Intervista a Cesare Viviani

1. Hai cominciato nel segno del neovanguardismo, con L’ostrabismo cara e Piumana passando poi, in altre raccolte, come L’amore delle parti, Merisi, Preghiera del nome, L’opera lasciata sola, Una comunità degli animi e Silenzio dell’universo, a ricomporre nuovamente il discorso in una ricerca di chiarimento del segno. Come vedi questo tuo percorso? C’è, secondo te, un asse portante che lega, in una linea coerente, tutte queste raccolte?

La poesia è una, qualunque abito indossi, da qualunque linguaggio nasca. Così non c’è mai problema di coerenza per la poesia e per chi scrive poesia, non ci deve essere. Problemi di coerenza possono esserci, forse, per chi fa teoria.

E poi bisogna intendersi sul significato di “coerenza”. Per molti “coerenza” vuol dire facile riconoscibilità, facilità di individuazione: dunque una coerenza molto manifesta ed esteriore che è più strumento utile per il lettore che necessità profonda della scrittura.

La coerenza ineliminabile della poesia è la sua necessità profonda di esperienza estrema. Chi, invece, progetta di fare poesia o coltiva l’ambizione di farla e vuole a tutti i costi essere poeta deve pure preoccuparsi di una coerenza stilistica per evidenziare la propria identità.

Per accennare al mio percorso, posso dire che credo di avere scritto sempre lo stesso libro, e da L’ostrabismo cara a Silenzio dell’universo è una sola l’origine della scrittura: è la parola che, uscita dall’inganno dei significati e dall’illusione dei referenti, dice se stessa, solo se stessa. Il lettore si trova di fronte una parola che dice prima di tutto la sua separazione dal noto, dal definito e poi si rivolge all’Altro, Altro veramente indefinibile.


2. Nel libro Preghiera nel nome ci sono tanti personaggi, tante voci, tanti discorsi frammentati, talvolta sconnessi. Sembra, come afferma lo stesso titolo del libro, una preghiera, un’invocazione di aiuto, un dire senza dire cose che fanno male, che feriscono, che talvolta le persone non sanno gestire. Eppure, in Il silenzio dell’universo, l’eterno fugge all’intelletto, non si può capire né  nominare nella sua “luce indicibile”. La tua poesia è forse è un tentativo di esprimere l’indicibile? È sempre, e ancora, una preghiera?

È vero, forse la parola della mia poesia è sempre stata un’invocazione, una preghiera. Ma vorrei distinguere.

C’è una richiesta di protezione e di aiuto che ogni sera sale dai nostri cuori rivolta a Dio, un Dio inteso come un padre buono, un fratello maggiore, un compagno soccorrevole, un Dio familiarizzato. E poi, invece, c’è un Dio a cui non si può dire e di cui si può dire, a cui non si può chiedere, impensabile, irrappresentabile.

Ora la parola della poesia è quella che mette il pieno dell’affettività di fronte al vuoto dell’universo.


3. Nel tuo ultimo libro tu dici “Silenzio dell’universo / è lingua di chi si è perso / e tutto ha lasciato, dato: / parola di chi è annullato.” Ma il dolore dell’uomo, si può annullare, si può perdere in quel ”silenzio”? La creatura può comunicare, se non con il gemito, o con qualche dolorosa parola di poesia il suo poco, il suo nulla?

Non c’è dubbio: il dolore dell’uomo si perde nel silenzio dell’universo. Si perde addirittura nel silenzio di un prato, di una piazza, di un giardino.

D’altra parte l’attaccamento al dolore è uno dei legami più forti e duraturi: può diventare anche una ricerca di sofferenza. Nella vita ci si può limitare ad accettare ciò che è stato conosciuto e definito, valutato e stabilito. Oppure si può iniziare un percorso di conoscenza oltre ciò che è già stato acquisito. In questo caso è inevitabile la scoperta della propria pochezza: la misura di sé non è più individuata rispetto a uno spazio ristretto, di famiglia o di vicinato, in cui ancora ci si può sentire grandi, ma rispetto all’universo, di fronte al quale inevitabilmente si è minuscoli. E questa è la reale misura dell’uomo.


4. Hai affermato che “in poesia ogni parola è un nome” e  che “la pronuncia dei nomi è sempre invocazione e preghiera”. Puoi commentare queste asserzioni?

Sì, in poesia ogni parola ha l’autonomia di un nome proprio, che appunto non rimanda a significati o valori ma dice solo se stesso.

La pronuncia di un nome, di un nome proprio, sembra contenere sempre un tono di invocazione e preghiera: ma non tanto nel senso di una richiesta di aiuto, quanto nel senso di un’invocazione all’esistente e alla sua fragilità.


5. La tua esperienza di psicanalista rientra nella tua poesia? Come conciliare queste due attività? La poesia non è in un certo senso psicanalisi?

No, l’umanità che incontro in analisi resta in analisi: non sono possibili – e non sono etici – trasferimenti o utilizzazioni. È vero che le due esperienze convenzionalmente sono considerate inconciliabili. Ma invece c’è ben più di una compatibilità se l’esperienza psicanalitica non è ridurre il mistero, ma imparare ad accettarlo.

Sono profondamente convinto che la psicanalisi abbia in sé le necessità dell’arte, e non quelle della scienza.


6. Come scrivi di solito? Sei metodico?

I libri poematici (L’opera lasciata sola, Silenzio dell’universo) sono stati scritti con una certa continuità, specialmente il secondo quasi tutti i giorni. Gli altri, invece, nella massima discontinuità, e soprattutto d’estate, in assenza di lavoro e di preoccupazioni quotidiane.


7. Quali poeti e scrittori ti hanno segnato?

Tanti poeti e pensatori, ma sarebbe un elenco.

Voglio qui limitarmi a ricordare due scrittrici, che hanno influito sul mio lavoro: Amelia Rosselli e Cristina Campo; e alcuni autori da me ammirati, in qualche modo assimilati e incontrati come amici: a cominciare, in ordine di tempo, da Luzi, Gramigna, Raboni, Porta, fino a Giudici, Sereni, Zanzotto.


8. Hai pubblicato nel 1980 il libro I percorsi della nuova poesia italiana. Ci puoi delineare brevemente le linee e le principali tendenze della poesia italiana contemporanea?

Mi limito a fare un’annotazione sulla “novità” della poesia italiana degli ultimi trent’anni, una “novità” che ovviamente non riguarda l’essenza della poesia, la quale è sempre la stessa, bensì il rapporto dell’autore con il nutrimento culturale e con se stesso. Ecco, in questi ultimi decenni i poeti si sono rivolti alla storia della letteratura e a tutta la cultura con un’autonomia nuova e ammirevole, una libertà particolare anche rispetto a qualunque possibile problema di paternità e di autorità.


(fatta nel 1997 da  Vera Lúcia de Oliveira, nell’ambito di “Poesia a Palazzo dei Priori” del Merendacolo di Perugia e pubblicata sulla Revista da APIESP – Associação de Professores de Italiano do Estado de São Paulo, Insieme, n.8, San Paolo, Brasile, 2001, pp.78-80)

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