Parola ai poeti: Pasquale Vitagliano


Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Effervescente. In cerca di una rotta. In cerca di una nuova lingua.


Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Ho pubblicato il mio primo libro a 23 anni. Ma la mia prima vera silloge è del 2009 con Lietocolle. Era già pronta da tempo. Solo che ho ritenuto il momento della pubblicazione secondario rispetto alla realizzazione di un’opera completa e matura. Ho scelto Lietocolle perché mi ha fatto da “tutor” in questo processo di elaborazione. Non ho avuto particolari aspettative. Si pubblica per essere letti nel “mare” piuttosto che in una “stanza” sicura. E’ stato molto bello scoprire che esiste una vera e propria comunità poetica che rende vecchio il dilemma se la poesia abbia o meno dei lettori. Delusioni? Avere la conferma (ingenua) che anche tra i poeti ci sono le “correnti e le cordate”, i “padrini”, i “salotti buoni” egli esclusi, i “paria”.


Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Alla prima non rispondo: ognuno deve giocare con serietà il proprio ruolo. Cosa mi aspetto dagli editori? Curiosità, coraggio, sostegno. Una forma – spero proficua per loro – di neo/mecenatismo.

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

La poesia devo molto al web. Entrambi sono elementi liquidi che hanno bisogno di scorrere liberamente, altrimenti ristagnano. Il peggior rischio? L’afasia.


Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Ho già risposto. La riscoperta delle comunità di rete può dare un grande contributo alla nascita di una cultura nuova, che abbia “cose nuove da dire”. I critici devono presidiare questo processo di stato nascente, ma senza “pose” o “schieramenti”. Sarebbe una farsa. La critica deve poi avere il coraggio di non cedere alla lusinga di fare di sé stessa un genere letterario. A causa di queste confusioni, la cultura, l’arte, la poesia smarriscono la propria anima.


Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Non ha senso dire che si può fare a meno di un canone. Tutti facciamo riferimento ad un canone. La lingua che parliamo è di per sé stessa un canone, anzi il primo canone. Bisogna evitare sia gli altari che i roghi; la tradizione dogmatica, come lo sperimentalismo di maniera sono incapaci di scrivere una poesia nuova. Dico una cosa un po’ retrò: bisogna innovare nella tradizione. Ma il salto creativo, le parole inaudite, una lingua veramente nuova sgorga solo da un “mostro”. Questo distingue i normali processi culturali dalla creazione artistica.


In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona Poesia?

Il Ministro della Cultura dovrebbe essere una sorta di Editore Pubblico, con una propria linea editoriale, ma senza velleità di educazione popolare. Dovrebbe limitarsi a sostenere in ogni modo la “circolazione” delle idee e della cultura. Ma il sostegno va dato a monte: alla produzione (i costi) e alla vendita (“il libro al prezzo del pane”); non a valle, con finanziamenti assistenziali (il sostegno a chi produce video o libri sulla “foca monaca” è deleterio). Sulla poesia il discorso non è diverso dagli altri prodotti culturali. Altrimenti facciamo della poesia la “foca monaca”.


Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Ripeto che la poesia come fatto culturale partecipa allo stesso dibattito sulla cultura di una nazione. Sarebbe un grave errore, ad esempio, coltivare canali privilegiati per la poesia tra i ragazzi. Non siamo già un popolo di santi, poeti e navigatori? Pur dentro il discorso sulla necessità di una cultura nazionale e popolare (sono proprio retrò), la poesia dovrebbe conservare il suo statuto di “mostruosità”. Poi basta che possa circolare liberamente.


Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è un cittadino come intellettuale. Come poeta è un apolide, anzi un “clandestino”, ma con un’accezione letterale, non politica. Altrimenti sarebbe banale.


Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

L’ispirazione senza disciplina è fuoco fatuo. La disciplina senza ispirazione è un inutile magistero. La scintilla non si accende a comando, se uno non ce l’ha. Ma può spegnersi se non si resta coerenti con la propria vocazione. Nei poeti l’opera si sovrappone alla biografia, ma senza auto-biografismi.


Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

La poesia è una forma di narrazione. Di per sé è un linguaggio.


Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Mia figlia Ornella di 7 anni scrive già poesie. Mio figlio Daniele pensa solo all’Inter.


Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Da giovanissimo ho avuto una grande possibilità di scrivere per mestiere. Mi è sembrata una gabbia e ho finito per perderla. Chi scrive per mestiere è un privilegiato. Ma Kafka faceva altro.


Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Vorrei avere tanto tempo per leggere quello che ancora non ho letto. Avrei così anche il tempo per scrivere ancora. Oggi manca la consapevolezza che c’è bisogno di una volontà epica di riscrittura della realtà in cui viviamo. Schierarsi da una parte dentro questo unico e comune palcoscenico non serve e non basta. Per salvarci ci vuole un poeta vero. Una chimera.




Pasquale Vitagliano. Vive a Terlizzi (BA) e lavora nella Giustizia. Giornalista ed editor per riviste locali e nazionali. Ha scritto per Italialibri, Lapoesiaelospirito, Nazione Indiana. Presente in diverse antologie, più volte menzionato in importanti premi nazionali, ha pubblicato la raccolta Amnesie amniotiche, Lietocolle (2009).

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6 Comments

  • Grazie, sono veramente colpito dalle vostre parole. Ringrazio anche Poesia 2.0 e Giovanni Catalano per questa opera importante di sostenere la comunità irregolare ma rigorosa dei poeti (e non solo).
    Vi abbraccio.
    PVita

  • impegno, forza civile,poetica della parola
    una liturgica,lisergica oltremodo attuale poesia
    un poeta del nostro tempo con le idee chiare
    e una poesia ancor più pura
    un caro saluto
    c.

  • D’accordo con Roberto sul “pasoliniano”, in una cifra poetica tuttavia originale:
    la poesia dovrebbe conservare il suo statuto di “mostruosità”
    e ancora:
    “bisogna innovare nella tradizione”

    L’intervista conferma una poetica che si nutre da tante e diverse fonti, con contaminazioni di cultura classica e popolare, il tutto mirato a un punto, mai scontato e dal grande spessore “civile”.
    Abele

  • pasquale è uomo e intellettuale di fascia alta, per certi versi “pasoliniano” ma nel senso di civiltà di insieme, non certo per sterile scimmiottamento linguistico, e credo che ancora non ha espresso (fortunatamente) le sue potenzialità davvero preziose..

  • La poesia è colta da Pasquale in uno stato di effervescenza, ma alla fine, dopo stringenti e precise risposte, ci dice che ‘ per salvarci ci vuole un poeta vero. Una chimera ‘ Dunque il poeta dovrebbe osare di più, sfidare l’utopia, andare incontro al Colombre, come nel racconto di Buzzati…

    Un caro saluto, Pasquale

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