempo, dell’ozio e dello spreco, nella sua nuova unità territoriale coincidente con l’unità economica degli egoismi regionali, assegnandole la parte del consumo (e cioè dell’ombra della vita), tenendo per sé lo spazio della produzione e distribuzione, dalla regione al mondo. E sono spesso spazi coibenti, dove la nuova geo-economia del capitale maturo allinea la logica dell’accumulazione a quella del dispendio, le aree industriali agli hotel e alle bische, la rete del terziario avanzato a quella del vizio e degli ozi di massa. È questo il caso della nostra città-riviera? La risposta, intuitiva più che approfondita e analitica, è che pare proprio così.

La Riviera come non luogo d’Italia, e cioè nuovo luogo dell’accumulazione primaria e del frattempo, dell’industria specializzata e del turismo estensivo, è la nostra California nazionale degli svaghi, il modello vincente della similvita allestita dal set stagionale dello spreco applicato al business (e viceversa).

E la si può carrellare, nella sua luminosa biscia notturna, tempestata di hotel pizzerie fiabilandie disco bar ristoranti pensioni, con uno sguardo interregionale come i treni che l’attraversano, luoghi del provvisorio che ne segmentano le rotture e i legami urbani, in opposte antifrasi viaggianti: carrellate ferroviarie di espressi e intercity, dove il veloce non fermarsi disvela il legame adriatico, il cordone di un’unica metropoli tra Pescara e Rimini; carrellate interregionali lente e estenuanti, dove lo stillicidio delle stazioni disegna i tratti di un unico troncone, di una frattura segmentata che continua, tra villette unifamiliari con l’orto e il giardino, piccoli capannoni, camping, autosaloni, come un presepe suburbano ininterrotto, dove si impone la schiera degli hotel litoranei.

Lì, la riva, tra città e mare, la striscia di sabbia, l’industria della spiaggia estiva, si muta d’inverno in percezione del confine tra terra e mondo. La lingua di sabbia che esce da sotto l’asfalto, dalla bocca di bitume della città, è l’immagine della terra deserta, così com’è tra cielo e acqua. E si riaffaccia, carrellando al passo, diverso dall’affollato film stradale della carrellata viaria e automobilistica, un’idea dei bordi della storia, una sopravvivenza lirica di meditazione, nello spazio diffuso a rappresentare la forma abitata dell’immane raccolta di merci, che è il mondo da che Marx l’ha descritto, e Baudelaire cantato a forza di choc.

Cose se la forma della merce s’arrestasse (ed è una menzogna), così che il rumore della strada, lo scorrere dei treni e dei camion sulla statale, avesse come controcanto il rumore del mare. Al rumore dello spazio, si aggiungesse quello del tempo, incarnato dalla morbida salienza della riva, nello schiocco lappato dall’onda sullo squero, nello sciacquio frizzante tra gli scogli, nello stereo ovattato dei moli, col loro respiro passato nei fori della banchina. La lingua umida del mare, il cane del suo quieto ansimare. Proprio quando cambia il set stagionale, o prima che cambi e la finzione della città marina, coi suoi bagni, i suoi alberghi, i lungomari affollati, a simulare la città viva, provvisoria, estiva, lascia già il campo (o precede il passaggio) alla città morta invernale, che disvela l’allestimento della città stagionale ai bordi della città di mare, e con essa l’illusione della esistenza delle stagioni: dal mio Città d’inverno e di mare (1986): “Fra le colline e il mare/ ai bordi della storia/ una conchiglia di gioia/ nei cappotti serbare/ (…) E una città smarrita/ di luci e di motori/ ritrova su una riva/ la carezza nativa”.

Ma, rileggendo un saggio di Franco Fortini su Baudelaire (1974), come le stagioni “naturali”, anche la città storica non esiste più. Le sue ultime apparizioni si son date nel cinema. Non si dà più come luogo dell’avventura e del caso, poiché si è arrestata la rapida dilatazione urbana della rifondazione moderna. E non si dà più mutamento vero del cuore e della forma urbana, che baudelairianamente dividevano in noi nostalgia e futuro, amore passato dei luoghi in rovina e choc inedito: “Ah, la forma di una città/ cambia più in fretta del cuore di un vivo!”.

Oggi è l’immobilità nel mutamento, il mutamento nell’immobilità. Così che le metropoli (Fortini dice New York) sembrano tante città del passato, nella nuova città diffusa, esplosa, boschiva, dove se non a lampi è possibile il racconto, a strattoni il percorso, a frammenti l’analisi (e forse l’intervento, a sentire amici urbanisti come Secchi, da cui imparo). Le stesse metropoli, forse, essendo ormai periferiche e nel reticolo della città-regione aperta alla città-mondo e con questa integrata.

Incredibile acutezza di Fortini: “Oggi la scena è l’autostrada”. Un poeta italiano che con Pasolini e pochi altri, ha tentato davvero di leggere questa nuova lingua delle cose, per riversarla in parole, in questioni, idee, insistenze. Nel discorso indiretto (quello della forma letteraria creativa), come in quello diretto (arduo, della riflessione saggistica e politica).

Ha ancora potenza erotica la città? Gli ultimi a crederlo, dice Fortini, furono i surrealisti. Ma l’equazione donna/città/merce, è di Baudelaire. L’essenza del valore di scambio, il poeta dei Fiori e dello Spleen, la vide nell’immagine dove Parigi e la Prostituta si specchiavano. E nell’Epilogo progettato (e incompiuto) a chiusa delle sue poesie, dichiarando il suo amore in un’Ode a Parigi vista dall’alto di Montmartre, scrisse forse i versi più belli sull’alchimia moderna della conoscenza, e sulla dialettica del rispecchiamento rovesciato tra infame e sublime per una metamorfosi tra contesto storico e compito dell’arte di vivere nella città, che è, nonostante tutto, ancora la nostra: “Siatemi testimoni che ho fatto il mio dovere/ Come un perfetto chimico, eppure come un santo,/ poiché di ogni cosa l’ultima essenza ho estratto,/ M’hai dato tu il tuo fango, ed io oro ne ho fatto”.

[1996]

 

 

2. LA POESIA DELL’ITALIA, TRA CITTÀ-RIVIERA E DORSALE UMANISTICA

Città-riviera, dorsale umanistica, e visione poetica: ecco i tre elementi di una realtà reinterpretata con il sentimento della creazione letteraria del secondo Novecento. La realtà è quella marchigiana della provincia di Pesaro e Urbino, ma si estende alla realtà centroitaliana tutta, e ai suoi legami con il nord e con il sud. Ho provato, con le mie poesie e le mie prose di un trentennio, e poi qualche anno fa, su invito di Rosario Pavia per un convegno alla Facoltà di Architettura di Pescara, a descrivere la sensazione primaria di vivere in questi luoghi adriatici e collinari fino ai monti dell’Appennino. Ho trovato questo termine: città-riviera, un composto. Si tratta della percezione tangibile di vivere non in un solo posto, ma in una catena di luoghi collegati tra loro dal mare e da un comune sentire, produrre, imprendere e abitare. Da Venezia a Pescara e più oltre, ben prima di leggere il bel libro di Aldo Bonomi (Il distretto del piacere, Bollati Boringhieri, Torino, 2000), noi sentivamo questo distretto come l’industria balneare vuole che lo si senta fin dall’infanzia: una città-giardino sul mare, il luogo della scuola e del lavoro ma anche già della vacanza, con il piacere di abitare in un luogo di vacanza, che contempla il piacere degli altri come il proprio. Si può pensare che l’edonismo adriatico, in specifico romagnolo e marchigiano, derivi da questa compresenza fisica, architettonica e urbanistica, di svago e lavoro.

Alla schiera degli hotel e della città estiva corrisponde, infatti, la distesa parallela delle fabbriche e delle officine nell’interno suburbano della campagna: città estiva e città dell’impresa sono legate anche dalla visione di una gita in aereo da turismo. La fusione ambientale risponde a quella storico-sociale: artigiani e falegnami che si trasformano in industriali del mobile, pescatori e marinai che diventano ristoratori e albergatori.

L’altro elemento della fusione è certo l’omologazione del mercato e delle vite nel capitalismo maturo, che presenta i “nuovi protagonisti”, che Bonomi fa parlare: “i cacciatori di segnali forti” dell’industria del divertimento (che usano la mente e la rete: direttori artistici, gestori e dj di discoteche e locali vari) e “i cacciatori di segnali deboli”, che usano il corpo e le tecniche mercantili: cubiste, “pierre”, prestatori senza opera e senza merce, nuove professioni e mestieri dell’edonismo che omologa stili di vita e miti di stagione, «californiani».

La città-riviera è dunque il luogo dell’omologazione del “vero come falso” (città intere, come Venezia) e del “falso come vero” (i parchi a tema, i centri commerciali); e seguendo l’analisi di Bonomi si arriva a quella “immaginazione dell’ingegneria” o ingegneria dell’immaginazione, che disegna il futuro come un parco adulto e irresponsabile del tempo di vita libero dal lavoro, in cui la nuda vita degli altri è messa al servizio della merce più immaginaria di tutte: il nuovo piacere di massa, il falso vero per tutti, il vero falso per tutti. Questa produzione dei non-luoghi, che Marc Augé ha tanto bene indicato nel suo ormai celebre libro, si scontra con quella percezione di cui si diceva all’inizio: la percezione di un luogo affettivo molto forte, che non può essere in nessun modo accettato dalla coscienza come luogo artificiale e di passaggio, omologato.

Questo scontro tra il passato e il presente, tra il luogo ormai della memoria e il non-luogo dell’ideologia capitalistica immateriale e irreale che ci domina oggettivamente, ci interroga su quell’affetto del luogo, che Giacomo Leopardi più e meglio di tutti ha cantato in queste terre, all’inizio dell’Italia borghese, fino a quel concetto di “residenza”, che dopo di lui avrà nel poeta anconetano Franco Scataglini il suo massimo erede, sulla scia triestina di Saba e del gradese Biagio Marin. Ci dice anche che oggi il sentimento della merce, e della vita come merce di svago, convive con la nostalgia di quell’affetto primario: il proprio mare, la costa, le colline, i colli, i monti, lo spazio naturale, la città natale.

L’ultima notazione sulla città-riviera riguarda la considerazione definitiva che si trae dall’essere vissuti in questi luoghi dell’industria balneare: la percezione della stagione come set cinematografico. Dunque, percezione di un allestimento, di una riapertura, di un montaggio e smontaggio del set balneare: capanni, spiaggia di ombrelloni, hotel e ristoranti e chioschi riaperti; abituandoci, oltre che a quel sentimento di turismo della vita, anche alla Riviera come città-zombie, città morta e fantasma, che rinasce ogni stagione dai sepolcri inchiodati di tavole degli alberghi chiusi, riaperti come la sete del vampiro. Dunque, una sensazione del finto vero, del vero finto, come a teatro, o al cinema. Questo ci interroga sulla natura reificata di quella sensazione primaria della nostalgia affettiva del luogo, compiendo perciò su questo sentimento leopardiano un’operazione chirurgica: asportandone il mito turistico, per fare intravedere che tra luogo idealizzato e non-luogo percepito c’è ancora uno spazio: quello della critica e autocritica dell’economia politica delle vite e delle biografie singolari e collettive, nell’epoca che ha fatto del luogo un mercato, ma nella resistenza sorgiva dei luoghi.

All’ambiguità della città-riviera corrisponde infatti un ultimo pensiero che vi propongo: che alla costiera omologata risponda una antica maglia di unità autentica di arte e di cultura, una resistenza addirittura toponomastica dell’Italia: quella che chiamerei dorsale umanistica, che seguendo gli Appennini disegna città, paesi, borghi “della gentilezza e della cultura”, come il professore utopista di Volponi esclama nel Sipario ducale, lodando la “vecchia unità” di quella gentilezza e di quella cultura. Una poesia riconoscibile di luoghi e di vivi, contro la hegeliana prosa del mondo, e cioè l’astrazione del capitale. Questa dorsale umanistica dell’interno culturale italiano, fatta di città universitarie e cittadine d’arte, di musei e biblioteche, di distretto del sapere, e di sapore dell’arte, di distretto della cultura diffusa nazionale, che segue la geografia dell’Appennino umanistico di Pasolini, “teatro di dossi” e di memoria di una grandezza forse perduta, ma non dimenticata; questa dorsale della cultura e del progresso, si giustappone ancora, ce lo chiediamo, al distretto industriale e del piacere, dello sviluppo e dell’economia omologata del set costiero, disegnando una doppia struttura in cui l’entroterra assume le forme, appunto, di una resistenza e durata d’arte e di paesaggio? Sì, se Urbino esiste, e resiste.

Forse, la visione poetica di Pasolini e Volponi, la difesa dei margini, e di questa dorsale umanistica, ci aiutano a capire meglio come da essa sia nata l’ultima grande poesia dell’Italia, che aveva per oggetto proprio la poesia dell’Italia: la sua natura e la sua storia, i suoi difetti e le sue utopie eretiche, che stanno ora in libri che continuano a invitare a questo Grand Tour, e Grand Re-tour, giro e ritorno verso la visione poetica dell’umanesimo italiano del Novecento sotto il segno (e il sogno) di Gramsci e di Leopardi: Le ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo, La macchina mondiale, CorporaleIl romanzo di poesia di Volponi e di Pasolini dimostra che c’è stata una letteratura capace di nutrirsi della resistenza culturale di questa dorsale umanistica, e che questa visione poetica è un lascito anche per le avventure espressive dell’oggi, a patto che esse intendano la poesia come cultura complessiva e immersione storica totale nelle domande dell’esistenza umana, partendo dalla lettura geografica e antropologica di una comunità in cammino: perché forse esiste ancora, dentro l’omologazione, una poesia dell’Italia, cose, luoghi e persone, che vengono prima e dopo le parole dei poeti. Insomma, la bellezza del vero, il «sempre caro», «dolce e chiaro».

Forse, la poesia dell’Italia è nel suo centro geografico, orografico e costiero, ma anche culturale e artistico. Forse, la poesia dell’Italia sta proprio nell’intreccio tra la bellezza e la varietà delle sue coste (La lunga strada di sabbia, come nel reportage di Pasolini del 1959) e la riserva interna della dorsale appenninica, che rappresenta il deposito d’arte, di poesia e di cultura umanistica della sua grande e lunare tradizione, da riconoscere e preservare; come la sua natura bella, e a rischio, perché dentro la sua storia sospesa sul burrone del globale “Sviluppo senza Progresso”, nozione eretica che da Leopardi arriva al Pasolini corsaro; fino al grido postumo di Petrolio contro il fratricidio italiano, contro quell’economia politica delle stragi, che Il sipario ducale di Volponi aveva sollevato già nel 1975, irato e scorato, combattivo e cosciente di come la nostra bellezza naturale e culturale sia immersa nel fango storico e sociale, in attesa di una guida migliore e di un riscatto poetico della politica, di una verità che ancora non abbiamo, ma che non smettiamo di chiedere.

[2006]

 

(di Gianni D’Elia, pubblicato su La Gru)

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