Gianni D’Elia secondo Gianmario Lucini

 

[di Gianmario Lucini, pubblicato su Club degli autori]


Dire di Gianni D’Elia non è facile. Egli infatti è (poeticamente) una personalità complessa e semplice nello stesso tempo, e insieme una delle più significative voci della poesia italiana contemporanea. Se dire del complesso è difficile, lo è ancor più del semplice. Cerco quindi di ricapitolare, per sommi capi, i temi e le caratteristiche della sua poesia lungo l’arco di tempo che corre da Non per chi va (Savelli, 1980), sino a Congedo dalla vecchia Olivetti (Einaudi, 1996).
L’opera prima di D’Elia mi pare importante perché egli, in una lettera a Roberto Roversi e in una citazione leopardiana poste all’inizio della raccolta, profila il suo intento poetico, l’intenzione significativa della sua poesia. E a me pare che questo proposito onesto e lucidissimo di un giovane di 25 anni, sia tuttora la linea di condotta della poesia di D’Elia. In questo documento, il poeta si dichiara per “Una poesia che non sia più riflesso del mondo e di una verità negata dal potere, ma processo di una verità nuova e rifondata da un soggetto (brutta parola) che pensando si nega come tale (e qui penso a Heidegger). E qui la poesia non è solo linguaggio (ciò che è espresso), tèkne; o meglio, oggetto della poesia non è il linguaggio, ma il soggetto diviso dal mondo e dall’uomo, questo soggetto inumano e schizofrenico che cerca il suo essere umano senza speranza, (il suo essere natura). Il linguaggio della poesia è il linguaggio che gli uomini hanno dimenticato”.
Più avanti, in una forma più connotativa, afferma: “La poesia – io lo credo – non è realtà, certo, ma senso (da sospendere per cercare, e viceversa) interno alla vita che vive nel mondo, senso non unico ma vero, senso e suono e segno, fatto esclusivamente verbale (perché pensato e vissuto) che si stacca dal processo del valore, dal nero utile, e sceglie l’inutilità espressiva della poesia come funzione comunicativa della vita; per viverla, per amarla; e sognarla per cambiarla”.
E la vita quotidiana, a volte frustrante e segnata da una struggente malinconia “generazionale”, a volte intimamente ma mai intimisticamente riflessa, a volte leggera ed esaltata, appare prepotentemente in ogni raccolta di D’Elia:

Te le ricordi quelle mattine di Bologna
pomeriggi interi a sentire cantare i nostri
morti e tu così contento di sentire

dopo trent’anni ci troveremo come
due cani d’occhi bruciati col secolo
girato a guardarci per i lastrici le strade
del cotto e della guerra, terrazzi gialli
e ocra, terraccia bruna di Bologna
col secolo piombato nelle pieghe degli occhi
nostri pieni di feste e carezze, fumi.

(da “Non per chi va”)

 

Vorrei guardare l’ombra dei crepuscoli
senza un rimorso vero, amico,
vorrei che tu mi trovassi sincero
alla luce chiara dei ligustri.

Seduto su un muretto della via
pensile che guarda al carcere,
lontano dall’ansia e dall’inquieta
lussuria ermafrodita del narciso.

Per queste quattro vie, per questi
quattro scorci di mare e di colline
per piazze e viali, caseggiati, orti
nascosti e in giardini, la Bella ci volle.

(da “Febbraio“, 1985)

 

Entro queste coordinate il verso di D’Elia si applica, in uno studio attento e sensibilissimo della tradizione e del linguaggio, che segna vistosamente la lingua da lui usata e le stesse “forme” poetiche (la quartina). Scrive Mario Luzi: “C’è,ostentato, un partito preso, c’è una qualche ostinazione programmatica in questa scelta ? Forse sì, come sempre quando si tratta di attestare un convincimento, una fede”. E più avanti, parlando di “schegge di esperienza” che caratterizzano i versi: “La forma che assumono è di malleabili costruzioni verbali e ritmiche apparentemente astrattive: eppure poche espressioni di oggi captano capillarmente il vissuto come lo fanno, per linee furtive e sghembe, per istanti e baleni, le quartine di D’Elia nella loro ordinata sequenza, nel loro continuum” (cfr. la prefazione a Segreta, Einaudi, 1989).

E quando gli anni urtati verranno
ragazzi ancora, senza sapere,
incontro a rabbie si metteranno
ad assestare un proprio pugno.

Ma volgendo, gli anni, le spalle
e così ancora nessuno vedrà,
ché guardare sempre vorrà
ciascuno i propri compagni.

Ed in quegli anni alcuno avrà
il suo pensiero da quello dell’altro
mai saputo distinguere, tanto
una sola cosa, arsa, sarà.

(da “Segreta“, Einaudi, 1989)

 

Poeta dell’impegno civile, del sentimento di precarietà storica di una generazione intera, poeta della domanda inquieta e scomoda in ogni campodel vivere (civile, politico, interpersonale, sociale), ma anche poeta della ricerca spasmodica di un verso musicalissimo e nello stesso tempo semplice, alieno da costruzioni ad effetto, poeta della ricostruzione semantica ed assiologica di un “parlato” più che di uno “scritto” (è infatti la dimensione dialogica di un “parlato” ciò che caratterizza il lirismo di Gianni D’Elia).
E infine poeta coltissimo, come appare dalla magistrale conduzione e strutturazione della rivista “Lengua”, nella quale le note critiche e le riflessioni di Gianni D’Elia mostrano uno sterminato sapere, non certo “erudito” ma essenziale ad un progetto di poesia tenacemente perseguito nell’arco di vent’anni di attività.
Poesia, limpida e nello stesso tempo non facile da capire per quei lettori abituati a una poesia dichiarativa e connotativa che non richiede la loro partecipazione emotiva, una loro rammemorazione del testo. Gianni D’Elia è poeta ricco di messaggi ma anche esigente, poeta di “contenuti” ma anche di stile e rigore, poeta “dialogico” ma che nello stesso tempo non perdona il rifiuto al dialogo: semplicemente si vela, si ossida, svanisce. La sua poesia è una paziente e costante opera di ascolto del mondo, ma nello stesso tempo pretende di essere ascoltata nel silenzio e nella partecipazione totale di ogni organo sensoriale nella lettura, così come per un brano di Chopin. Questa “pretesa” della poesia di D’Elia si fa più forte col passare del tempo, ed ha la forza di un secondo “manifesto” della sua opera, che pure non mostra lacerazioni col primo sopra menzionato.
L’ultima opera di D’Elia che ho sottomano (Congedo dalla vecchia Olivetti,Einaudi, 1996) mi sembra infatti una raccolta molto diversa dalle altre. È una pausa di riflessione sul suo lavoro passato e l’esperienza di vitapersonale, e insieme un saggiare argomenti e temi non ancora affrontati,forse “impoetici” e frammentari, con la consapevolezza che occorre resistere a questo “vento” e durare un poco oltre, pur misurandosi con esso. Il suo dialogo, rivolto a un poeta (forse Pasolini o Fortini), trae pretesto da spunti quotidiani, da oggetti, e si trasfigura in una ricerca, a volte faticosa, ma complessivamente convincente e mai stagnante o artificiosa. Vi è un tentativo forse più deciso di superare o di ovviare a quella difficoltà di dialogo fra poesia e “prosa del mondo”, che pure è costante nella poesia di D’Elia.

L’impoetico: raccontalo a lampi.
Nomina le nuove impercepite
cose del mondo in cui ora siamo
immersi. E siano i versi

attenti al comune, alla prosa
che servi. E all’arso
cicalìo delle stampanti, poi che canto
è forza di memoria e sentimento

e oggi nient’altro che il frammento
sembra ci sia dato per istanti,
tu pure tentalo, se puoi, come tanti
durando un poco oltre quel vento.

Ma anche nella apparente resa – che più assomiglia ad una ricompattazione delle truppe, a una pausa strategica, a una riorganizzazione mentale – i temi di sempre riemergono a guizzi taglienti e inquietanti, amalgamandosi con la ricerca di un nuovo stile e un più ampio orizzonte tematico a cui D’Elia sembra alludere e che sembra qua e là tentare, nell’ambito di una poesia tutta protesa all’interrogazione inquietante sullo stile, sulla lingua, sul senso dello scrivere.
Il “corpus” dell’opera di D’Elia è oggi consistente: oltre a numerose raccolte in versi, è importante la sua triologia narrativa Gli anni giovani e il lucido lavoro di critica letteraria e filologica apparso sui numeri di “Lengua” di cui egli è fondatore e anima, e numerosi articoli apparsi su “Il Manifesto” a cui collabora da anni. D’Elia inoltre si rivela fine traduttore dalla lingua francese (ricordo la sua traduzione dello Spleen di Parigi di Baudelaire, edita da Einaudi, oltre a Valéry, Rimbaud, Artaud,Gide). Ci auguriamo di veder riunite le sue poesie scritte al tempo “della vecchia Olivetti” in un’edizione critica, poiché le sue opere sono in parte introvabili.
Concludo questa nota lasciando la parola al poeta. Si tratta di una lirica trovata su un sito “Internet”, che mi pare esprima con chiarezza l’atteggiamento del poeta verso questo secolo amaro e grande.

 

Caro Secolo Ventesimo,

 

Ora che hai tutto
il mondo qui su ogni schermo
e basta tu muova un dito
nostro sopra un tasto
perché a una parte
di mondo guasto
succeda un’altra
parte di mondo perso

 

Ora che dall’alto
dei satelliti hai il controllo
d’ogni mossa di chi
tu voglia occhiuto e vile
perseguire o colpire
all’incollo
del millesimo
di secondo sottile
Ora che lo scroscio
universale dei bit e dei circuiti
sovrasta il concerto
delle grandi cascate
e la massa mondiale in orchestra
dei motori e dei fluidi
batte nella colonna
assordante delle strade
o cova al silenzio
sotto mari e città o sui monti
come gli atomici funghi
tuoi dormienti nelle testate

Ora che nelle fabbriche
e nei laboratori
negli immensi hangar
nella gola bicroma dei reattori
nella piccola giungla
trasparente delle rianimazioni
nelle sterminate metropoli
di quartieri ricchi e dormitori
nelle nuove cattedrali
di vetrometallo delle Borse
delle Banche e delle Reti
delle Società per Azioni ˆ
sale l’osanna a te
secolo delle invenzioni e degli orrori ˆ

Ma ora che la più vera
speranza cade non lo senti
né ti chiedi perché
sei così vuoto e menti?

(1994)

 

 

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