Andrea Inglese. Il perturbante dei limoni


La distrazione

Andrea Inglese

2008, 120 p., brossura

Luca Sossella Editore (collana Arte poetica)


di Cecilia Bello Minciacchi (Alias, anno XII, n° 19, maggio 2009)

Nell’ultimo libro di poesia di Andrea Inglese, La distrazione (Roma, Sossella, pp. 115, € 12), gli indizi significanti si dipanano nella gestualità che assorbe la vita, che ne scrive ogni singola storia, quell’autobiografia che non si può «non raccontare», ma nella misura di una soppesata compiutezza: «tutto / ricordando degli abiti posati, / delle sedie portate contro il bordo / del tavolo». Il gesto o l’oggetto, però, schiudono spesso una mancanza, un nucleo cavo, e allora «i vani non riempiti» sono l’odierna declinazione del montaliano «anello che non tiene», una declinazione a minore. Non ci sono epifanie né mattini dall’aria di vetro, nei versi di Inglese, piuttosto consistenza tagliente e cristallina può avere la gnome che si rimastica tra sé: «la massima in bocca / è vetrosa». E di vetro infatti – per lucentezza e consapevole fragilità – paiono alcuni dei versi splendidamente gnomici che chiudono molte poesie. Pur così tersa, la lucidità di Inglese non specchia, s’intrude. Il suo nitore scopre il buio, gli slittamenti di posizione che la fermezza dei gesti vanamente combatte. Il risultato è perturbante: tutto ci è familiare qui, tutto ci appartiene, eppure tutto ci sfugge o si distorce quasi impercettibilmente. Il carattere domestico degli oggetti vicini si trasforma nell’inquietudine dell’indomestico. La presa di questi versi sul reale è salda, ma serve a mostrare quanto poco prensile sia, invece, quella che abbiamo sulla nostra vita. Chi non si autoinganna sa di procedere «come perdendo / i propri pezzi altrove, sfilati fuori». Sa che ci sono solo «cose che si vedono / e poi spariscono, incontri e abbandoni, / morti senza resurrezioni». Per afferrare cose e gesti, opere e giorni, può essere d’aiuto il disincanto, un disincanto che distingue e incide, la cui affilatezza può essere acuita, fino a diventare talvolta intollerabile, da un portato d’orrore, quello del piccione agonizzante sui cui occhi ancora aperti scattano i becchi di due corvi, esatti nell’alternarsi come i due figuranti di un carillon, di un sinistro gioco a bilanciere. Qui, nello sguardo poetico la distanza sposa in ossimoro l’adesione emotiva, e insieme si tengono in bilico. Gli occhi inermi del piccione si fanno varco del raccapriccio, altrove, invece, occhi umani hanno una diversa vulnerabilità, sono «qualcosa di aperto, di perso» sotto la calotta d’osso del cranio: «un varco ininterrotto / in cui si spingono e crollano / miliardi d’immagini». In una fisicità che riesce ad essere decantata e densa al tempo stesso, la memoria passa sotto le dita, si incamera «toccando con i polpastrelli». La quotidianità che preme, minima e inesorabile, ha valore etico ed esistenziale: in un testo perfetto come Limoni i frutti che, scorti da un mal chiuso portone, erano per Montale «le trombe d’oro della solarità», sono ora su un tavolo di cucina, sono «un mucchio, nel piatto afgano, / pronti a cader fuori. Deformi»; sono spremuti e bevuti «per niente, / per sicurezza, salute», e chi li guarda coglie «le loro bucce deformi, strizzate», «i vani dov’era il succo», il loro «piccolo vuoto / negli occhi».

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