Francesco Dalessandro: ‘L’osservatorio’ – nota di Sauro Damiani

di Sauro Damiani

osservatorio dalessandro“Torna, Musa, coi mattini brumosi e torbidi d’autunno”. È il primo verso del libro del Dalessandro, che con l’invocazione alla Musa e i sei accenti principali imitanti l’esametro denuncia subito l’ambizione poematica dell’autore, anche per l’evidente richiamo all’incipit dell’Iliade nella versione di Vincenzo Monti. Ma insieme alla vicinanza, il verso citato mette subito in luce anche la distanza dall’aureo modello. La Musa viene invocata non a cantare ma a tornare, e a tornare non con Achille e Ettore, ma coi “mattini brumosi e torbidi d’autunno”. La Musa, cioè, non è la dea che dall’esterno ispira nel poeta il canto epico, ma colei che accompagna la materia del canto, che anzi è interna ad essa. E ne è interna perché qui si narra non la guerra di Troia, un avvenimento accaduto una volta per tutte, pur se eternato dalla poesia, ma le stagioni (esemplificate dall’autunno, la stagione più cara all’autore), che tornano, nel loro ritmo circolare e perenne. E a tornare non sono solo le stagioni e con esse la Musa, ma anche il poeta, anche lui interno a quel ritmo, a quel canto (la vita “gira e gira su se stessa testimonia la vertigine del mare / e dell’amore”). Dunque un poeta testimone, più che osservatore. O almeno osservatore coinvolto in quel ritmo, in quel vortice. Osservatore mobile, vivente, fatto non solo di occhio e di mente, ma di sensi e di passioni.

Le stagioni, dicevo. Quattro, come le quattro parti del libro (“L’osservatorio”; “Stagioni del basso mondo”; “L’azzurro del cielo”; “Mare delle passioni”). Quattro stagioni per dodici mesi. E dodici sono, con sottili variazioni, i “numeri” di ogni parte, salvo la terza, costituita da una lunga epistola a un amico, il cui primo verso è, mutatis mutandis, l’incipit di un noto sonetto dantesco (“Sandro, vorrei che tu Bordini e io”). Una dissimmetria, quella della terza parte, certo voluta dall’autore. Stagioni, mesi; e poi settimane, giorni, ore. Il tempo, dunque, vero protagonista del poema; il tempo, che nel suo perpetuo girare e rigirare abbraccia tutto, la terra come il cielo, gli uomini come gli altri viventi, la luce come l’ombra, la vita come la poesia. E abbraccia Roma, la città in cui Dalessandro si muove, mosso; osserva, osservato. Nella quale è immerso (“immergendomi anch’io / particella minuta nel suo bruno ventre”). Dunque una città vivente, con le sue “viscere”, le sue “arterie”, il suo fiume sinuoso, con “quelle / curve a spire serpentine come versi / con accorte inarcature”). Da qui si comprende che Dalessando si situa, pur con una voce sua propria, in una tendenza della nostra poesia che con alterne fortune giunge fino ai nostri giorni: intendo, naturalmente, il barocco, la poetica della dismisura e della visione globale, che fa della linea curva uno dei suoi segni di riconoscimento. E non poteva essere che così, trovandoci in Roma, la “città smisurata”, che proprio nel barocco ha una delle sue più note espressioni. Ma Roma è anche la “città irreale”, come la Parigi di Baudelaire è la città infernare dell’onnipresente Dante, col “cielo d’ogni luce / muto”, dove “il traffico /come un caronte ossesso traghetta / anime sorde da un girone all’altro dell’inferno”; la “losca/ e sporca città”, la città-labirinto da cui non c’è uscita, nella quale non c’è salvezza. Ed ecco i “quotidiani / sperperi”, la “ignobile teoria d’ore e di giorni / vuoti”, i “vaneggianti / sensi” che sempre si riaccendono portando un fuoco senza luce, l’ansia, l’insonnia, il mare delle passioni che non si placa. Ecco la prigione e il sogno di evasione di cui il poeta ha presto compreso la natura velleitaria (“evasi anch’io una volta ma nessuno / mi riacciuffò, tornai spontaneamente”.

Ma quello che ho evidenziato è, nel ritmico pulsare del cuore e delle stagioni e del poeta, solo il momento della sistole. Ecco poi la diastole del “miele stillante dal paziente /quieto scorrere del tempo”, la “santa /consumazione” della realtà, le sere tranquille, i mattini luminosi, quando “io tutto che scorre / amo tutto che vola” ; ecco la“comica /pietà della vita”, contrapposta a “l’amore per la vita / per l’oscena sua commedia”. Ecco, infine, “la lucente / stella Diana” di un noto sonetto del Guinizzelli, che, come il verso del sonetto dantesco citato, alitano sul poema la luce aurorale e piena di speranza dello Stilnovo. La nave guidata da Caronte è ora il vasello leggero apprestato da un mago benigno per una giornata di luce e d’amore. Breve, eppure intensa, eppure vitale.

Ora vorrei tornare al verso iniziale del libro. Un esametro. Che però serve solo come dichiarazione d’intenti. Già dal secondo verso il poeta passa all’endecasillabo, che, dilatato o ristretto secondo le necessità ritmiche, è il verso-base del poema; salvo misure più lunghe, mimanti la metrica quantitativa, di due “numeri” (e del finale del primo), che servono a ricordare come dietro “L’osservatorio” operi il mondo classico, in un fecondo connubio fra antico e moderno. Connubio di grande significato storico; e Dalessandro è indubbiamente un poeta di notevole consapevolezza. Endecasillabo, dicevo. Un endecasillabo sinuoso, “un verso / liquido che fluisca naturale /con forma e suono acconci che narri districando / il groviglio dei sensi”, come il poeta scrive proprio nella prima poesia. “Naturale” il verso del poema, certo, ma naturale fatto di curve, rientranze, sporgenze, complessità, secondo la più genuina tecnica barocca. Basti solo pensare a due elementi, l’uso costante delle parentesi, che operano un mutamento di ritmo e di tono, e la non infrequente inclusione di una seconda voce, messa fra virgolette, che nel fluire del monologo introduce la spezzatura del dialogo – dialogo del poeta con sé stesso, in un modernissimo sdoppiamento. Per quanto riguarda le parentesi, chiara è la lezione di Proust, ma di un Proust più tormentato, meno estetizzante, come è naturale per chi ha attraversato il tremendo “secolo breve”. E indice di tormento è la doppia frantumazione del “verso / liquido” e fluente che scorre in tutta l’opera da parte di due liriche, la prima composta da due quartine più un verso isolato, la seconda esemplata sul sonetto, con un verso breve che sembra un dente spezzato. Malgrado queste marcate discontinuità, a prevalere è la continuità di un ritmo inesauribile come le stagioni, e scandito dal poeta con notevole sapienza.

Termino con un’annotazione sulla lingua, nobilmente letteraria anche se con qualche opportuno prestito dal linguaggio quotidiano. Molti sono i richiami letterari, con vocaboli aulici (adduce, duolo, adiuvanti, imo, atre e funeste, furiosa / smania, avviluppo, ecc.) che talvolta sollevano il fluire del verso fino alle altezze “innaturali” del melodramma (atre e funeste, furiosa /smania). Il teatro. Come è ovvio in una poetica come quella del Dalessandro.

(“Soglie”, Anno XIV, n. 1 – Aprile 2012)

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