POESIA CONDIVISA 2 N.2: Simone Weil

simone weil

Simone Weil

Lampo

 

Che il cielo puro mi mandi sul viso,
Questo cielo spazzato da lunghe nubi,
Un vento così forte, profumato di gioia,
Che tutto nasca, mondato dai sogni:
Per me nasceranno le umane città
Che un soffio puro ha pulito da brume,
I tetti, i passi, i gridi, i cento lumi,
Rumori umani, quanto consuma il tempo.
Nasceranno i mari, l’ondeggiante barca,
Il colpo di remo e i fuochi della notte;
Nasceranno i campi, il giavellotto lanciato;
Nasceranno le sere, stella che a stella segue.
Nasceranno il lampo e le ginocchia chine,
L’ombra, l’urto alle svolte della miniera;
Nasceranno le mani, i duri metalli rotti,
Il ferro morso nell’urlo della macchina.
Il mondo è nato; fallo durare, vento, nel tuo soffio!
Ma esso muore coperto di fumo.
M’era nato in uno squarcio
Di pallido cielo verde tra le nubi.

da Simone Weil – POESIE (Le Lettere, 1993), a cura di Roberto Carifi

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2 Comments

  • credo,k che la tua analisi così partecipata e profonda, abbia colto nel segno. una riflessione, la tua, sul testo Weiliano, da cui si evidenzia la potenza di una scrittura apparentemente sofisticata, in realtà luminosa nella sua densità e complessità di richiami. trovo che lo stupore che si prova di fronte al testo derivi soprattutto dalla non smaccata allusione alla divinità, sebbene si sappia della “fede” convintamente abbracciata dall’autrice. la possibile salvezza è qui con estrema delicatezza, direzionata verso la responsabilità dell’uomo, la sua intelligenza e sensibilità, capace di diradare il fumo che obnubila. un potenziale che purtroppo spesso l’uomo non traduce in prassi, per leggerezza, incuria o solo per quella triste banalità del male che ci ottenebra e condanna. certamente il cenno allo squarcio tra le nubi che Weil avverte può, come anche tu noti, riferirsi per traslato ad ogni poeta o scrivente capace di innalzarsi in limpidezza di pensiero oltre ogni nebbia.
    grazie della tua luce.
    annamaria ferramosca

  • C’è nell’invocazione iniziale la preoccupazione di indicare qualcosa che non riguarda tutto il cielo- cielo, che cosa? si appresta a sottolineare l’autrice-:

    Che il cielo puro mi mandi sul viso,
    Questo cielo spazzato da lunghe nubi,

    È il suo essere puro che interessa, l’aspetto che infonde fiducia, la pura potenza rivelata dalle nubi spazzatrici.
    Dopo tutto le nuvole non ce l’hanno fatta a cancellarlo ed è lì che lo possiamo immaginare con i gomiti enormi poggiati sulla terra, il suo occhio azzurro di bambino che riflette cose che gli arrivano dalle stelle.
    Il vento dunque è il suo alito creatore. Non è un dio ad essere invocato –sarebbe pletorico indicarne la purezza-ma il puro che esiste e che avvertiamo sulla nostra faccia sotto forma di vento, come lo si può sentire in un giorno di aprile, profumato di gemme, creatore di una nuova stagione di bellezza cristallina. Ripulito dei sogni, del fumo, della bruma è l’umanità nella sua pienezza che ha bisogno di essere generata da questa gioia potente. Il poeta – chi altri se no?-si offre come terra fertile per un nuovo tipo di creazione.
    Straordinaria l’entrata in campo del sè.

    Per me nasceranno le umane città
    Che un soffio puro ha pulito da brume,
    I tetti, i passi, i gridi, i cento lumi,
    Rumori umani, quanto consuma il tempo.

    Nascerà ciò che già c’è e che basta scostare le tendine del sogno e del fumo e del continuo fluire nel nulla per vedere e toccare. Che nascita è se già i mari ci sono e l’ondeggiante barca occupa un posto nel porto e così il lampo e le ginocchia chine?
    È il mondo umano, nella sua complessa composizione, compatto ed eterno nelle sue manifestazioni, che nasce da Dna di poeta e soffio di purezza. Metafora potente di un Cristo a cui preferirono le tenebre, la cui tragedia si rinnova ogni volta che “uno squarcio di pallido cielo verde” fa intravvedere tra le nubi una parte di azzurro incontaminabile. La Poesia si risolve in un malinconico sguardo al frutto della generosità finita in fumo.

    Ma esso muore coperto di fumo.
    M’era nato in uno squarcio
    Di pallido cielo verde tra le nubi.

    Prima di riconoscere il limite umano però, c’è un’ invocazione che dà un’indicazione di fondo.

    Il mondo è nato; fallo durare, vento, nel tuo soffio!

    E dunque un mondo puro può nascere e durare nel cuore di ognuno a condizione che a sostenerlo sia un soffio di gioia, la parte che chiameremmo divina se il cielo fosse Cielo o se semplicemente amassimo Verità, Bellezza, Onestà e fossimo solo da essi ispirati nelle azioni e nei fatti di cui poi poesia è traduzione.

    Da questo punto di vista si può provare a dare un senso al lampo del titolo. Il lampo come l’improvviso morire del mondo appena nato sono i due punti estremi di questo viaggio nella nascita di tutto ciò che è” consumato dal tempo” a significare la lotta immanente tra positività e negatività, tra intelligenza e stupidità. In effetti i motivi del venir meno del mondo appena generato non sono indicati, ma come si sa gli uomini non sanno che farsene della Luce così come della Verità di cui è metafora.
    Il lampo però nel durare solo un istante indica una metafora dell’intelligenza necessaria per guardare diversamente il mondo in cui viviamo e rifarlo ex novo a partire dalla generosità di chi per amore, desidera offrire ad esso la sua anima. Desiderio che si sa come va a finire ma che appare irrinunciabile (ma non impronunciabile) per chiunque si chiami poeta e provi a cimentarsi con quest’ arte. Non so se questa mia interpretazione sia corretta e probabilmente chi conosce a fondo il pensiero di Simone Weil avrebbe molte cose da dire, ma questo è quanto mi arriva. Un caro saluto
    franco

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