Roberto Sanesi e il tramonto del gioco lieve

di Domenico Cara

quando le cose umane sono allo stretto
nelle parole, la lingua scoppia

 

roberto SanesiImmaginazione e intreccio sapiente

La convulsa e naturale singolarità della ricerca poetica di Roberto Sanesi (1930 – 2001), ha finalmente, nel 2010, il suo fondamentale “Oscar” mondadoriano: Poesie 1957 – 2000 e rappresenta la sua opera “scelta”, segnata e sognata dal paradiso delle proprie responsabilità autoriali.

In più eventi privati, artifici reali e irreali, sapide pantomime interlinguistiche, la sua concettualità, non poco spontanea e tanto riflessiva, dispone la materia del mondo (senza confini) in una alquanto provocatoria “interrogazione infinita”, molto lontana da soluzioni stabili o a popolarità percettiva per superfici risapute e stanziali.

Infatti il suo universo verbale continua l’esplicita mobilità per suggestivi tagli di voce, magnetismi spettacolari, osservazioni in lingua e contrappunti impertinenti, che puntualmente meritano la firma di poeta complesso, sperimentale e quasi devoto a un genere di performance che non si serve affatto del gesto eclatante e parodico, ma consente al verbum e alla stessa musicalità una serie di ritmi estesi e moltiplicati, un regolare intreccio sapiente di temi e di figure comunicative.

Essi affidano i messaggi a un discorso esplorativo non direi del tutto “lombardo”, né avvinto a quelle convenzioni del travestimento, che spesso imitano la condizione del magma e del tormento di ciò che si traduce. (Egli non è il traduttore di molta poesia inglese da Milton a Eliot, da Dylan Thomas ai metafisici?). Il catalogo del senso e delle sue mozioni è assiduamente libero e variegato nel vasto contesto di produzioni espressive, in forme che egli adotta alla trasformazione dell’io solerte e pur sempre autoironico, intellettuale e umano, didascalico e narrativo e alta marea di una dosatissima mozione poetica.

Da Il feroce equilibrio a Poesie per Athikte, Oberon in catene, Rapporto informativo, L’improvviso di Milano, Alterego & altre ipotesi, La cosa scritta, La recitazione obbligata, Il secondo profilo di alterego, La differenza, Senza titolo, Mercurio, L’incendio di Milano e altre poesie 1957 – 1988, Il primo giorno di primavera, le sue interferenze con la parola tra assurdo e paradosso, rinascita del descrittivo, reali irrealtà fantasiose, sono avviluppati da varchi d’intuizione il cui senso è il modello speculativo, poi gli aspetti di un adagio personale, certe essenze di una filosofia della rivelazione senza tregue e tutti intrisi del problema del testimone di un’epoca retorica, composta di esperienze ellittiche ed ebbre, di meditazioni a cognizione profetica. Insieme tracciano il ritratto di un poeta diverso nella repubblica della ricerca attuale che, attraverso un’assidua contiguità con le tensioni espressive, non ha bisogno di definirsi “avanguardia”, in pubblicità e passioni esterne e più diffuse. Ma nei contesti del suo respiro coglie forse, più di ogni altro contemporaneo, un sapore di vissuto in una “terra desolata” da altri non del tutto detta o sensibilmente percepita, se non come disorientamento o quotidiana leggiadria.

Le origini – credo – siano da ritrovarsi nel clima di un pensiero cogitante a infelice dismisura, piuttosto che in un adagiarsi in ovvietà del “parlato”, di cui è composta troppa poesia quando intende raccontarsi per acquisizioni di cronaca, potenzialità persecutorie, istanze d’immediatezza ad ogni costo, o analogie con certi “canti” che annoiano e –infatti – speciosi, a litanie ideologiche, a fermenti astratti e fine a se stessi, e secondo un dettato esistenziale corrente, incapace di resistere nella molteplice dispersione di casi e di misure labili, a più effetti di contrasto e necessari.

Materia della scrittura per accostamenti barocchi

Certe sue leggi di lavoro sono sicuro di averle avvertite nel 1947, quando un’antologia di “poeti contemporanei”, edita nel Polesine, con molti nomi sconosciuti e in attesa di una futuribilità individuale, ospitava alcuni suoi versi (e un mio sonetto innamorato). Per tale occasione, quei due esordienti che eravamo, siamo stati coloro che hanno continuato (dentro la buia trama) la strada, e colti da attenzione per vocazione o per intrinseca caparbietà. E, negl’incontri abituali in gallerie d’arte o ragioni culturali diverse, mi ricordava, molto lieto e anche divertito, quelle due apparizioni dis -antologiche  – ormai remote – che ci avevano ospitati: io dalla Calabria, lui da Milano, e avevano inaugurato con adolescenziale purezza, la comune nozione di prova (e di rischio in pubblico comunque immersi in una questione ossessiva e vitale).

Roberto, nel lungo tempo, ha conservato il medesimo effetto di curiosità disquisitiva a una musicale esplorazione metafisica, allora subordinate al temperamento giovanile, quindi avvolte da inalterati interessi della conoscenza, spinte fino ad un accostamento barocco della scrittura: pulsante, riflesso, ininterrotto, istituendo nella propria estetica e visione un’esistenzialità e un profilo profondi, mai separati dal suo essere, e anzi dall’alterego operativo e vivente, in ogni caso divenuto l’esprit con cui la sua poesia si fa ascoltare come un concerto insorto dai suoi silenzi e stati immaginari, opposizioni tensive a fruizione meno decisa o immediata. Questo immesso non al gioco lieve o a finto lirismo buono per ogni mente. Ecco un esempio:

“dire non dire, dissimulare dicendo, spostare / il segno, il confine – per evitare (che cosa?); / dev’essere infatti per ragioni pratiche che esiste, / da qualche parte, una realtà prestabilita // questo mare ingabbiato dalla sabbia, dove le code / e le cannule e le chele si esibiscono, acrobate, / e appaiono e scompaiono nelle frane, recinto / dalle reti, dalle griglie, dal grigiotopo di questo / novembre di rancori, con la tetraggine e il resto, / che gli si addice…” (da: “Dire non dire”, in Recitazione obbligata, 1981).

L’introduzione di Renzo Cremante e i conclusivi “Frammenti di poetica” dell’Autore (oltre che una lettura attenta, inflessibile, non amena dell’opera), nella presente occasione, consentono un approccio meno sperso per la duttile deriva. Le significazioni intanto sono in tutto innumerevoli, incidono sulla tattile brutalità dei nuclei inestenuabili, non si affidano ad alcun balbettio specioso per imitare le peregrinazioni informali di certi poeti i quali, per fomentare la propria mobilità semantica o correggere una tradizione della limpidità, abbandonano il concreto “rapporto informativo” e quello inusitato, spinto fino alla conoscenza che intende meglio perpetuarsi (e non soltanto con il suono o un’espressionistica irrequietezza).

Molta critica ha spesso taciuto su una possibile accettabilità, sebbene nel tempo Roberto sia stato solennemente indennizzato nel modello di scorgere il sublime e il trauma delle parole nel nostro tempo, rappresentato da troppi falsi assoluti e polveri, tutt’altro che d’oro, soltanto perché post – moderni o perché le istanze creative bastassero come concorrenze per combinazioni post – ermetiche, abili in collegamenti promiscui o teorici.

Monologo su non incauta immersione

L’acuta responsabilità di Roberto Sanesi in ogni luce è così capace di dilatarsi e, controllando l’oggettività inosservata scrupolosamente dalle articolazioni soggettive, coglie trasparenze a più incroci, in un monologo attivo, sempre ripreso dalla testimoniale entità del tempo scrutato sommessamente, e colto da furia consapevole, in un linguaggio autoreferenziale, detto con “equilibrio” anche sensoriale, fra i temi e i pretesti che sono molti: il peso dell’aria, la paura, l’importanza delle cose, il senso degli eventi, ecc. Essi echeggiano dappertutto dove sono raggiunti dalla strategia del primitivo e del discutibile, nella mobilità di immagini che non si colorano di un loro squarcio di sensi e di dissensi, ma determinano un solerte caso di laico sovrassenso, chiarificante, in una fluttuazione ardente, non mimetica o soltanto allusiva.

“Luce fangosa, / autunno, / dalie che si rigonfiano / oscene sotto il muro, stravolte / da un giallo velenoso”// “I comignoli delle fate, l’erosione, / i cappucci di pietra con le orbite / di fungaglia rossastra, porosi, / e nient’altro vi fumiga / che un’infrazione…” // “ svolando attorno a un falò, / sebbene lei stimasse impertinente strappare bosco e rupe / da sotto le zampe del merlo…”// “ L’umidità dell’aria. Le grandi lapidi. E  ancora / segni, sterpi, dove lo sguardo si incontra / con una incrinatura…” // “ se fosse  un vizio di lesa maestà / precipitare di nuovo all’origine.”//

La parola ritorna in ogni caso dal suo cosmo e racconta fatalità e prospettive, o cosa in essa si proietta attraverso lo smalto della voce, la libertà e le ombre che meglio incidono nei confronti della verità, soprattutto nelle evidenze di un labirinto. Qua e là, la funzione costante sembra incauta immersione nell’esclusività di idee astratte, di rigide avvertenze, commediali o separate dalle opportunità delle categorie comuni, ma il suo umano assalto è un’appendice e un riscontro totale con la negatività rigermogliante, presuntuosa e frantumata in più annunci. Così egli sconvolge il quadro delle modalità espressive tematizzate nella sua epoca, sembra vortice di una e tante insidie a iterazione ricamata, il tormento sorpreso da un’insoddisfazione che invece si espone come “croce e delizia” dei sogni traditi, delle sfumature aristocratiche, non naturali, delle dottrine ad assurdo orizzonte, o di quel compiersi perduto che sopravvive in un ricordo, perfettamente riscoperto dalla storia. Essa è alleata al nostro mondo e cresciuta in primis e infine con noi, universalizzata in allegoria di varia discontinuità. Ogni traccia della sua ricerca commenta l’ipotesi e il valore di fotogrammi negli spartiti (i suoi tanti libri), occupa esteso spazio verde, andirivieni fiabeschi, assilli a cadenze icastiche, ad umore pertinente, da cui piovono meteoriti linguistiche d‘intenso enigma o splendore.

“ La neve, nevicando, / si inventa ogni volta un silenzio. / Mi pare / perfino di vederla. Per questo / bisbigliano in giardino i ramoscelli, / passeggiano / da muro a muro, si tengono / dalla parte dell’ombra, con gli occhi / del buio rimasto in incognito.”//

La sua biografia non è una ferita spenta, ma un dovere dinanzi alle persone a cui la poesia si accosta (nell’indifferenza generale e ridicola) e in essa “la solitudine pubblica ha una scimmia in tasca” priva di ascolti, non di senno e di segno forbito, nella civiltà che ci attraversa con intere proiezioni testuali. Avvolta dentro e intorno al suo monoloquiale magma, la poesia di Roberto Sanesi scorre fluviale e, in sostanza, resiste in ogni sfondo della nostra soglia di attese, per quanto i giardini siano abbandonati e fuori moda, e le iniziative non bastano a colmare l’indubitabile vuoto, peraltro avvertito da tutti coloro che tentano di sorreggere l’onere della bellezza, non corrosa o appena fatta d’ombra per di immobili chiaroscuri.

Nella medesima coerenza fabulosa, fiammeggiano assonanze creative e angosce non minuscole, con quel significato aperto ed esperto, che individua la qualità nelle interpretazioni delle malizie esecutive, moltiplicate a più sorprese che fanno pensare a una possibile salvezza, in anni aspri e scavati dal male del Nulla, che scorre e trascorre tra noi, politico e acre, da impertinenze tutt’altro che pronte all’ascolto e, indubbiamente, non bastano i folletti e le occasioni per risolvere gli stupori delle assenze, mentre lo scintillio è totale e quindi illimitabile (come L’incendio di Milano, che sembra incidere molto nell’immisurabile fuoco del suo percorso).

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