Nel deserto della civiltà. Su ‘Cactus’ di Domenico Cara

di Giuseppe Pederiali

Cactus Domenico CaraApro un volume di poesie del già affermato Domenico Cara. Mi pare sia il quarto della sua fervorosa attività. Forse il più ambizioso e ricco di entusiasmi, non il più gradevole –certo – alla prima lettura. Un centinaio di pagine di scrittura alternata a facciate bianche: soluzione editoriale riposante e ordinata.

Una lirica di squisita  fattura e di esemplare impegno. Moderno nello stile, Domenico Cara rifugge di proposito da ogni artificiosità.

In Cactus nulla di forzato ed astruso nella scelta dei temi, nello svolgimento dei concetti, nella stesura dei versi. Le sue liriche (che sono sonetti slegati dalla piena fiducia nell’esperimento della Parola) sono un dono spontaneo, come spontaneo è il profumo dei fiori o l’esplodere di una tempesta nel deserto della civiltà in cui convenzionalmente approdiamo.

Ci colpisce l’individualità di espressione; individualità poetica (non compiacimento della poesia di se stessa) che in Domenico Cara funziona da mimetismo: dietro lo scorrere dei versi, quasi ruscello limpido, si nasconde – e si evidenzia man mano che la lettura si fa più attenta – un notevole impegno civile e morale, oseremmo dire una religiosità adorante l’uomo e la natura insieme, senza labilità alcuna dovuta a fervore tecnico predisposto “nel segno della noia e del peccato (già mistici se s’amano)”, “primordiale e gelosa betulla”, “mappa filologica dell’invisibile in cui ti annodi e ti dissolvi”, “primizia vegliante e degustativa” E in “situazioni di antisogno”, “spasimo secante con occhi spauriti”, nell’ambito inoltre di una “proditoria presenza dei fatti” in cui il poeta riscopre le “fasi di un bieco appassire, ecc.

Abbiamo tentato di attribuire a Cara una paternità artistica riandando, istintivamente, a poeti meridionali contemporanei. Purtroppo (e forse rara conseguenza di suoi originali fantasmi interiori) non siamo riusciti a portare a galla nessun nome per agevolare il nostro discorso sulla sua poesia.

Allora ci siamo geograficamente allontanati dal nostro Paese, e infatti un vago accostamento è possibile farlo con alcuni poeti ispano-americani (ecco come Cara parla d’amore: “Sui cuscini d’arabesco la filigrana del sonno / è una metafora lieve, tocca i fiori del mandorlo / s’ abbandona ai totem dei silenzi freddi e iridati / con finzione solitaria, a ebbre indifferenze di ragno. // Io contemplo la muliebre ghirlanda delle tue fibre,/ la perla cupa del neo (più bella quando orna / l’estatico fermento dell’abbraccio), l’introspezione / di assorte circostanze in doubleface ai suoi primi declini. (Historia de un amor). Ma il nostro, ci accorgiamo, è un forzato accostamento, fatto “a orecchio”: Neruda?, Murilo Mendes? Octavio Paz? In realtà la poesia di Domenico Cara ha sì una paternità, ma non strettamente letteraria. Essa è eredità naturale e culturale di un’umanità, quella del Sud, che il poeta ha nell’animo per ancestrale memoria e per recenti dolorosi ricordi.

Due culture che si amalgamano, classica e moderna, fino a diventare, filtrate da una sensibilità artistica notevole, poesia allo stato puro, modellabile come l’incandescente gettata di ghisa che esce dall’altoforno ed entra in crogioli (la libera legge –e il pudore- del moderno verseggiare) in “Porta il tuo nome la limonaia dell’altipiano, / un grido inciso, di zolfo, inumidita da secrezioni / di linfa e di vapori nei tuoi gemiti (quelli che accetta la terra / con semi effimeri in cui sei nata tra spirali di scirocco): (da: La limonaia dell’altipiano) una delle liriche più belle.

Non per niente Cactus ci porta dinanzi a una situazione illuminante di poesia contemporanea, e la stessa solennità scandita dei versi, moltiplica la storia di un processo oltre che linguistico, di ricerca umana urgente, sensibile e progressiva, libera da dogmi sentimentali o romantici, desiderosa invece di misurarsi con le cose e forse anche mutarle in corrispondenza all’esigenza morale e critica dei tempi.

Domenico Cara vive a Milano dove si occupa di critica d’arte e di letteratura, ed è un segno questo non solo di un rinnovarsi spontaneo della sua personalità, ma di una completa partecipazione ai canoni della ritualità culturale e dell’impegno letterario a cui si affida sempre un Poeta nel corso di una sua attiva indagine nella vita, critica e inventiva, con esiti e nutrimenti di maggiore coscienza.

(“Corriere di Reggio” 4 gennaio, 1969)

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