Arti incompossibili n.1: I pastelli di Giulia Napoleone

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La mostra “Percorsi d’Arte Contemporanea nel museo delle Genti d’Abruzzo” che si tiene dal 1 luglio a 3 dicembre 2016 a Pescara, curata da Roberto Rodriguez presenta sedici artisti: Medhat Shafik, Lamberto Pignotti, Bruno Ceccobelli, Antonio Possenti, Marcello Diotallevi, Giovanni Fontana, Oscar Piattella, Franco Mulas, Giuliano Della Casa, William Xerra, Giulia Napoleone, Mark Kostabi, Tommaso Cascella, Fabio De Poli, Marco Cingolani.

Presentiamo, in particolare, i pastelli di Giulia Napoleone, la quale con i medesimi segni, utilizzati con intenzionalità diverse, crea una collezione di opere che sembrerebbero avere come emblema sia la semplicità sia l’iperbolicità.

È l’economia dei mezzi a realizzare l’immagine come avente le caratteristiche di rarefazione, sfrondamento: un astro o una collana di piccole sfere, linee spezzate dall’esaurirsi del moto del polso e vaste campiture di aereo colore, ora di un azzurro possente, ora di un delicato color lapislazzuli, minerale. Poiché una cosa va detta: l’aereosità di codesti cieli, di tali altissime atmosfere, non è mai priva di materialità, essendo essa puro colore!

Il pigmento, nel lavoro della Napoleone, non può mai essere scavalcato concettualmente. Rimane attaccato alle dita, la polvere fine crea un doppio fondo nella retina che persiste anche quando non si guardi più l’immagine. Il pigmento, pertanto, non consente mai di dimenticarsi della totalità dell’opera, del suo essere forma e contenuto insieme. Sostanza.

Il colore che campisce lo sfondo è attraversato da un delicatissimo volo di frecce di tonalità più scura, spesso appartenente a una tonalità complementare, e attraversa il campo come ferrite attratta da un polo, da una direzione,  distendendosi come un fiotto parallelo, un flusso ordinato, oppure, se proveniente da tutte le direzioni, silurando lo spazio e rendendolo profondissimo.

Il passaggio dalla semplicità all’iperbolicità è dettato, appunto, da questa capacità di operare sui medesimi segni, il cui esiguo numero è come aumentato da una sapiente capacità costruttiva, la quale, moltiplicando le modalità della loro tracciatura, creando sul foglio traiettorie e zone differenti e doppi fondi, costringe la superficie del foglio a contenere uno spazio tridimensionale. Il passaggio è un eccesso che si diparte da mezzi pittorici (e non concettuali) e ad esso rimane accostato.

Quando sono certe sfere intonse a stabilire le zone di agglutinazione del pigmento o a costruire la soglia di cambio tonale che serve da punto neutro o di trapasso, in cui la luce ha la meglio sullo spazio, quest’ultimo è, a sua volta, polarizzato dalle traiettorie della matita, la quale lascia sul foglio stigmate di percorrenza, tracce di un velocissimo moto.

Tratteggi e buchi-luce designano due modalità di rappresentazione spaziale. La prolificazione dei segni-sfera erode la superficie dall’interno, ne fa sparire la sostanza, aprendo a una specie di superficie inusuale, come dissolta dalla luce, sparizione che si propaga come un’onda cosmica, dal minimo punto all’universo intero.

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