Massimo Sannelli: Spes contra spem

 

In un istante, in un istante solo
si vuole la reazione a molte offese,
avute e amare. La mente fa un volo
di anni. Questo volo non domanda

nulla, prima; poi prega che il suo ruolo
ritorni fumo e aria; allora prende
la posizione di tutti: il bel suolo
e una lingua adattata alla sua vita.

Nulla è mai dovuto; ma qualche cosa
è necessaria. Opporsi ad una storia
stabilita non giova. Vale il rosa

di colore che completa la gloria
serale; e una ricerca ora si posa
qui, qui e ora, e ne resta memoria.

Ho abbozzato questo sonetto in una clinica, nell’estate del 2004, in condizione di lavoratore e non di paziente. Prima del turno di notte, è bello aprire il computer portatile, in giardino; scrivere qualche cosa; sotto gli alberi c’è il fresco. Intanto, completare il sonetto, entrare e lavorare; sulla scrivania, continuare la serie dei sonetti; ne nascono altri cinque, sei sette, e appunti nuovi. Oggi parliamo di «vita monastica» e di «vita poetica»: la parola in comune è vita. [qui non oso più teorizzare: il luogo è troppo «separato», cioè santo, anche se vede la città che lo vede. Ascolto dom Bernardo, prendo gli appunti che dirò, tra poco; ma soprattutto voglio leggere poesie: io voglio che io taccia, a San Miniato] E – per eccesso di vita [che manca, che è difficile, che turba i denti e le ossa; e la mente] – dico: nessuna poesia senza «vita poetica». I testi non contengono tutto, e Margherita Porete scrive che «non prega nulla». Ora la preghiera è lei, felicemente. [una quieta Margherita inquieta me; perché ferisce la mia abitudine e la mia ragione: non pregare, non pregare più? Ora non posso. Come il Cristo, ventre gonfio e gravido, nell’abside della Basilica: come partorirà il Signore, se non squarciandosi? Cristo è in gloria, senza segni visibili della Passione: o c’è stata, e dimenticata, o ci sarà. Resta un’icona fortissima, appesa su Firenze, che la osserva, osservata: un quieto regale Cristo in maestà inquieta me, e molti di noi]

Che una poesia sia scritta, che sia un testo, che sia forma obbediente a forme riconosciute, anche socialmente – non è più necessario, nel tempo in cui il mondo stesso è stanco di essere la casa degli uomini. Tutte le urgenze si sono ricomposte in una grande domanda, che ha due rami: uno riguarda l’ambiente, l’altro il diritto di sopravvivere; ed è quasi certo che l’Occidente è arrivato al suo limite. Ciò che (e chi) consuma, sarà consumato.

Ora pensiamo che ci sia un corpo e immaginiamolo vivo. Poiché è vivo, è attraversato da aria che entra ed esce. Il corpo ha cavità e risuonatori: dunque è uno strumento. La voce è aria intonata, dall’interno – il ventre – del corpo; esce dalla bocca, che mangia il cibo e prega e bacia e fa godere [è sempre la stessa bocca]. Ripeto cose che il senso comune non dimentica. Dunque: la ricostruzione della parola nel corpo è continua, e le voci non sono molto simili. Così ho iniziato a scrivere forme di non-poesia, di para-teatro, di performance, e di e di e di – e nessun nome mi ha ancóra convinto: disperando dei nomi, ho sperato nella voce; disperando della poesia di prima – la mia –, ho fatto quello che potevo: ho scritto altri testi, privi di qualsiasi ordine agli attori. Cioè ho scritto abbozzi e appunti per spettacoli che NON VOGLIO né dominare né dirigere, né conformare ad una mia idea. Dico che la tensione è stata mia, ma il risultato del non-finito spetta ad altri. Va bene? Faccio quello che posso.

In questo frammento parla una Saffo incredibilmente blesa. Frammento è il nome più adatto: mancano l’incipit, la voce [che deve simulare un «difetto di pronuncia» o un «segno particolare»], gli atteggiamenti e i gesti di cui sono curioso e che il testo stesso – per essere migliore – chiede.

La dea. La dea. Il trono della dea.
la dea è immortale. il trono della dea
è colorato io prego la dea bella
non mi abbattere ancora io ti adoro
non mi spezzare l’anima dea vieni
qui dea – come una volta
correvi alla mia voce da lontano
e una volta mi hai chiesto cosa vuoi
perché mi chiami donna perché soffri
stavolta e hai di nuovo
l’anima malata: e perché ti offendono?
dicevi chi ti sfugge
ti inseguirà domani
chi non ti ama ti amerà domani,
anche contro sua voglia.

dea. vieni. dea ora. vieni.
da questa pena scioglimi
dea anche ora in guerra
dea vieni, mia alleata –

[silenzio]

e il sonno piove e scende
dalle foglie agitate
e l’acqua è fredda, viene
giù tra i rami del melo.

[Firenze, 19 aprile; Genova, 21 aprile 2008: tempo totale di modifica: 61 minuti]

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