Vicolo Cieco n.28: Di cosa siamo orfani?

 

In fondo è stato Eugenio che ci ha insegnato i conti della lavandaia che l’ha  introiettata in una fraseologia del presente e la listina, si sa, soffre dell’ansia dell’aggiornamento, delle cosette mancanti nel frigo, del latte andato a male.

E allora via libera ai frullati, al linguaggio da ikea con l’istruzioni per l’uso, agli spruzzi in qualche buco. E’ vero come sostiene Montalto che “chi non vede il buono è soltanto un dilettante” o alla peggio un lettore cattivo, ma è anche vero che l’eccesso della solidarietà è una deformazione della partecipazione e che un testo è diventato solo il luogo dove qualcuno recita una parte e nulla più ha a che fare con la trasgressione in movimento che auspicava Porta.

In ogni poesia i drammi si affacciano e le fratture si amplificano, penso a Bellezza a Cucchi al primo Viviani a quella poesia che avrebbe dovuto farsi in un tempo interrotto ed è invece stata fraintesa da simulacri di durata, poesia che ci restituisce un dialogo tra sordi. I temi inevitabili ci hanno restituito un dettato malconcio, perché abbiamo permesso che l’ovvietà assolvesse tutti per mancanza di prove. Lo spontaneismo forzato crea una letteratura selvaggia, ne sono un esempio lampante le derive settantantine e la loro restituzione ombelicale.

 

Di cosa siamo orfani? Di paraventi, di terre calpestate e di quelle sparite, non raccontiamoci patacche: l’unica cosa di cui siamo orfani è la spinta, siamo orfani di propulsione. Abbiamo sacrificato la poesia per la poetica, abbiamo abdicato tutto in nome della trasversalità perché faceva tanto figo e adesso nell’esercizio della crisi vorremmo canonizzare il contemporaneo… che ideona fantastica, la solitudine dell’anima al guinzaglio anche per noi che spesso scriviamo controvoglia.

Una veduta corretta della poesia oggi deve affrontarne i luoghi fisici, essere là dove il tessuto si lacera per una geografia dell’espressione che ci faccia dimenticare tutte le mappature dove anche noi inizialmente siamo caduti. Geografia che si produce sul piano dell’immanenza del corpo, dei flussi e dei linguaggi non nelle sterilità delle nomenclature.

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