Intervista a Roberto Carifi

Lei ha insegnato filosofia a scuola, e ha pubblicato anche saggi filosofici. Qual è il rapporto tra filosofia e poesia?

Io tendo sempre a considerare separatamente la filosofia e la poesia però, allo stesso tempo, fra loro c’è una relazione. Dopo un certo tempo, dall’indagine filosofica si passa a quella poetica perché la verità filosofica arriva fino a un certo punto, mentre quella poetica va oltre, è molto più grande di quella filosofica. I due ambiti sono quindi separati e uniti, perché la filosofia ci prepara a quello che ci dirà la poesia ma questa parlerà un linguaggio totalmente diverso.


Si può dire che, in un certo senso, filosofia e poesia portano lo stesso messaggio ma espresso con codici diversi?

Sì, certo, ma senza dimenticare che la filosofia cerca “una” verità, mentre la poesia cerca “la” verità.

 

La filosofia è ricerca del vero, ha una missione ontologica. Ossia chiamare le cose col loro vero nome, come insegnava Confucio (per dire che il messaggio filosofico è lo stesso a tutte le latitudini). Il mondo di oggi chiama invece le cose con nomi che sembrano essere l’opposto della loro essenza: la guerra è diventata “umanitaria”, la democrazia non è più controllata dal popolo ma dalle multinazionali che influenzano le scelte politiche, i diritti civili vengono esportati facendo uso della tortura… questa degenerazione, consapevole e quindi colpevole, del legame tra significante e significato, non pensa che sia uno dei mali maggiori del nostro tempo? A cosa è dovuta, secondo lei? E la poesia può porvi rimedio in qualche modo?

Che sia uno dei mali maggiori del nostro tempo non c’è dubbio, su quali ne siano le cause se ne potrebbe parlare per giorni, e forse ognuno darebbe una propria risposta. Ma di certo la poesia può fare da argine a questa degenerazione, perché coglie le cose nella loro essenza, nel loro “esser così”. La poesia smaschera la realtà dall’uso distorto e pretestuoso che ne viene fatto, la ripulisce dalle impurità con cui l’uomo, per interesse proprio, la sporca e la nasconde.


Nelle sue poesie ci sono spesso richiami religiosi. La religione dovrebbe essere soprattutto amore, richiamo a una comprensione reciproca. Invece oggi viene usata come strumento di odio, di divisione. A me l’idea dello scontro di civiltà, la teoria della Fallaci dei musulmani che vogliono invaderci e conquistarci, sembra una buffonata, una specie di ideologia studiata a tavolino da certi ambienti fondamentalisti cristiani per crearsi un nemico contro cui poter combattere. Lei che ne pensa? Non pensa che cristianità e mondo islamico siano, nella loro essenza, molto più vicini di quanto non si voglia far credere?

Sì, senz’altro, perché il mondo islamico non è affatto quello deformato che ci propongono i media. È vero che ci sono alcuni che credono nella cosiddetta “guerra santa” e la portano avanti, ma questo non ci deve far generalizzare il giudizio complessivo sul mondo islamico. Esso stesso, nella figura delle sue maggiori istituzioni religiose, prende spesso le distanze da certi atteggiamenti estremisti. Io comunque, nella mia vita, non ho contrapposto al mondo islamico quello cristiano ma quello buddista; da lì non è mai venuto, e sono sicuro mai verrà, nessun atteggiamento e tantomeno nessuna pratica violenta. Il buddismo non si presta affatto ad essere manipolato in questo senso, perché le moltissime “scuole” che lo compongono riconducono tutte all’unico Buddha che è appunto rifiuto totale di ogni tipo di violenza. Ma nella mia concezione religiosa convive anche il cristianesimo che, con la sua vocazione trascendente, completa l’immanenza tipica del buddismo. Certo, devo ammettere che il mio cristianesimo è sui generis, in quanto non mi riconosco, e non riconosco l’autorità ecclesiale; diciamo che il mio è un cristianesimo senza Chiesa che, forse proprio per questo, si può incontrare col buddismo.


La poesia viene spesso intesa, con un luogo comune, come astrazione dalla realtà, dal sociale, dal politico. Invece, fin da Dante, ha spesso avuto un forte ruolo civico. Senza scomodare il Sommo, basti pensare alle polemiche che hanno coinvolto l’ultimo Luzi o gli ultimi versi di Raboni. Lei come si pone di fronte al mondo? pensa che il poeta debba avere un ruolo nel condannare le storture di questo mondo e nell’indicare una via per una società più giusta o deve solo contemplare dall’esterno?

Io, per un certo periodo, ho creduto nella possibilità della poesia di investigare la realtà contingente, compresa quella politica ma da un certo punto in poi ho perso questa fiducia. Non credo che la poesia possa incidere in modo forte sulla realtà perché appartiene ad una dimensione diversa: la dimensione del “segreto”. Se io ho un problema che mi pongo davanti, siamo io ed il problema. Ma se io ho un segreto, io faccio parte di quel segreto, sono un tutt’uno con quel segreto. Diventa quindi difficile affrontare con la poesia temi politici o legati all’attualità. Per lo meno affrontarli in modo diretto, perché nel suo esserne “fuori”, la poesia comprende anche tutta la realtà. Apparentemente quindi la poesia non è uno strumento giusto per indagare la realtà ma, se si guarda bene in profondità, è uno dei più giusti. Quando io, con la poesia, ho trovato il “segreto”, il “mistero”, ho trovato tutto, anche la politica. Con questo non devi pensare che io sia indifferente alle cose del mondo, se c’è da fare una battaglia giusta io sono il primo a schierarmi. Ma fare poesia ha bisogno di ben altri elementi: la mia stanzuccia, la solitudine e il silenzio sono indispensabili per individuare, indagare e carpire il “mistero”.


E la prosa invece? Pensa che possa indagare meglio la realtà?

La prosa non la conosco molto, non è il mio ambito. Quando provo a scrivere in prosa ho sempre bisogno di sapere chi sarà il mio pubblico, quanti lettori avrò, di che tipo. Invece la poesia è tutta lì, prescinde da tutte queste considerazioni esteriori, c’è solo il poeta e il “segreto”. Prosa e poesia sono due linguaggi totalmente diversi, non hanno niente in comune.


Aveva dunque ragione Sartre a dire che lo scrittore completa il suo processo di scrittura quando il suo libro viene letto, perché il lettore è parte fondamentale di questo processo. La poesia invece è, in un certo senso, autosufficiente.

Sì, questo è vero, ed è forse una delle poche cose che posso condividere con Sartre, a cui non è riuscito di essere né un buon filosofo (ha furbescamente inventato il suo esistenzialismo semplicemente capovolgendo le categorie di Heidegger), né un buon prosatore, né un buon drammaturgo. Ha certamente ricoperto un ruolo importante nella storia della filosofia del Novecento, ma non è nemmeno paragonabile alla grandezza di un Heidegger.


Perchè la grande editoria non investe in poesia e si adagia unicamente sui grandi nomi ormai acquisiti?

Perché la poesia non interessa a nessuno, non vende, e le case editrici sono comunque aziende che preferiscono puntare sui nomi sicuri che hanno un po’ di mercato: Magrelli, Valduga, io la Merini e che comunque quando arrivano a vendere 1500-2000 copie è un gran successo. Niente di paragonabile dunque ai numeri della prosa. Del resto chi sceglie di fare il poeta (o il filosofo) sceglie la solitudine, altrimenti non potrebbe sentire le parole “vere” e distinguerle da quelle false di cui è pieno il mondo. Solitudine e silenzio sono gli elementi del poeta.

(di Simone Piazzesi pubblicata su WebMagazine il 10 ottobre 2006)

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