Altre Voci n.4: Per… a Delo


Il peana è un genere le cui caratteristiche principali sono la dedica ad Apollo e la ricorrenza del ritornello iè iè paian (“guaritore”, epiteto con cui veniva appellato il dio). Dal recente “incontro” con un peana tratto da Pindaro (Frammenti, a cura di Roberta Sevieri, Edizioni La Vita Felice) sono scaturite alcune suggestioni di lettura che forse valgono una riflessione. Nel testo (Per…a Delo – Peana VIIb =fr. 52b M) Pindaro, disponendosi ad invocare il dio celebrato a Delfi, assume l’Inno ad Apollo, attribuito ad Omero, quale termine di riferimento:

 


Rispetto al precedente omerico Pindaro pone una distanza, scegliendo una “via non battuta” e quindi probabilmente differente rispetto al mito canonico del dio così come lo canta Omero, ma pur sempre in un cammino su cui viene invocata la protezione delle Muse. Lo sguardo rivolto alla (propria) tradizione e la scelta di un nuovo panorama, che da questa si discosti, riassumono la tensione che esercita Pindaro nella propria scrittura, tensione che nulla ha a che vedere con i c.d. “voli Pindarici”, solitamente riconducibili a un’assenza di elementi conoscitivi che, sebbene ignoti al giorno d’oggi, dovevano essere ben presenti al pubblico cui il poeta si rivolgeva e potevano, quindi, venire sottointesi nella composizione (non già “voli”, quindi, bensì sponda silenziosa del pubblico al coro):

Apollo…
te e…
la madre…
peana…
corone…
con germogli…
a me non…
do inizio…
all’eroe…
fate risuonare i canti,
lontano da Omero, per una via non battuta
sempre procedendo, né con cavalle d’altri,
poiché noi stessi sul carro
alato delle Muse siamo saliti.
Ma io rivolgo la preghiera alla figlia di Urano
Mnemosine dalle belle vesti e alle sue figlie,
di concedermi grazia di canto,
perché sono cieche le menti degli uomini,
quando senza le Eliconie
si spingono a cercare la via profonda di saggezza.

A me hanno affidato questa
fatica immortale…


È curioso come dalla lettura di questo testo, appartenente ad uno degli autori che nel canone Alessandrino compare tra i massimi esempi della poesia lirica, scaturiscano sovrapposizioni del tutto casuali con parte della letteratura contemporanea (una sorta di sensibilità alle condizioni iniziali). I primi nove frammenti, così come ci sono restituiti dal tempo e senza ciò che il tempo ha consumato (in termini di testo e senso), richiamano (imprevedibilmente) alla mente una serie di esperienze in cui la frammentazione (o addirittura frantumazione) e lo scarto sintattico – consapevolmente adottati – giocano un ruolo fondamentale. Tra tutte si vuole citare qui una scrittura quanto mai scevra da parentele con la lirica pindarica, eppure da essa (da questo frammento pindarico ed a parere di chi qui ne scrive) riecheggiata per contiguità, rectius prossimità, sul piano della “temporalità” (vedi sotto). Si tratta di una delle esperienze letterarie più significative nella letteratura contemporanea, quella di Giuliano Mesa: un percorso per molti versi unico e così profondamente immerso nel terreno del linguaggio e della Storia da cui esso nasce, da presentare un carattere di a-temporalità e non riconducibilità a categorie di sorta. Tale percorso (è recentemente uscita, per le Edizioni de La Camera Verde, la raccolta ragionata di Poesie 1973-2008) meriterebbe ben altra trattazione, ma qui si vuole insistere sulla componente di “causalità” di una lettura, invece, casuale, a partire da due esempi della scrittura di Mesa:

da 1,6,7 (I)


[ ardere, dando ]

mai soltanto il bene

per ogni gesto,
un gesto non compiuto

[ ogni ricordo il non ricordo,
ogni rammendo scuce ]


da 1,6,7 (II)


[ avviene, s’avventa ]

sì,
così

[ tronco ritorto,
raschio di ruggine ]


Laddove il tempo dona al frammento pindarico una curiosa patente di modernità, nei frammenti di Mesa (la cui nudità enunciativa porta a far affiorare una parola fortemente materica) è il tempo stesso ad approfondire la prospettiva. Grazie ad una raffinatissima sensibilità musicale dell’autore, nel fondo della parola batte un tempo (un ritmo) che va al di fuori del tempo presente della lettura (così come, a contrario, nei frammenti pindarici lo scorrere del tempo ha reso stranamente “contemporanei” i versi dedicati ad Apollo). È il battere che indica una persistenza, quella della vita, che nel levare consuma tutto ciò che è sottratto alla dicibilità. Di qui lo spazio bianco, il vuoto, il silenzio;  elementi negati alla conoscibilità in cui il nero, il pieno, il rumore della storia vanno a conflagrare e da cui esalano questi resti, questi frammenti, che sembrano formarsi nel momento della loro scrittura (così come, ancora a contrario, il tempo fa ed ha fatto un testo a sé dell’originale pindarico, a noi non pervenuto nella sua prima ideazione). Nella sopravvivenza dei frammenti pindarici è ciò che manca a rendere il passaggio della storia, che cancella e ricodifica il senso (un senso); nella persistenza dei frammenti di Mesa è la storia che si dichiara, tacendo, nel vuoto attorno. Tutto ciò a significare quali forme di dialogo impreviste (ma in una logica di evoluzione del sistema che ogni lettura produce) possano scheggiare il cristallo del tempo e quante ipotetiche ulteriori vie non battute possano derivare da una lettura caotica (un “sistema caotico” è caratterizzato, per l’appunto, da tre fasi: sensibilità alle condizioni iniziali, imprevedibilità, evoluzione del sistema). O forse un esempio di volo, questo sì, pindarico.

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5 Comments

  • a proposito di tempo nella poesia e di aspetti di una realtà che sarà la loro stessa, anziché quella del poeta scomparso”

    Sobre la misma columna,
    abrazados Sueño y Tiempo,
    cruza el gemido del niño,
    la lengua rota del viejo.

    ¡Ay cómo canta el alba! ¡Cómo canta!
    ¡Qué espesura de anémonas levanta!

    Y si el Sueño finge muros
    en la llanura del Tiempo,
    el Tiempo le hace creer
    que nace en aquel momento.

    (F.G.Lorca, “La leyenda del tiempo”)

  • peraltro, sempre restando nella mia approssimatività definitoria, so darmi anche una prima – ma basilare – risposta del perché le poesie di Mesa, ma non solo di Mesa, abbiano questa forza: ci pensavo oggi leggendo due testi di Magrelli, su Alfabeta2, che definire “grotteschi” già sconfina nel complimentoso: Mesa sa che che la poesia non è una semplce “funzione” del linguaggio, bensì una forma di conoscenza e di discorso alternativa, radicalmente alternativa alle altre forme di discorso e conoscenza alle quali si prestano le funzionalità della lingua: e che, pertanto, non si arriva sul foglio per tradurvi un sapere già acquisito, un pregiudizio (il caso di Magrelli citato sopra), qualunque sia il suo livello di elaborazione, una tesi o teoria o anche l’ultimo degli eventi semplicemente da “accentuare” e ritmicizzare e retoricizzare e via dicendo. ossia ciò che fa il 95% dei poeti. si arriva sul foglio per conoscere, per dare una forma necessaria – e altra, tremendamente altra – a questo conoscere. quando un poeta riesce in questo, come Giuliano Mesa, si potrà appunto individuare nei suoi testi quella chiave benjaminiana di cui ho detto nel commento precedente, ma subito, contemporaneamente, senza appunto la contestualizzazione a posteriori del critico o le vicende (anche politiche) della storia della ricezione.

    fatta fin troppa confusione, ma può andare. ringrazio per gli stimoli derivati da questo post,

    ancora un saluto,

    f.

  • nelle “Note sui Quadri di Parigi di Baudelaire”, Benjamin ha scritto:

    “Si potrebbe immaginare che una scienza legata al divenire sociale consideri un’opera poetica – la quale costituisce un mondo apparentemente autosufficiente – come una sorta di chiave costruita senza aver minimamente idea della serratura in cui un giorno essa verrebbe introdotta. In tal caso quest’opera si vedrebbe rivestita di un significato completamente nuovo a partire dall’epoca in cui un lettore, o meglio una generazione di nuovi lettori, si accorgesse di questa chiave virtuale. Per loro, le bellezze essenziali di quest’opera faranno tutt’uno con un valore supremo. Essa farà loro comprendere, attraverso il testo, aspetti di una realtà che sarà la loro stessa, anziché quella del poeta scomparso”.

    E’ un frammento che, privato di certe specifiche relative all’opera generale di Benjamin, ho avuto immediatamente in immagine, Giulio, leggendo il tuo sorprendente accostamento tra Pindaro e Mesa. Resta anche questo, ovviamente, catalogabile tra le “forme di dialogo impreviste” – e però mi ha fatto pensare ad una caratteristica della poesia di Mesa che mi ha sempre impressionato, e che mi sembra anche tu abbia in mente quando scrivi:

    “[…] nei frammenti di Mesa (la cui nudità enunciativa porta a far affiorare una parola fortemente materica) è il tempo stesso ad approfondire la prospettiva. […] nel fondo della parola batte un tempo (un ritmo) che va al di fuori del tempo presente della lettura […]. È il battere che indica una persistenza, quella della vita, che nel levare consuma tutto ciò che è sottratto alla dicibilità. Di qui lo spazio bianco, il vuoto, il silenzio; elementi negati alla conoscibilità in cui il nero, il pieno, il rumore della storia vanno a conflagrare e da cui esalano questi resti, questi frammenti, che sembrano formarsi nel momento della loro scrittura (così come, ancora a contrario, il tempo fa ed ha fatto un testo a sé dell’originale pindarico, a noi non pervenuto nella sua prima ideazione). Nella sopravvivenza dei frammenti pindarici è ciò che manca a rendere il passaggio della storia, che cancella e ricodifica il senso (un senso); nella persistenza dei frammenti di Mesa è la storia che si dichiara, tacendo, nel vuoto attorno”.

    ossia, dicevo, che questa poesia, nel suo essere costellazione carica di tensioni anche quando irrigidita nella forma del resto, del frammento, sa crearsi e porsi e lasciarsi appercepire immediatamente – proprio perché di temporalità è già talmente carica da “scavalcare” il tempo presente, non solo quello della lettura – nel valore e tenore di quella chiave, che riguarda lo stesso passaggio/trasmissione del senso, di cui diceva appunto Benjamin.

    mi dilungo, e me ne scuso. a volo volo,

    un caro saluto,

    f.t.

  • [Nel frammento il segno del perduto e del ritrovato, il tratto della ferita e l’elegia superstite d’una avviata convalescenza]…

  • [Nel frammento il segno del perduto e del ritrovato, il tratto della ferita e l’elegia superstite d’una avviata convalescenza].

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