Fare poesia tra i clandestini. Il processo di scrittura de “L’opposta riva”

 

(intervento per TRICKSTER, rivista del Master in studi interculturali dell’Università di Padova)

di Fabiano Alborghetti

Lo scrivere altro e con un’altra lingua, aveva modificato il peso dell’appartenenza, dell’identità mia e dei Clandestini, tutto era trasformato, tutto era divenuto difficile. Soprattutto, non sapevo da che parte iniziare per restituire quel vissuto con l’aderenza richiesta e il giusto distacco. Che lingua adottare? Che lingua era ancora possibile se la mia stessa lingua avevo traslato, se la loro lingua, il loro parlare era l’antipoetico per eccellenza?

La portata della parola sfugge persino a me che la uso da anni e che recentemente ha trovato la forma scritta in libri che ho pubblicato. Scrivere è un atto allucinatorio, di liberazione, una confidenza assoluta che prende atto tra la coscienza e una platea di nulla cui ipoteticamente rivolgo la parola. La scrittura è un atto solitario che precedentemente avviene grazie ad una moltitudine di sollecitazioni.
Quando dal 2001 al 2003 ho voluto vivere coi Clandestini per arrivare a quello che solo nel 2006 sarà il libro L’opposta riva, non avevo idea di quale sfondamento avrei apportato alla mia concezione della parola.

Il libro fondamentalmente parla – in forma di versi, perché è un libro di poesie – dell’esistenza dei Clandestini: del perché lasciano la terra d’origine, del come accade il viaggio e nell’ultima sezione (in totale il libro ne conta tre) del come vivono da noi, in Italia. Leggere la cronaca riportata dai giornali non era bastante. Nemmeno le pubblicazioni specifiche offrivano esattamente quanto stavo cercando. La sola risposta possibile per arrivare aldilà del conosciuto e sfruttato, per arrivare a quella zona d’ombra che non è il dato statistico ma il sentimento dell’uomo che ha deciso di trapiantarsi altrove lasciando la propria terra, è stato il decidere di viverci.

Dopo una miriade di tentativi andati a vuoto, ho finalmente trovato il contatto giusto: Mohammed, un marocchino di 27 anni, poeta in erba, amante dell’arte e arrivato in Italia con una laurea in Chimica (grazie a studi pagati ed imposti dal padre) ed impiegato come operatore di muletto (quella macchina che alza i carichi pesanti) presso una fabbrica di tubazioni.

Il confronto e l’intesa sono avvenuti un poco grazie alla sua ottima conoscenza dell’italiano, un poco grazie al mio parlare francese e masticare i rudimenti dell’arabo, un poco grazie all’amore comune per la letteratura ed infine grazie all’assurdità del progetto che avevo in mente che dopo una prima perplessità fugata da spiegazioni – da me offerte confuse – ha trovato il suo inaspettato assenso. Mi ha portato là dove non avrei mai immaginato di poter arrivare.

Grazie a lui sono entrato in contatto con un gruppo di Tunisini, Marocchini ed Algerini in Italia da anni e regolarmente assunti presso ditte o imprese edili. Tramite loro e accompagnato dal mio “interprete culturale” sono arrivato lentamente, sino ad una “enclave etnica” che si è svelata piano piano: gruppi di Clandestini sparpagliati un po’ ovunque in città. Alcuni erano ospiti cauti di connazionali regolarmente in possesso di permesso di soggiorno. Altri viventi nelle ex-aree dimesse della Falck di Sesto San Giovanni, altri in rettangoli di terreno e baracche alle spalle delle stazioni di Greco, Lambrate, Rho, Pero, Scalo Romana. Altri ancora fuori Milano: nelle campagne di Melegnano, San Giuliano, San Donato, Bresso, il comprensorio delle periferie insomma. Una ulteriore parte, in appartamenti affittati in nero a 25, 30 persone a notte o settimana.

Non è stato semplice: il più delle volte sono stato rifiutato, visto come uno straniero membro di quella comunità e giustizia che li avrebbe perseguiti legalmente rimandandoli a casa col foglio di via, con un espatrio forzato. Altre volte è andata meglio.

Il lavoro d’avvicinamento è stato prima di tutto sulla lingua: alcuni avevano solo i rudimenti d’Italiano, un parlare che non era un laccio con la terra ospitante ma un baratro. Erano rimasti cosi ancorati alla vita precedente da non considerarsi realmente in Italia, ma in transito. Soprattutto erano rimasti cosi ancorati alla propria lingua – parlata sia in casa che nei luoghi di lavoro, coi connazionali per strada o nei negozi “dedicati” – da porre l’Italiano in secondo piano, una seconda lingua che anche se imparata (spesso nei corsi offerti dal Comune di Italiano per stranieri) non veniva praticata per mancanza materiale di interlocutori.

Essere uno che scrive – in alcuni casi – ha aiutato, cosi come l’avere uno di loro che faceva da apripista (culturale e linguistico). Mi si chiedeva se conoscevo tale poeta arabo e me ne recitavano a memoria dei pezzi, poi chiedevano a me di recitare qualcosa di mio che “l’interprete/accompagnatore” tentava di tradurre.

E’ grazie a queste poche occasioni che ho potuto essere inglobato nei nuclei abitativi, nella vita di tutti i giorni. Poi ha contato la volontà: l’alzarsi alle 3 del mattino per recarsi al mercato ortofrutticolo, lavorare con loro stando attento a non rubare un posto di lavoro che già si offre scarso. In altri casi è stato accompagnare amici di amici in regola per fare la fila davanti alla Questura, per essere in buona posizione all’apertura degli uffici dove si rinnova il permesso di soggiorno. Ancora, il dormire assieme senza provare schifo, adagiati su pagliericci o materassi di recupero quasi a cielo aperto (nei capannoni la copertura del tetto è a 20/25 metri d’altezza) il patire il freddo o la fame, il condividere il pasto monotono ricavato con la spesa fatta al discount. Ancora: convivere con l’odore dei corpi lavati di rado e in condizioni precarie, la coscienza del mio odore ed il loro. Non avere privacy, mai, ma uno stato di presenza perenne di gente, avere la consapevolezza di essere sotto l’osservazione muta della planimetria urbana che circonda la fabbrica (il rifugio, la capanna, l’appartamento ricavato in un condominio), tutta quella gente che abita le periferie aldilà delle mura, che ci guarda, che sa di noi, loro, che ci respinge con ogni forza come fossimo un virus da combattere, estinguere.

Su tutto e sempre, ha giocato la lingua, la capacità di parlare e farsi capire, anche quando il confine linguistico era cosi fisico che per comprendere e spiegare si ricorreva ai gesti, al mimo, alle smorfie, alla lingua di chi lingua non ha.

La televisione ha aiutato. Un linguaggio universale quello delle partite di calcio, dei film americani. Un linguaggio senza parola che unisce più di ogni verbo, in certi casi. Ed io che di calcio non so nulla e nemmeno me ne interesso, io che la televisione a casa la spolvero come fosse un soprammobile perché preferisco leggere, scrivere, io che vivo nella parola costantemente eccomi usare espedienti per comunicare, lontanissimo anni luce dal come parlo per lavoro, dal come parlo con gli affetti, dal come parlo la mia lingua che solo in quel momento ho compreso veramente, dovendola semplificare sino ad usare l’infinito per quasi ogni azione o concetto. Eccomi dicevo, eccomi a frammentare, disgregare, ricostruire, annaspare negli occhi di gente che nonostante gli sforzi comunque mi ha recepito come un estraneo, un disturbo, gente a cui non riuscivo a parlare, comunicare se non per frazionamenti, concetti destrutturati e ricomposti, silenzi.

Dopo è stato altrettanto difficile: grazie ad Alexandrina sono arrivato ad una comunità di romeni, grazie a Ghurge ho conosciuto diversi Serbi, Bosniaci, Kossovari e per Viktor si è verificato l’incontro con una microcomunità Albanese. Sempre e comunque, la mia lingua era superflua, seppur lingua dominante del paese contenitore di tutti noi, era lingua da domare, ricostruire, un’iperbole di linguaggio inutile, inconsistente eppure cosi necessaria per arrivare a non essere staccato dall’occhio della vita il cui criterio per esistere è la trasparenza.

Cercare di trasmettere la mia idea di scrivere un libro senza cannibalizzare la loro vita, entrare in comune con le loro presenze/esistenze, cercare di essere un osservatore attento ed allo stesso tempo un membro della comunità, comprendere la loro lingua e cercare di usarla per facilitare il consumo/contatto restituendo la dignità della loro lingua e non una storpiatura ed agendo al contempo sulla struttura stessa della mia lingua, creare immagini-suono, fecondare il linguaggio di nuove possibilità, riappropriarmi della mia vita ritornando a quello che è il decorso giornaliero delle abitudini cercando al contempo di depurarmi dal contatto avuto coi clandestini, espellerli con forza dalla coscienza, dall’emozionalità e cercare al contempo di trattenerli perché un qualcosa dovevo diventare, non un lasso di tempo, non una serie di presenze-fantasmi, non un accumulo di suoni, di malesseri, di sfortune bensi una compiutezza, un riassunto umano.

Alla fine del 2003, inizi del 2004 non ho più resistito: vivere tre vite, ascoltare i suoni di tre vite è stato troppo e sono crollato. Dico tre vite perché per lavoro ero (e sono) impiegato al Grand Hotel. Poi c’era la vita del mio quotidiano, del ritorno a casa. E la terza vita era quel volontario esilio/comunione coi Clandestini.

Ho lasciato tutto, consapevole che di tutta l’esperienza vissuta non avevo scritto nemmeno una riga, un verso, un passaggio, l’accenno di un inizio.

Mi sono ritirato a Cascina Buda sulle colline dell’Oltrepò Pavese isolandomi in una casa per decodificare lo smantellamento del linguaggio che avevo applicato. Mi sono riversato nel linguaggio opposto alla semplicità che avevo attuato sino ad allora. E’ nato un libro che seppur scritto per secondo uscirà per primo (Verso Buda), costruito sulla complessità: è infatti un testo che ricalca i movimenti meccanici di un orologio in contrapposizione col tempo e col luogo e che sovrappone la presenza mia e del territorio.

L’esperienza coi Clandestini – con le difficoltà anche fisiche oltre che mentali/morali – era stata relegata ad un silenzio e ad una estraneità. Io che avevo perseguito con convinzione – rivendicando il diritto (il dovere?) di ricercare la verità – ero rimasto al chiodo.

Lo scrivere altro e con un’altra lingua, aveva modificato il peso dell’appartenenza, dell’identità mia e dei Clandestini, tutto era trasformato, tutto era divenuto difficile. Soprattutto, non sapevo da che parte iniziare per restituire quel vissuto con l’aderenza richiesta e il giusto distacco. Che lingua adottare? Che lingua era ancora possibile se la mia stessa lingua avevo traslato, se la loro lingua, il loro parlare era l’antipoetico per eccellenza?

Non so con esattezza cosa sia avvenuto, forse l’incontro con Fadl Ullah, un pomeriggio, non lontano dal CPT di via Corelli dove era rinchiuso il nipote.

Eravamo seduti sul bordo del marciapiede e le strade erano piene di pozzanghere in cui riversavano miriadi di farfalle bianche, quelle che vengono definite cavolaie. Ai lati delle pozze e per strada era un tappeto di farfalle morte su cui s’affollavano le altre, vive e in volo. E lui le indicò con la mano in cui teneva la sigaretta, dicendo che eravamo uguali, uomini e farfalle, con lo stesso destino di vita e morte. Solo che l’uomo ha meno leggerezza.

In quel momento è saltato un tappo.

La sera stessa sono tornato a casa ed il libro ha preso vita. Il punto era che non dovevo cancellare la loro voce o la mia, ma unirle come era stato durante i tre anni passati assieme.

Non dovevo pormi il problema di quale lingua dovesse avere il sopravvento, perché entrambe le lingue chiamavano il medesimo significato: comunicare ma essendo io il filtro tramite il quale la lingua di entrambi poteva avere forma, potevo avere la libertà di adottare il linguaggio più consono: la prima “trovata” inconsapevole è stato l’uso del libero indiretto (il narratore recupera la voce del personaggio, ma in terza persona, senza interrompere il testo con un verbo dichiarativo e senza le virgolette; tale forma riporta molte tracce del discorso vivo, originario (esclamazioni, interrogazioni, espressioni del parlato) secondo l’immediatezza del discorso diretto; però, a differenza dell’analisi esterna propria del dialogo, approfondisce meglio alcuni tratti interiori (culturali, psicologici, come in Verga e Pirandello) del personaggio (perché passa attraverso la mediazione dell’autore). Il discorso indiretto libero comporta pertanto una cooperazione tra narratore e punto di vista del personaggio)

La seconda è stata sottrarre ogni riferimento geografico, nominativo, linguistico, ogni riferimento di conflitto/guerra, qualunque “personalizzazione” che portasse la storia da un piano comunitario ad uno individuale: ciò che cercavo era rimandare la pluralità dello sradicamento.

Il terzo passo è stato ricomporre la multilinguisticità ed il rumore di fondo che avevo vissuto: nel mentre della scrittura, in contemporanea veniva trasmessa dai miei stereo musica di due differenti ceppi etnici mentre la televisione accesa veniva tenuta ad alto volume come fosse elemento di disturbo (la voce italiana) . Su tutto e in aggiunta, alla parete di fronte la scrivania proiettavo diapositive rappresentanti i clandestini ( fotografate dai giornali, anche con scarsa tecnica: l’importante era avere una proiezione di grande formato, che occupasse l’occhio e in cui cadere con lo sguardo).

Il quarto passo è stato comporre il libro come una sequenza di Voci che raccontassero una frazione/aspetto della medesima storia. Ogni frammento avrebbe avuto un significato singolo ma compiuto. Tutti i frammenti sarebbero stati l’interezza della vicenda in ogni aspetto pensabile (fame, viaggio, casa, sesso, lavoro, suicidio, vita, comunitarietà, singolarità, memoria, futuro e via immaginando).

Un parallelismo è stato il libro l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master. La differenza tra lui e me era che io parlavo dei vivi. Il mio libro sarebbe stato una Spoon River dei vivi.

Successivamente ho iniziato a scrivere i nomi delle persone che avevo incontrato, con cui avevo vissuto o che con me avevano interagito anche solo marginalmente, su post-it (5 x 3.5cm) attaccati ad una enorme lavagna (circa due metri per lato) posizionata di fianco alla scrivania. Bastava guardare uno dei nomi scritti per risentirne la voce. Risentire la voce consentiva l’evocazione di un episodio o un aneddoto. Poteva essere una storia. Diventava una storia.

Gli ultimi passi sono stati costruire una trama: ho scomposto il libro in tre sezioni avendo la prima come “antefatto” (il conflitto scatenante la decisione di abbandonare la propria terra d’origine), la seconda narrante del viaggio via mare dalle coste dell’Africa del nord alle nostre e la terza, più estesa e compiuta, con la vita da noi esposta nei diversi aspetti, un puzzle con tutti i pezzi incastrati e che offrono l’immagine compiuta.

Scrivere allora è stato un atto fluido: i testi si sono riversati quasi in forma definitiva uno dopo l’altro e le correzioni finali ridotte al minimo, non per presunzione d’aver raggiunto il linguaggio perfetto bensì per consapevolezza che il linguaggio – immediato nella composizione – era catturato proprio nella spontaneità (pur filtrata dal mio linguaggio poetico).

La lingua era stata domata. La lingua aveva trovato la forma, un plurilinguismo consapevole di cosa corpo e voce sono: coessenziali. Nella lingua dell’uomo convive la sua incarnazione individuale e non una contemplazione asettica.

Ho sperato di riuscire a rimandare una esattezza – seppur filtrata dl mio punto di vista – conscio del lavoro di disturbo che operano i media: proprio loro – i media – giocano un ruolo fondamentale nella percezione che l’opinione pubblica ha del fenomeno migratorio in Italia e la facile etichetta di “clandestino” – peraltro spesso usata impropriamente – crea una barriera di prevenzione e di pregiudizio che preclude a molti italiani la possibilità di un incontro onesto, critico, costruttivo con la realtà degli immigrati e dei rifugiati.
Per il poco che mi è stato concesso di fare, spero di avere adempiuto ad una porzione di responsabilità. Spero soprattutto di essere riuscito a scrivere con onestà.

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