POESIA CONDIVISA 2 N.6: ASSUNTA FINIGUERRA

assunta finiguerra

 

Tenghe a càttedre a scóle d’u turmiénde
re mmalepatènze mbare de l’amore
poche studiénde hanne a chiòcca bbone
e cchi re fface pecché le vatte u córe

Garòfele de ottobre ije te mmite
a ssende a lezzione cumme a fazze
nde parle d’Amlete e me mbarazze
nda l’essere mije ca te face paure

…e ssende u ciele ca m’annózze nganne
cu quire azzurre uruanje mbeverute
e u respire arrevende granite

pe ddà a mmi na degna sepolture
e tu ca me cunduanne a sta torture
de èsse nimice a de vulérce  bbene

 

(ho la cattedra alla scuola del tormento / le sofferenze insegno dell’amore / pochi studenti hanno voglia d’imparare / e chi lo fa perché gli batte il cuore // Garofano di ottobre io t’invito / a sentire la lezione che impartisco / dove parlo di Amleto e mi cincischio / nel mio essere che a te fa paura//  … e sento il cielo che si ferma in gola  / con quell’azzurro uranio impoverito / e il respiro diventa granito // per dare a me una degna sepoltura / e tu che mi condanni alla tortura  / di essere nemici e di volerci bene)

da Scurije, Ed. LietoColle (Faloppio-Co 2005), collana Il Graal

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4 Comments

  • Il coinvolgimento per la poesia di Assunta parte dalla lingua, così simile a quella appresa nella mia infanzia, così profondamente radicata nel Sud. Il linguaggio, da qualunque parte lo si voglia articolare è spirito, lo stesso che anima l’inglese ed il lucano, rendendoli tutti di pari titolo. Quello di Assunta diventa qui scalpello capace di trarre fuori dalla roccia calcarea del Sud il capolavoro di una parola: “mmalepatènze” ma anche di un’espressione: “ annozze nganne” e di un incipit magnifico: “tenghe a càttedre a scóle d’u turmiénde”.

    La poesia qui è il contradittorio tra la poetessa che ama soffrendo e un tu che chiama garofano di ottobre. Inutile chiedersi chi celi questa metafora. Di lui si sa soltanto che ha paura del suo essere. La contestualità con Amleto indica chiaramente che è della sua esistenza e del suo significato che sta parlando. Assunta che fa paura è donna che pensa, che desidera e soffre all’interno di una civiltà contadina che destina uomo e donna a ruoli irrigiditi dal passare dei secoli e per questo mette in crisi chi ha di fronte. Rompere gli schemi equivale alla non accettazione di un destino, al rovesciamento della storia. Il risultato è una forma di paralisi, un’empasse che si traduce in una mortificazione del desiderio e quindi tormento senza soluzione -da qui la meravigliosa metafora del cielo azzurro uranio impoverito, che vale secondo me quanto nel linguaggio comune un cielo plumbeo, visto che i due metalli entrano a far parte dei proiettili ma che rende potentemente l’idea di un cielo azzurro sì, ma senza vitalità\speranza come può essere quello sui campi di guerra- a fronte dell’incompiutezza di atti da parte di chi in quella stessa società si dimostra incapace di cogliere l’amore e non è in grado di andare aldilà degli schemi di un contesto storico sociale
    .
    E allora l’atteggiamento è di chi arriva ad una conoscenza superiore della sofferenza d’amore, come di un passaggio necessario che può essere inteso e maturato solo da quei pochi che la sentono nel cuore e vuole mostrarla a chi, impaurito dall’esplodere del sentimento, rimane nell’ambito della regola e preferisce farsi appassire piuttosto che riempire di fuoco il calice del suo garofano, condannando così l’altra alla contraddizione (una tortura) dell’amare il suo nemico, schierato contro ogni travolgimento.
    È dunque questa tensione tra la sincerità del sentimento puro e le forze che vi si accaniscono contro, il sottofondo doloroso che più mi coinvolge, rappresentando lo scenario mai risolto dal passaggio d’epoca, che avvicina profondamente il lettore alla vicenda personale della poetessa.

    Che magnifica poesia!

    Nota. Devo ammettere che la scelta dei brani (di questo e degli altri che l’hanno preceduto) è davvero attenta, precisa e rappresentativa della poesia contemporanea. La mia costanza su questa pagina di Poesia2.0 è dovuta all’occasione di arricchimento che mi dà, di nomi e punti di vista, poeticamente diversi, sulla realtà attuale. I miei sono commenti senza pretesa di critica, soltanto dei racconti su quello che una poesia mi ispira.

    Un caro saluto, Franco.

    • Il mio tentativo è infatti quello di cercare, tra le tantissime voci contemporanee, quelle più alte. Spero di cogliere nel segno, o almeno avvicinarmi. Grazie per il tuo seguirci e apprezzare, che ci arricchisce.
      a.f.

  • “che dire amici, che dire” di questa poesia e della donna sua creatrice, se non che mi lascia sempre sbigottito, ogni volta che ne rileggo un testo, Ho avuto l’onore di incontrarla, conoscerne la scarna biografia e quel tormento suo inguaribile. Nel 2003 lesse superbamente tre poesie, davanti alla Spaziani e tanti amici, nella libreria Croce di Corso Vittorio a Roma (ahimè ormai chiusa da tempo).

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