Ida Travi: “Il mio nome è Inna”, una nota di Chiara Zamboni

di Chiara Zamboni

il mio nome è innaQual è il modo giusto per vivere il nostro tempo, il tempo presente che ci avvolge, rispetto al quale molti rimangono indifferenti e ciò costituisce non la loro ma la nostra vergogna? Questa domanda è il filo orientante del testo poetico di Ida Travi, Il mio nome è Inna. Scene dal casolare rosso (Moretti & Vitali 2012, pp. 189, euro 15), commentato con molta finezza da Alessandra Pigliaru nella postfazione.

Questo filo, certo, non è espresso esplicitamente ma è coglibile di pagina in pagina. Ida Travi ci propone un esercizio di alterità all’interno del presente, non nel senso di rifugiarsi in un altro mondo diverso dal nostro, piuttosto – rimanendo in questo – di mettere in atto un esercizio di spoliazione. Si tratta di un gesto che non va confuso con un percorso di ascesi. È invece un passo indietro, un denudamento che è contemporaneamente un dire sì al mondo. Disfarsi del superfluo e benedire la realtà, questo è l’essenziale di Il mio nome è Inna.
Il dramma di questo tempo presente viene mostrato in diverse sfaccettature come nei riflessi di un prisma. Inna abita il casolare rosso assieme al bambino, alla vecchia e all’uomo: ecco il luogo dove veniamo invitati a seguire Inna nei suoi gesti quotidiani che sanno aprirsi al mondo e contemporaneamente disfano ostinatamente le maglie soffocanti, intessute ferocemente da chi fa solo quel che gli pare e tutto gli pare niente perché ha sciolto il vincolo di dipendenza dalla realtà. Non gli rimane tra le mani che polvere.

Il primo esercizio di spoliazione è rinunciare alla lingua superflua. Al dire tanto, tutto quello che viene in mente. Al dire e dire. Ida Travi riprende qui uno dei suoi temi poetici più importanti, già espresso in L’aspetto orale della poesia, e cioè il legame sorgivo, fertile con la lingua materna, la lingua delle parole semplici, che ci pongono in rapporto con le cose concrete, che assumono una qualità sacra. È Inna a dire: «Vivo come prima della scuola/con la sedia girata/contro il muro/(…)ma conosco il mio nome/so bene dov’è il mio petto/- il libro, il cucchiaio/la zappa, il catino». Parole quotidiane. E anche: «Ho poche parole e m’arrangio con quelle/non voglio far torto a nessuno/non voglio incantare nessuno».

Questo liberarsi dal superfluo non salva, lei dice, dalla notte, dalla mancanza di un orientamento e di un senso. È avvolto dalla notte sia chi usa troppe parole dicendo quel che vuole senza radici, sia chi compie questo esercizio di spoliazione linguistica. L’uso della lingua materna non ci porta immediatamente salvezza, ma è la via principale che conduce a un esercizio di alterità nel mondo. Questo crea effetti di scrittura. La risonanza poetica di questa lingua allusiva e concretissima è qualcosa di toccante. È ciò che rimane più impresso leggendo queste poesie di Ida Travi. Lo stile della lingua indica uno stile di vita.

Molti sono i temi mistici in questo dramma poetico. Penso innanzitutto al ritirarsi nella casa rossa, nella stanza segreta, per far affiorare – facendo vuoto – in modo più autentico il mondo. Nella mistica tradizionale ciò porta all’incontro con il divino, qui l’incontro desiderato – mai certo – è con la realtà.

In questo senso si percepisce Il mio nome è Inna come un esercizio indirettamente politico. Di una politica che implica accogliere tutto il mondo nel segreto più intimo e restituirlo alla visibilità in modo da offrire a sé e agli altri vie nuove da seguire. Condivise. Stessa risonanza ha l’altro grande tema mistico della dialettica tra la notte e la luce: dove c’è notte, c’è attesa della luce. Anche questa attesa di segni nuovi, di modificazione, è ciò che la poeta può offrire alla sua epoca. Offerta di cui avverto l’aspetto indirettamente politico. È una politica esperienziale di radice femminile.

Leggendo Il mio nome è Inna ho trovato somiglianze con il mito di Inanna. Della dea che per scendere agli inferi e ritrovare la vita si spoglia di tutti i propri segni regali. Ora, in questo spogliarsi la tessitura della poesia di Ida Travi si coagula attorno ad altre diverse gemme preziose, costituite qui dai colori, che si caricano di un forte simbolismo. Il rosso del casolare, della luce dell’interno, rosso alchemico e segreto. Il verde della paura, il blu del benedire, il bianco della neve, sospensione enigmatica del tempo. Nel mentre che la lingua si spoglia, si accendono i colori con una forza e una qualità orientante. Come stelle polari.

(già su Il Manifesto15 dicembre 2012)

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